venerdì 6 luglio 2018

Il rosso e il nero (Parte seconda)

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Pubblichiamo la seconda parte (qui la prima) del nostro intervento sul complesso intreccio tra immigrazione e lotta di classe.
È curioso notare come, a volte, persone che dibattono su un argomento da posizioni fortemente contrastanti possano condividere, in maniera inconsapevole, le stesse (erronee) ipotesi di partenza. Una di queste ipotesi è quella delle cosiddette “risorse scarse”. In altri termini, si ipotizza che alcune “risorse” (nel nostro caso, i posti di lavoro) siano date e che l’unico compito della politica sia quello di distribuirle nel modo considerato più “efficiente” o più “giusto”. In questo articolo ci occupiamo di quelli che sostengono la necessità di un certo grado di chiusura delle frontiere nei confronti degli immigrati per non mettere in gioco i diritti acquisiti dai lavoratori italiani, come se i diritti (i salari, i posti di lavoro) dei primi fossero incompatibili con quelli dei secondi. Curiosamente, faremo notare, l’idea che le risorse siano scarse caratterizza anche le posizioni dei sostenitori dell’austerità.
Il timore di alcuni degli autori che, da sinistra, sono preoccupati per le conseguenze dell’immigrazione è che molti degli immigrati “andrebbero ad ingrossare le file del sottoproletariato”. Ed è qui che si inserisce uno dei tanti scambi di opinioni che in questi giorni ha caratterizzato il dibattito sulle migrazioni a sinistra. Da un lato, Oscar Minniticontesta l’idea, suggerita da alcuni, che l’introduzione di un salario minimo uguale per lavoratori italiani e migranti possa costituire la soluzione alla questione immigrazione: ciò porterebbe, secondo Minniti, soltanto a espellere i lavoratori stranieri dal sistema produttivo italiano, condannandoli alla condizione di sottoproletari. Gli risponde Gabriele Repaci, sottolineando come l’antagonismo tra lavoratori italiani e stranieri venga alimentato artificialmente dai capitalisti allo scopo di indebolire la lotta di classe.

