martedì 20 novembre 2018

Libro. Fare politica con Marx.

carlo-galli-marx-eretico-499In Marx eretico (il Mulino, 2018), Carlo Galli, pur restituendo il pensatore del Capitale al contesto storico-intellettuale in cui ha maturato le sue posizioni, ne indaga le ultime potenzialità politiche, legate alla critica dell'individualismo neoliberale.



micromega ALESSANDRO SOMMA

Storicizzare Marx
Nell’anno in cui si celebra il bicentenario della sua nascita, Karl Marx è tornato a ispirare una produzione letteraria di tutto rispetto, almeno se confrontata con quella che ha caratterizzato i decenni del riflusso. I contributi sono evidentemente eterogenei per qualità e soprattutto per approccio: si va dalla prosa con andatura osannante alla critica feroce, passando per una vasta gamma di tentativi più o meno espliciti di fondare sul pensiero del filosofo di Treviri progetti di riscatto della sinistra.

In questo panorama spicca l’ultima fatica di Carlo Galli[1], il cui filo conduttore sembra essere proprio la messa in guardia dagli usi e abusi di Marx, innanzi tutto perché incompatibili con il profilo intellettuale del filosofo di Treviri: filosofo “eretico”, la cui opera è “incompiuta” e dunque “aperta” e non solo perché in gran parte abbozzata. Occorre insomma una notevole dose di cautela nell’utilizzare un pensiero ferocemente in “lotta contro l’auctoritas”, contro “gli equilibri, le forme e i limiti di una dominante architettura di pensiero e di potere” (14). Un pensiero, oltretutto, che “sposta la Verità nella dimensione pratica, affidandola allo svolgersi della storia reale e delle lotte concrete, dei conflitti” (18): che oltre a essere costitutivamente antidogmatico, è anche inutilizzabile per qualsiasi forma di attualismo, ovvero di utilizzazione di un pensiero del passato senza considerazione per i mutamenti di contesto: come se il trascorrere del tempo non ci ponesse per ciò solo di fronte a oggetti diversi.
Il modo migliore per prevenire il dogmatismo e la forzata attualizzazione è dedicarsi al riconoscimento e alla sottolineatura delle coordinate spazio-temporali entro cui maturano i pensieri. Occorre cioè storicizzare Marx e dunque, con Galli, valorizzarlo in quanto “autore di metà Ottocento, che del proprio tempo condivide sia pure criticamente la Stimmung: una concezione eroica della politica, dimensione dell’affermazione di soggettività come la nazione e la classe; un’accentuata proiezione al futuro, se non nella forma borghese e positiva del progressismo, certo come fiducia nell’apertura possibile di nuovi orizzonti dell’umanità; una robusta ammirazione per la potenza della scienza e della tecnica, per lo sviluppo economico che ne trae beneficio, per l’impetuosa forza espansiva sprigionata dalla civiltà industriale in movimento” (8).
Dalla società borghese al neoliberalismo
Rispetto a un simile scenario sono evidentemente numerosi i momenti di frizione che caratterizzano il contesto attuale, rendendolo altro rispetto a quello ottocentesco. Tra questi spicca la nascita del neoliberalismo, l’ideologia che nel corso della prima metà del Novecento ha rimpiazzato il liberalismo classico e ridisegnato i rapporti tra lo Stato e il mercato, fino ad allora modellati sulla struttura della società borghese.
Quest’ultima era la società che aveva consentito l’accentramento del potere politico nelle mani del sovrano, che come contropartita aveva assecondato la concentrazione del potere economico in capo all’individuo. Erano questi gli estremi di un patto con il quale si erano superate le strutture di Antico regime, e con ciò la confusione tra sfera economica e sfera politica tipica della società feudale[2]. La società borghese divideva nettamente l’imperium dalla proprietà, ma questa ben poteva rappresentarsi come strumento di emancipazione. Se non altro in quanto si teorizzava che l’appropriazione dei beni potesse realizzarsi attraverso il lavoro: “quanto terreno un uomo dissoda, semina, bonifica e coltiva, e di quanto può usare il prodotto, tanto è di sua proprietà”[3]. Non solo: si pensava che “un uomo deve sempre vivere del suo lavoro e il suo salario deve essere almeno sufficiente a mantenerlo”, e che la mitica “mano invisibile” avrebbe realizzato “quasi la stessa distribuzione delle cose necessarie alla vita che si sarebbe realizzata se la terra fosse stata divisa in parti uguali tra tutti i suoi abitanti[4].
