Mai come nel processo contro Mafia Capitale si sono avute tante prove per dimostrare la corruzione tra funzionari pubblici e imprenditori corrotti: dalle migliaia di pagine di intercettazioni, dai pedinamenti e grazie alle microspie e agli accertamenti finanziari, emerge un insieme di prove che è il “karaoke della corruzione“. Il procuratore aggiunto Paolo Ielo e il sostituto Luca Tescaroli avevano chiuso così la penultima parte della requisitoria del processo ai 46 imputati da due anni alla sbarra nell’aula bunker di Rebibbia. Una mafia nuova senza apparirlo davvero, che ha fatto il salto di qualità passando dalla strada agli appalti e che non ha bisogno di imporre la propria forza con la violenza, perché può contare su un “capitale criminale originario” che ha le radici in quella Roma in cui comandavano la banda della Magliana e l’eversione nera. Una mafia che ha retto alla prova del processo perché “totalmente inattendibili” i principali imputati, Salvatore Buzzi e Massimo Carminati.