Repaci respinge, a nostro avviso giustamente, l’artificiosa contrapposizione tra operai autoctoni e immigrati. Egli cita, al riguardo, Marx, che propugnava le medesime idee in riferimento al rapporto tra operai irlandesi ed inglesi. Il punto centrale sollevato da Minniti, però, ovvero l’efficacia di una legge sul salario minimo, non viene affrontato da Repaci. Vediamo cosa scrive, al riguardo, Minniti.
«[Il salario minimo] risolverebbe solo in minima parte i problemi specifici legati all’immigrazione. Anche una volta introdotta [tale misura], resterebbero da affrontare i nodi del ricorso al lavoro nero, all’esternalizzazione dei servizi tramite finte cooperative intestate a migranti, nonché ai contratti effettuati per una mansione inferiore rispetto a quella effettivamente espletata. Inoltre […] perché un padrone dovrebbe assumere un migrante, se gli costerebbe esattamente quanto un bracciante italiano e sarebbe costretto a garantirgli i medesimi diritti sindacali? A questo punto, meglio contrattualizzare direttamente quest’ultimo. [… Gli immigrati] verrebbero immediatamente espulsi dai processi produttivi e privati perfino di quella miseria che percepivano prima come semi-schiavi, sia nella condizione di lavoratori regolari ma sottopagati, che in quella di lavoratori al nero. Cosa si farebbe con centinaia di migliaia di migranti spazzati via, da un giorno all’altro, dal mercato del lavoro ed impossibilitati a ricollocarsi, perché non più “esercito di riserva” e quindi troppo “costosi”? Li mantieni a vita con carità ed assistenzialismo di stato, tipo reddito di cittadinanza, o con le elemosine per nulla disinteressate degli avvoltoi delle Ong e delle cooperative? Oppure li costringi ad un’ulteriore ghettizzazione e li lasci completamente in mano del “welfare” parallelo delle mafie nazionali e straniere?».
Le motivazioni esposte da chi si oppone al salario minimo sembrano quasi umanitarie: se imponiamo il salario minimo, gli immigrati finiranno per mendicare per strada. Ma senza salario minimo, fanno concorrenza agli italiani e fanno crollare i salari reali. La soluzione, quindi? Beh, scrive Minniti, è triste, ma bisogna «convenire che puoi accogliere solo nel limite delle capacità e delle esigenze del paese in cui vivi, ripristinando la sovranità sulle frontiere, bloccando il business degli sbarchi e delle Ong, gestendo in maniera oculata la politica degli ingressi, senza escludere i rimpatri per coloro che non sono nelle condizioni di restare in Italia. Bisogna avere il coraggio [corsivo nostro] e l’onestà di dire, come hanno già fatto figure eminenti della sinistra comunista, socialista e socialdemocratica europea e mondiale, che l’accoglienza non può essere un pozzo di San Patrizio, senza fondo».
Bisogna, in altre parole, avere il coraggio di prendersela con i morti di fame perché sono gli unici contro i quali possiamo vincere, perché è più facile attaccare loro che chi ci propina l’austerità, la disoccupazione e la deregolamentazione del mercato del lavoro.
Che il salario minimo, da solo, sia una misura insufficiente a favorire la cooperazione tra lavoratori ed evitare la competizione al ribasso sui salari è senz’altro vero.  È assolutamente vero, come scrive Minniti, che anche con un salario minimo ci sarebbero altri aspetti da considerare (lavoro nero, esternalizzazione a finte cooperative, contratti con mansioni inferiori rispetto a quelle effettivamente svolte). Non ci sembra, però, che questa sia una ragione per giustificare l’opposizione all’afflusso di migranti: se si ragiona così, vuol dire che si accettano come ineluttabili iatture, inflitteci da chissà quale malvagia divinità, lavoro nero, false cooperative e compagnia bella. No, non è così: la priorità non è chiudere le frontiere. La priorità è combattere salari da fame, disoccupazione, lavoro nero, contratti farlocchi e così via. Non contro gli immigrati, ma insieme agli immigrati.
Ma veniamo al punto centrale del nostro articolo, quello riguardante il mito della scarsità delle risorse: è davvero necessario – salario minimo o meno – che gli immigrati vadano a ingrossare le fila del sottoproletariato se a entrare nel mercato del lavoro sono i disoccupati italiani? Siamo certi che non ci sia alternativa a vedere gli immigrati espulsi dal sistema produttivo? In altri termini, dobbiamo credere al fatto che il “limite delle capacità e delle esigenze” del Paese in cui viviamo sia immutabile?
Non c’è bisogno di analisi particolarmente raffinate per rivelare che tutto questo è tutt’altro che inevitabile. Così come la disoccupazione degli italiani è la conseguenza di anni di scellerate politiche di austerità e compressione della domanda aggregata, anche quella degli immigrati non va vista come un destino ineluttabile una volta che ci si sia liberati dei vincoli all’azione dei governi imposta dai Trattati. Checché se ne dica, sappiamo da tempo come si combatte la disoccupazione: facendo spesa pubblica in deficit, stimolando la domanda aggregata e, di conseguenza, la produzione e l’occupazione. Non vi sono limiti oggettivi all’espansione della domanda aggregata. Scegliere delle percentuali del PIL a caso oltre le quali impedire l’aumento del deficit o dell’indebitamento delle pubbliche amministrazioni è una scelta politica che ha delle conseguenze ben precise e volute: disoccupazione e contenimento dei salari reali. È giusto ribadire che assumere come un dato di fatto la presenza di un gran numero di disoccupati italiani per giustificare la chiusura delle frontiere significa, da un lato, accettare i vincoli a causa dei quali tale disoccupazione esiste e, dall’altro, sposare in pieno la favoletta delle risorse scarse che ci viene ormai propinata come incontestabile verità (il richiamo “limiti delle capacità e delle esigenze” non può non portare alla mente il mantra dei sostenitori dei tagli alla spesa pubblica: “non possiamo vivere al di sopra dei nostri mezzi”). E significa creare conflitto dove dovrebbe, invece, esserci coincidenza di interessi.
Quando si tratta di ottenere migliori condizioni di lavoro e salari più alti, non vi sono lavoratori bianchi contro lavoratori neri, lavoratori europei contro lavoratori africani, lavoratori italiani contro lavoratori stranieri. Il conflitto non è tra diversi componenti della stessa classe. Sobillare i lavoratori gli uni contro gli altri significa soltanto fare il gioco del capitale. Occorre invece unire i lavoratori e indirizzare la lotta verso il capitale e verso le istituzioni che per conto del capitale ci impongono austerità, disoccupazione e deregulation. Ci vorrebbero divisi, ci troveranno uniti!