L’epoca di Marx è caratterizzata dalla transizione dalla società borghese alla società industriale, incapace di mantenere le promesse di liberazione attraverso la proprietà. Il sistema di fabbrica aveva cristallizzato la distinzione tra proprietari e non proprietari, e più in generale trasformato gli strumenti volti a superare la divisione in ceti in strumenti destinati a presidiare la divisione in classi. Nell’ordine economico ridefinito attorno alle necessità della circolazione della ricchezza, piuttosto che della sua accumulazione, le libertà borghesi erano cioè divenute modalità di “schematizzazione coercitiva dell’esistenza”[5].
Tutto ciò provocava conflitti epocali, e innanzi tutto il moto verso il superamento dell’ordine capitalista interpretato al meglio dal pensiero socialista. Alimentava però anche il tentativo di salvare quell’ordine, o meglio di trasformarlo in organismo del quale presidiare le dinamiche sistemiche. Il tutto facendo leva sulle descrizioni della società come organismo funzionante secondo schemi assimilabili a quelli di un organismo biologico: non si disconosceva l’unicità dell’individuo, e tuttavia lo si riteneva condannato da una legge di natura a sciogliersi entro un organismo sociale, le cui componenti erano portate a cooperare per assicurarne l’equilibrio e lo sviluppo[6].
L’approccio organicista incrinò definitivamente la distinzione tra ordine politico e ordine economico alla base del patto tra individuo e sovrano fondativo della società borghese. Le logiche sistemiche, che non avevano certo abbandonato la sfera politica, tornarono a invadere la sfera economica, oramai priva di difese contro il moto verso la funzionalizzazione delle condotte individuali alle necessità di sviluppo della società industriale.
Neoliberalismo e identità
Ecco il senso del neoliberalismo, reso al meglio dallo studioso che si ritiene abbia coniato la nuova espressione sul finire degli anni Trenta[7]: edificare uno Stato di “polizia del mercato” capace di presidiare l’ordine proprietario e il meccanismo concorrenziale, e realizzare così “la coincidenza di interesse privato e interesse collettivo”[8]. In tale prospettiva la concorrenza diveniva uno “strumento del dirigismo statale”[9], e questo significava che il rinnovamento del liberalismo passava dalla subordinazione dell’ordine democratico all’ordine proprietario: il primo aveva edificato uno “Stato impotente”, confuso con la società e dunque condannato a divenire uno “Stato preda”[10], che occorreva finalmente riscattare ricorrendo a una “dittatura entro i confini della democrazia”[11].
Quest’ultima formula, indubbiamente vaga, tradiva però con sufficiente nitidezza le intenzioni dei neoliberali. Si sosteneva infatti che, per assolvere ai loro compiti, i pubblici poteri dovevano operare in un ambiente pacificato, tale in quanto produceva lo scioglimento dell’individuo nell’ordine economico: il conflitto avrebbe impedito la “sinfonia sociale”[12]. E questo equivaleva a promuovere per il potere economico l’esatto contrario di quanto si auspicava per il potere politico: se il secondo doveva essere concentrato e dunque statalizzato, il primo doveva essere azzerato, spoliticizzato, ridotto all’irrilevanza quale forza centrifuga in danno al funzionamento del sistema. Era questo il senso del motto, coniato da uno studioso cui Galli ha dedicato notevoli contributi, per cui una “economia sana” presuppone uno “Stato forte”[13].
Se così stanno le cose, le differenza tra il contesto in cui opera Marx e le epoche successive investe innanzi tutto l’identità dei protagonisti del progetto emancipatorio del filosofo di Treviri. Polverizzare il potere economico non significa solo contrastare i cartelli tra imprese: tema che ha appassionato a cavallo tra Otto e Novecento i fautori di una disciplina antitrust, sviluppata prima negli Stati Uniti e ripresa poi dalla Repubblica di Weimar[14]. Significa anche e soprattutto impedire le coalizioni tra lavoratori in quanto ostacolo al funzionamento del meccanismo per cui la relazione di lavoro, considerata una relazione di mercato qualsiasi, viene governata dalla legge della domanda e dell’offerta. Se infatti i lavoratori sono ridotti a individui soli di fronte al mercato, sono costretti a reagire automaticamente ai suoi stimoli. Il conflitto redistributivo viene allora sterilizzato, e con esso qualsiasi condotta emancipatoria considerata nella sua essenza di condotta antisistema.
