lunedì 2 luglio 2018

Karl Marx e lo sfruttamento della natura.

In questi ultimi anni, la sempre maggiore influenza delle questioni ecologiche si è manifestata in particolare nella rilettura, attraverso il prisma dell’ecologia, di numerosi pensatori, da Platone a Mohandas Karamchand Gandhi. Ma, fra tutti, è senza dubbio Karl Marx ad aver suscitato la letteratura più abbondante e più polemica.

LE MONDE DIPLOMATIQUE JOHN BELLAMY FOSTER *
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Karl Marx e lo sfruttamento della natura
Anthony Giddens, ad esempio, ha affermato che Marx, pur avendo testimoniato nei suoi primi scritti una sensibilità ecologica particolarmente sviluppata, aveva in seguito adottato un «atteggiamento prometeico» verso la natura (1). Allo stesso modo, Michael Redclift osserva che, per Marx, l’ambiente aveva la funzione di «rendere le cose possibili, ma l’intero valore derivava dalla forza lavoro (2)».
Infine, secondo Alec Nove, Marx credeva che «il problema della produzione fosse stato ”risolto” dal capitalismo e che, dunque, la futura società dei produttori associati non avrebbe dovuto prendere sul serio il problema dell’uso delle risorse rare», il che significa che era inutile che il socialismo avesse una «coscienza ecologica» (3). Critiche giustificate?
Nel corso dei decenni fra il 1830 e il 1870, la diminuzione della fertilità dei suoli a causa della perdita di nutrienti fu la principale preoccupazione ecologica della società capitalista, sia in Europa che in Nordamerica. L’inquietudine suscitata dal problema poteva essere paragonata solo a quella legata all’inquinamento crescente delle città, alla deforestazione di interi continenti e ai timori malthusiani relativi alla sovrappopolazione. Negli anni 1920 e 1930 nel Regno unito, e poco dopo nelle altre economie capitalistiche in espansione, in Europa e America del Nord, l’inquietudine generale per l’esaurimento dei suoli determinò un aumento fenomenale della richiesta di concimi. Nel 1835 sbarcava a Liverpool la prima nave carica di guano peruviano; nel 1841, le tonnellate importate erano 1.700 e nel 1847 ben 220.000. In quel periodo gli agricoltori arrivarono a rivoltare i campi di battaglia napoleonici, come quelli di Waterloo e Austerlitz, nella disperata ricerca di ossa da spandere sui loro campi.

