giovedì 29 novembre 2018

La scuola della competitività è un pericolo. L’unità studenti, insegnanti, lavoratori può sventarlo.

Venerdì 30 novembre scenderanno in piazza studenti e lavoratori della scuola, i quali, pur partendo da piani vertenziali apparentemente diversi, hanno in comune un unico obiettivo politico: l’abolizione delle Legge 107/2015, la cosiddetta buona scuola. 


Ma le intenzioni comuni hanno anche una radice comune: lo sfruttamento sempre più sofisticato e articolato del lavoro.La “campagna Basta Alternanza” ha individuato il punto centrale delle riforme europee tradotte dalla “Buona scuola”, ossia il completo asservimento della formazione alle esigenze del sistema produttivo attuale, sia dal punto di vista delle “competenze” (cioè le conoscenze piegate alle finalità del mercato) che dal punto di vista della mentalità. Non è un caso che nella nozione di “competenza”, oltre al “sapere” e al “saper fare”, sia incluso il “saper essere”. L’“essere” in questione è l’essere per il mercato, ossia per il capitalismo odierno. In altre parole, non solo si deve sapere risolvere un problema che lo sviluppo capitalistico pone (“saper fare”), ma si deve anche volerlo risolvere, si deve accettarne le condizioni e le finalità (“saper essere”, appunto). Per sottrarre lo sfruttamento della “pratica” ai fini del mercato, gli studenti chiedono che essa venga “internalizzata”, ossia gestita dalla scuola, secondo criteri formativi democraticamente decisi dal mondo della scuola e tarata sui reali bisogni degli studenti (ci sarebbe molto da dire sulla nozione di “bisogni formativi” e su chi stabilisce quali essi siano).

Non è un caso che un altro obiettivo degli studenti sia l’abolizione delle prove Invalsi, ossia quel sistema di certificazione delle competenze su cui la scuola (docenti e studenti) non esercitano nessun controllo, le cui finalità non sono spesso conosciute alla stragrande maggioranza del popolo della scuola e su cui non si può dire nulla: aspettiamo, infatti, che qualcuno ci spieghi su quali basi si fondi la competenza linguistica che le prove invalsi intendono misurare. Chi decide che quella ricercata (e spessa imposta attraverso la didattica) dai sistemi di valutazione sia l’abilità linguistica tout court?
Ma non c’è solo questo ad essere preso di mira nella piattaforma studentesca: l’autonomia scolastica e la regionalizzazione delle scuole sono giustamente viste come strumenti di differenziazione che acuiscono in senso territoriale e sociale le divisioni di classe all’interno del sistema educativo nazionale, che sono funzionali alla competizione (già in ambito formativo) nel mercato del lavoro (mercato sempre più integrato a livello europeo).
L’USB ha accolto l’invito degli studenti rivolto ai sindacati di base e conflittuali ad appoggiare la loro lotta e ha indetto uno sciopero del comparto scuola.
Quest’appoggio ha un valore che va oltre la solidarietà rivendicativa (il punto centrale è sempre la Legge 107/2015, oltre agli altri punti rivendicativi che mirano a smantellare l’impianto di tutte le riforme scolastiche degli ultimi 25 anni), ma ha un duplice valore politico strategico: da una parte individua un obiettivo generale (le politiche europee sulla formazione) e dall’altra tenta di ricomporre, per finalità non “politiciste” (non si tratta di andare contro questo o quel governo), un fronte di lotta nel mondo della scuola che metta assieme lavoratori e studenti, avviando un necessario lavoro di ricostituzione del blocco sociale, sottraendolo al blocco economico-sociale regressivo e reazionario di questo paese, che sempre più si avvale del supporto militare (leggi “scuole sicure” e militarizzazione).
Altro bersaglio di questa lotta – va ricordato dopo l’ultima uscita di questo governo – dovrebbe essere il tentativo di abolire il valore legale del titolo di studio, che fa pendant con i tentativi di accelerare i processi competitivi messi in atto con l’autonomia scolastica, la regionalizzazione, il sistema dei crediti e la certificazione delle competenze.
Quale funzione dovrebbe avere l’abolizione del valore legale del titolo di studio? Lo spiegava un anno fa Michele Tiraboschi (ordinario di Diritto del lavoro Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia e coordinatore scientifico Scuola di alta formazione in Relazioni industriali e di lavoro di ADAPT, l’associazione no profit fondata da Marco Biagi nel 2000 per promuovere studi e ricerche di lavoro), in un articolo sul Sole 24 ore: «all’epoca della Quarta rivoluzione industriale, la competizione internazionale sarà sempre più una sfida tra i diversi sistemi educativi e della ricerca che saremo in grado di affrontare solo abbandonando la vecchia e falsa idea che il valore legale del titolo sia garanzia e presidio dell’ideale egualitario».
Qualcuno non lo ricorderà (o forse non lo sa proprio), ma il progetto di abolire il valore legale del titolo di studio era già scritto (intorno alla metà degli anni settanta) nel “Piano di rinascita democratica” (o della “Rinascita nazionale”, come viene anche spesso indicato) della loggia massonica P2 guidata da Licio Gelli. Sarà forse un caso che negli stessi anni un progetto simile – soprattutto per la flessibilizzazione del mercato del lavoro – era presente anche nel programma dei “Chicago Boys”, ossia dei giovani economisti formatisi all’Università di Chicago che furono i consiglieri economici del dittatore cileno Pinochet e pionieri del neoliberismo? A noi sembra proprio di no. Dal Cile di Pinochet al piano della P2 (totalmente applicato da tutti i governi della seconda repubblica), passando attraverso tutte le controriforme del lavoro (fino al Jobs Act) e fino al governo giallo-verde, la strada è quella: la flessibilizzazione e precarizzazione del lavoro, ossia il progetto neoliberista in tutte le sue varianti. L’Unione Europea sostiene questo progetto, nella misura in cui i titoli di studio dovranno contare sempre meno nel mercato europeo del lavoro, a favore della certificazione delle competenze, che possono essere certificate da enti non pubblici, come avviene in alcune parti degli USA dove esistono enti non statali definiti “fabbriche di titoli” (“diploma mill” o “degree mill”).
La cornice della competizione internazionale dà un giro di vite alla corsa competitiva nel mondo della formazione e del lavoro, ormai sono legati in unico destino. E allora, l’alleanza tra lavoratori della scuola e gli studenti/futuri lavoratori ha una ragion d’essere in più per ritrovarsi in piazza il 30 novembre.
*Rete dei Comunisti

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