Anche il volume di Galli si concentra sul tema dell’identità, innanzi tutto per indicare le trasformazioni che hanno caratterizzato, più che il passaggio dal liberalismo classico al neoliberalismo, quelle interne a quest’ultimo. Il lavoratore in quanto produttore non è più al centro dell’ordine economico, i cui protagonisti sono ora i consumatori in quanto “fruitori di individuale godimento” e non certo come “insieme collettivo” (145). Il tutto per sostenere lo sviluppo di un ordine economico plasmato attorno alla libera circolazione dei fattori produttivi e in particolare dei capitali, che richiede il sacrificio del salario diretto e di quello indiretto, ovvero del welfare[15]. Un ordine che dirotta le pulsioni identitarie oltre l’orizzonte della classe, incompatibile con l’immagine di un contesto sociale pacificato e cooperativo, per approdare a costruzioni incentrate sui “sostanzialismi etnici e religiosi” (148): costruzioni escludenti, “fondamentalistiche ed essenzialistiche” (156).
Tutto questo non caratterizzava l’epoca di Marx e costituisce uno dei momenti di frizione rispetto al tempo presente. Non ci troviamo però di fronte a una novità assoluta: fin dai suoi esordi il neoliberalismo mira a produrre pacificazione e cooperazione tra capitale e lavoro attraverso l’enfasi su valori premoderni, alimentati ad arte per occultare i conflitti prodotti dal funzionamento della modernità capitalista[16]. Più attuale è quanto sottolineato da Galli, ovvero che la lotta contro il neoliberalismo, se per un verso non può più puntare sulla conflittualità della classe tipicamente sfruttata dal capitale, per un altro verso non deve avvitarsi nella ricerca di un unico “soggetto eroico in grado di rovesciare il mondo”. Occorre cioè valorizzare il potenziale in termini di conflittualità di tutti coloro i quali sono sacrificati dal dispositivo neoliberale in quanto dispositivo bisognoso di sacrificare identità (147).
Questo rilievo è condiviso da altri studiosi critici con la letteratura postoperaista, e in particolare con il tentativo di individuare nella forza-lavoro sviluppata dal capitalismo cognitivo il punto di riferimento per un superamento del capitalismo tout court[17]. Sono probabilmente diversi gli accenti, ad esempio quelli riservati al ruolo della forza lavoro migrante, che Galli annovera tra le “contraddizioni strutturali del capitale-mondo”, senza però attribuirle il ruolo di “nuova figura” di riferimento per la “rivoluzione” (155). Non è però diverso lo sforzo di mettere in guardia dall’imboccare le scorciatoie di chi si mette alla ricerca di una “unica soggettività strategica” cui affidarsi per ottenere il superamento dell’ordine capitalista, e così facendo non vede “la pluralità dei conflitti che i molti soggetti contingenti conducono nel mondo contro le contingenti forme della potenza del capitale” (153).
Marx e la questione nazionale
Sono evidentemente altri e numerosi i punti di frizione tra il contesto attuale e quello in cui Marx ha maturato il suo pensiero: tra i tanti l’imporsi della questione ambientale e l’imperare di “un individualismo gretto e subalterno” (55). Ciò peraltro non toglie che si tratti di un pensiero utile se non indispensabile a produrre una teoria critica del neoliberalismo in quanto “ideologia” incentrata sul “dominio reale dei capitalisti sui lavoratori e su tutta la società” (151).
Non solo: Marx ci mostra che “un altro mondo è possibile a partire dalle contraddizioni di questo” (136), e lo fa smascherando “le posizioni di potere che si ammantano di motivi ideali”, documentando a monte che “il potere da cui tutto dipende è quello economico” (51). Mettendo nel contempo in luce il carattere artificiale dell’ordine economico, il suo essere sempre il prodotto di uno specifico punto di vista, per quanto presentato come “avalutativo” e “assunto come oggettivo” (79 s.). In questo senso, conclude Galli, il pensiero di Marx è “un lievito del pensiero e dell’azione” (157 s.).