[Interessandosi agli Stati uniti, il chimico tedesco] Justus von Liebig faceva notare che i centri di produzione di cereali e i loro mercati potevano essere distanti gli uni dagli altri centinaia o migliaia di chilometri. Gli elementi costitutivi dell’humus venivano dunque mandati molto lontano dal loro luogo di origine, rendendo ancora
più difficile la riproduzione della fertilità dei suoli.
Avvelenare il Tamigi
Lungi dall’essere cieco rispetto all’ecologia, Marx, ispirato dai lavori di Liebig fra la fine degli anni 1850 e l’inizio degli anni 1860, sviluppa a proposito della terra una critica sistematica dello «sfruttamento» capitalistico, responsabile del furto di suoi nutrienti e incapace peraltro di assicurarne la rigenerazione. Marx concludeva le sue due principali analisi dell’agricoltura capitalistica spiegando in che modo l’industria e l’agricoltura su grande scala fossero alleate nell’impoverimento dei suoli e dei lavoratori. L’essenziale della critica è riassunto in un passaggio finale della «Genesi della rendita fondiaria capitalistica», nel terzo libro del Capitale: «La grande proprietà fondiaria riduce la popolazione agricola al minimo, a una percentuale continuamente decrescente, e le contrappone una popolazione industriale in continua crescita e concentrata nelle grandi città; in tal modo crea condizioni che provocano una frattura incolmabile nel complesso equilibrio del metabolismo sociale prescritto dalle leggi naturali della vita. Crea così le condizioni che provocano lo spreco delle energie del suolo, spreco che il commercio trasferisce molto oltre le frontiere del paese considerato. (…) La grande industria e la grande agricoltura industriale agiscono nello stesso senso. In origine si distinguono perché l’industria devasta e rovina soprattutto la forza lavoro e dunque la forza naturale dell’essere umano, mentre l’agricoltura rovina più direttamente la forza naturale della terra, ma poi, sviluppandosi, finiscono per darsi la mano: il sistema industriale in campagna finisce così per debilitare anche i lavoratori, e l’industria e il commercio, dal canto loro, forniscono all’agricoltura i mezzi per sfruttare il terreno
La chiave di tutto l’approccio teorico di Marx in questo campo è il concetto di metabolismo (Stoffwechsel) socioecologico, ancorato alla sua comprensione del processo lavorativo.
Nella sua definizione generica di questo processo (rispetto invece alle sue specifiche manifestazioni storiche), Marx ha utilizzato il concetto di metabolismo per descrivere la relazione fra l’essere umano e la natura mediante il lavoro: «Il lavoro è un processo che si svolge prima di tutto fra uomo e natura, un processo nel quale l’uomo regola e controlla il proprio metabolismo con la natura mediante la propria azione. Si presenta di fronte alla materia naturale come una potenza naturale. Mette in moto le forze naturali della sua persona fisica, braccia e gambe, testa e mani, per appropriarsi della materia naturale in una forma utile alla propria vita. Ma, agendo sulla natura esterna e modificandola con questo movimento, egli modifica la propria stessa natura. (…) Il processo lavorativo (…) è la condizione naturale eterna della vita umana (4).»
Per Marx come per Liebig, l’incapacità di restituire al suolo i nutrienti trovava una contropartita nell’inquinamento
delle città e nell’irrazionalità dei sistemi fognari moderni. Nel Capitale, egli osserva: «A Londra, per esempio, del letame prodotto da quattro milioni e mezzo di persone non si è trovato di meglio da fare che usarlo per avvelenare, con un costo enorme, il Tamigi.» Eppure, «i residui derivanti dai processi fisiologici naturali degli esseri umani» avrebbero potuto, come quelli della produzione industriale e del consumo, essere reintrodotti nel ciclo produttivo, chiudendo il ciclo metabolico (5). L’antagonismo fra città e campagna, e la rottura metabolica così provocata erano evidenti anche a livello mondiale: intere colonie vedevano le proprie terre, risorse, suolo rubati per sostenere l’industrializzazione dei paesi colonizzatori. «Da un secolo e mezzo, scriveva Marx, l’Inghilterra ha indirettamente esportato il suolo irlandese, senza nemmeno dare a chi lo coltiva il modo di sostituirne le componenti (6).»
Le considerazioni di Marx sull’agricoltura capitalistica e sulla necessità di restituire al suolo i nutrienti (in particolare