Il campo entro cui sviluppare l’azione non può però essere quello indicato dell’autore del Capitale, per il quale non vi era una questione nazionale, considerata “in sé una questione borghese” (58). Ci troviamo qui di fronte a un’affermazione ricavata da un contesto radicalmente differente da quello attuale, nel quale la borghesia ha da tempo assunto una dimensione cosmopolita proprio per alimentare l’ordine capitalista. Il perché viene sintetizzato in modo particolarmente efficace dalle parole pronunciate nel primissimo dopoguerra da Lelio Basso per motivare la sua contrarietà all’adesione italiana al Consiglio d’Europa:
“La borghesia nasce con una coscienza nazionale all’origine e si pone come classe nazionale; lotta per superare le divisioni che erano retaggio della vecchia organizzazione feudale, lotta per abbattere le dominazioni straniere che erano retaggio delle vecchie contese dinastiche, e soprattutto lotta perché il capitalismo si assicuri le condizioni di un libero sviluppo sulla base di un sufficiente mercato… La situazione di questo dopoguerra è caratterizzata dal fatto che riesce impossibile alle borghesie, alle classi dominanti, indebolite dell’Europa occidentale, di conciliare la legge del profitto capitalistico con la necessità di garantire un sufficiente tenore di vita alle classi popolari, riesce impossibile difendere ancora i propri privilegi contro la pressione di classi che hanno acquistato la coscienza dei propri diritti e che non potendoli soddisfare nel quadro delle antiquate strutture minacciano di farle saltare… Ed ecco che noi assistiamo a questo punto al passaggio improvviso di quelle borghesie occidentali dal vecchio esasperato nazionalismo ad un’ondata di cosmopolitismo. Ma così come il sentimento nazionale del proletariato non ha nulla di comune con il nazionalismo della borghesia, così il nostro internazionalismo non ha nulla di comune con questo cosmopolitismo di cui si sente tanto parlare e con il quale si giustificano e si invocano queste unioni europee e queste continue rinunzie alla sovranità nazionale”[18].
Galli ha in altre sedi ripreso la distinzione tra cosmopolitismo e internazionalismo, e più in generale rivendicato il ruolo della dimensione statale, arena entro cui si esprime la sovranità popolare, quale argine contro la pervasività del neoliberalismo[19]. Valorizzando quella dimensione non si produrrà per ciò solo un rovesciamento dell’attuale ordine economico: esito secondo alcuni riconducibile invece allo sviluppo del capitalismo cognitivo, non tanto e non solo per il potere acquisito da nuove soggettività rivoluzionarie, ma perché la relativa diminuzione del lavoro renderà il suo sfruttamento non più redditizio[20]. L’ordine economico non verrà rovesciato, ma si determineranno se non altro le condizioni per una ripresa della conflittualità sociale, e a monte per neutralizzazione uno tra i principali dispositivi posti a presidio dell’ortodossia neoliberale: l’Unione europea[21].
Marx ci ha insegnato che “il capitale è potentissimo e al tempo stesso insostenibile” (101), e che pertanto contiene “le condizioni del proprio superamento” (98), almeno se viene “lasciato a se stesso” (89): se lo Stato non interviene costantemente per renderlo storicamente possibile. Anche per questo il recupero della dimensione nazionale diviene indispensabile in quanto terreno sul quale lottare per riorientare l’azione dei pubblici poteri: affinché cessino di adattare la persona al mercato e si mobilitino per difendere la prima dal secondo. Il tutto secondo uno schema che a ben vedere non può dirsi estraneo alla riflessione di Marx, almeno nella lettura che di essa ci ha fornito Lelio Basso:
“Noi sappiamo che Marx scrisse: ‘gli operai non hanno patria’, ma Marx ci insegnò altresì che il proletariato deve acquistare la sua coscienza nazionale e che esso l’acquista, a misura che esso strappa dalle mani della borghesia l’esercizio esclusivo del potere politico… Perciò l’internazionalismo del proletariato si fonda sull’unità e sulla solidarietà di popoli in cui tutti i cittadini, attraverso l’abolizione dello sfruttamento di una società classista, conquistano la propria coscienza nazionale”[22].