con gli scarti organici delle città) lo portarono a un’idea più generale della sostenibilità ecologica – un’idea che, egli pensava, avrebbe potuto avere una pertinenza pratica molto limitata in una società capitalista, incapace per definizione di una simile azione razionale e coerente, ma che al contrario sarebbe stata essenziale in una futura società di produttori associati. «Il fatto di dipendere, per la coltivazione dei diversi prodotti del suolo, dalle fluttuazioni dei prezzi di mercato, che determinano un continuo cambiamento di quelle colture, e lo spirito stesso della produzione capitalistica, centrato sul profitto più immediato, sono in contraddizione con l’agricoltura, che deve gestire la produzione tenendo conto dell’insieme delle condizioni di esistenza permanenti delle generazioni
umane che si sussuegono.» 
Sottolineando la necessità di preservare la terra per «le generazioni a venire», Marx coglieva l’essenza dell’idea contemporanea di sviluppo sostenibile, la cui definizione più celebre è stata data dal rapporto Bruntland:
«Uno sviluppo che risponde alle necessità del presente senza compromettere la capacità delle future generazioni di soddisfare le loro (7).» Per Marx, è necessario che la terra sia «trattata coscientemente e razionalmente come una proprietà perpetua della collettività, condizione inalienabile di esistenza e riproduzione della serie di generazioni successive
Così, in un famoso passaggio del Capitale, egli scriveva che «dal punto di vista di un’organizzazione economica superiore della società, il diritto di proprietà di alcuni individui su parti del pianeta diventerà assurdo quanto il diritto di proprietà di un individuo sul suo prossimo».
Critiche poco pertinenti
Si rimprovera spesso a Marx anche di non aver individuato il ruolo della natura nella creazione del valore: egli avrebbe sviluppato una teoria secondo la quale tutto il valore deriva dal lavoro, e la natura è considerata come un
«dono» al capitale. Questa critica si fonda su un controsenso. Non fu Marx a inventare l’idea che la terra sarebbe un «regalo» della natura al capitale.
Furono Thomas Malthus e David Ricardo a farne una delle tesi centrali nelle loro opere economiche. Marx era cosciente delle contraddizioni socioecologiche insite in quelle concezioni e, nei suoi Manoscritti economici del 1861-63, rimprovera a Malthus di cadere di continuo nell’idea «fisiocratica» secondo la quale l’ambiente è un «dono della natura all’uomo», senza tener conto di come questo sia legato all’insieme specifico dei rapporti sociali
messi in campo dal capitale.
Certo, Marx era d’accordo con gli economisti liberali nel sostenere che, secondo la legge del valore del capitalismo, alla natura non viene riconosciuto alcun valore. Come nel caso di ogni merce nel capitalismo, il valore del grano dipende dal lavoro necessario per produrlo. Ma, per Marx, questo non fa che riflettere la concezione ristretta e limitata della ricchezza insita nelle relazioni capitalistiche di mercato, in un sistema costruito intorno al valore di scambio. La vera ricchezza consiste invece nei valori d’uso, che caratterizzano la produzione in generale, al di là della sua forma capitalistica.
Di conseguenza la natura, che contribuisce alla produzione di valori d’uso, è una fonte di ricchezza quanto il lavoro. Nella sua Critica del programma di Gotha, Marx rimprovera severamente i socialisti i quali attribuiscono al lavoro quella che egli chiama una «forza creatrice sovrannaturale», considerandolo come l’unica fonte di ricchezza senza tenere conto del ruolo della natura.
marx-fiori* Caporedattore della Monthly Review, New York. Il testo è tratto da Marx écologiste, Éditions, Amsterdam, Parigi, 2011
(1) Anthony Giddens, A Contemporary Critique of Historical Materialism, University of California Press, Berkeley, 1981.
(2) Michael Redclift, Development and the Environmental Crisis: Red or Green Alternatives?, Methuen, Londra, 1984.
(3) Alec Nove, «Socialism», in John Eatwell, Murray Milgate e Peter Newman (a cura di), The New Palgrave: A Dictionary of Economics, vol. 4, Stockton, New York, 1987.
(4) Karl Marx, Il capitale, libro I, Utet, Roma 2013.
(5) Karl Marx, Il capitale, libro III, Utet, Roma 2013.
(6) Karl Marx, Il capitale, libro I, op. cit.
(7) «Il nostro futuro comune», rapporto redatto nel 1987 dalla Commissione mondiale sull’ambiente e sullo sviluppo dell’Organizzazione delle Nazioni unite, presieduta dalla premier norvegese Gro Harlem Brundtland [nota della redazione].
 
(Traduzione di Marianna De Dominicis)
fonte: LE MONDE DIPLOMATIQUE, GIUGNO 2018 in edicola con il quotidiano il manifesto

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