Insomma, la fine del capitalismo non è certamente in vista, e altrettanto certamente il recupero della dimensione nazionale non potrà modificare in modo determinante lo stato di cose. Potrà però consentire al marxismo di divenire qualcosa di più di quanto al momento è condannato a essere: una avvincente ricetta per la “umanizzazione del disumano” (135 s.), che tuttavia fornisce materiale per la riflessione intellettuale e non anche per una pratica politica vincente.
NOTE
[1] Marx eretico, Bologna, Il Mulino, 2018, pp. 168. I numeri fra parentesi nel testo indicano le pagine di questo volume.
[2] Cfr. Exposé des motifs de la loi relative à la propriété par le conseiller d'état Portalis, in Code civil des français, vol. 4, Paris, F. Didot, 1804, p. 31.
[3] J. Locke, Il secondo trattato sul governo (1690), Milano, Rizzoli, 1998, p. 103 (n. 32).
[4] A. Smith, Teoria dei sentimenti morali (1759), Milano, Rizzoli, 2001, p. 109 s. e Id., La ricchezza delle nazioni (1776), Roma, Newton Compton, 2005, p. 375 s.
[5] M. Weber, Economia e società (1922), vol. 3, Torino, Ed. Comunità, 2000. p. 85 s.
[6] A. Comte, Philosophie positive (1830-42), vol. 3, Paris, E. Flammarion, 1938, p. 142.
[7] Cfr. O.M. Hartwich, Neoliberalism: The Genesis of a Political Swearword, Centre for independent studies Occasional Paper 114/2009, p. 13 ss.
[8] A. Rüstow (1938), in S. Audier, Le colloque Lippmann. Aux origines du néo-liberalisme, nuova ed., Lormont, Le bord de l’eau, 2012, p. 470.
[9] F. Böhm, Der Wettbewerb als Instrument staatlicher Lenkung, in G. Schmölders (a cura di), Der Wettbewerb als Mittel volkswirtschaftlicher Leistungssteigerung und Leistungsauslese, Berlin, Duncker & Humblot, p. 51 ss.
[10] A. Rüstow, Interessenpolitik oder Staatspolitik, in Der deutsche Volkswirt, 7, 1932, p. 171.
[11] A. Rüstow, Diktatur innerhalb der Grenzen der Demokratie (1929), in Vierteljahreshefte für Zeitgeschichte, 7, 1959, p. 98 s.
[12] F. Böhm, Die Ordnung der Wirtschaft als geschichtliche Aufgabe und rechtsschöpferische Leistung, Stuttgart, Kohlhammer, 1937, p. 21.
[13] C. Schmitt, Starker Staat und gesunder Wirtschaft, in Volk und Reich, 9, 1933, p. 81 ss.
[14] Per tutti D. Gerber, Law and Competition in Twentieth-Century Europe: Protecting Prometheus, Oxford, Oxford University Press, 2001.
[15] Per tutti A. Somma, Europa a due velocità. Postpolitica dell’Unione europea, Reggio Emilia, Imprimatur, 2017, p. 58 ss.
[16] Per tutti R. Ptak, Vom Ordoliberalismus zur Sozialen Marktwirtschaft. Stationen des Neoliberalismus in Deutschland, Wiesbaden, Verlag für Sozialwissenschaften, 2004.
[17] Cfr. C. Formenti, La variante populista. Lotta di classe nel neoliberismo, Roma, DeriveApprodi, 2016, p. 130 ss.
[18] Atti Camera, Seduta di mercoledì 13 luglio 1949, p. 10299
[19] Da ultimo La crisi dell’Europa che non c’è (30 ottobre2018), https://ragionipolitiche.wordpress.com/2....
[20] A. Gorz, Ecologica (2008), Milano, Jaca Book, 2009, p. 30.
[21] Cfr. A. Somma, Sovranismo. Stato popolo e conflitto sociale, Roma, DeriveApprodi, 2018.
[22] Atti Camera, Seduta di mercoledì 13 luglio 1949, p. 10298.
(17 novembre 2018)

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