giovedì 12 luglio 2018

Il razzismo dei buoni: l’accoglienza di Boeri è la schiavitù

https://coniarerivolta.org


tito
Completamente assimilabile e compatibile con il dogma dell’austerità che ha soffocato l’Italia, il governo gialloverde ha adottato una strategia di distrazione di massa tanto rozza quanto efficace: riempiendo notiziari e televisioni con dichiarazioni ed atti ogni giorno più aberranti, Salvini e compagnia sono riusciti a spostare l’attenzione dalla propria incapacità e mancanza di volontà nel contrastare disoccupazione, precarietà e compressione del potere d’acquisto della maggioranza della popolazione. Deboli con i forti in Europa, sono forti solo con i deboli abbandonati in mezzo al mare. Combattere le migrazioni chiudendo le frontiere, nonostante sia chiaro che il problema in Italia è il contesto delle politiche di austerità, è una scelta inequivocabilmente reazionaria, indubbiamente di destra. In quanto tale va affrontata di petto e combattuta, per quanto nello scenario attuale questa possa apparire una battaglia difficile e con poche speranze di riuscita.

C’è tuttavia una maniera completamente sbagliata di contrapporsi a questa deriva ed è incarnata alla perfezione dalle prese di posizione di pezzi di establishment, scambiati dalle anime candide per alfieri dell’antirazzismo. Hanno fatto molto rumore, in particolare, recenti dichiarazioni di Tito Boeri, presidente dell’INPS, secondo cui il mero calcolo economico dovrebbe indurci a favorire l’accoglienza degli immigrati: “Abbiamo bisogno dei migranti per finanziare il nostro sistema di protezione sociale”. Proprio per fare opposizione in maniera efficace al governo dei pagliacci, è fondamentale sgomberare il campo da possibili equivoci: il governo gialloverde è inequivocabilmente il nemico, ma Boeri non è e mai sarà nostro alleato. Vediamo perché.
Anche se, apparentemente, le dichiarazioni di Boeri appaiono come un attacco ai provvedimenti di Salvini e Toninelli, ciò non deve trarre in inganno su quale sia il suo reale posizionamento di classe. Per scoprire ciò, è sufficiente leggere e prendere sul serio quanto il presidente dell’INPS dichiara: gli immigrati ci servono, perché contribuiscono alla sostenibilità dei conti previdenziali italiani. Precisiamo innanzitutto che, declinato in questi termini, il messaggio è di per sé fallace. In primo luogo perché, opportunamente misurato, il bilancio dell’INPS è in attivo. In secondo luogo perché il ragionamento di Boeri sembra presupporre che la sostenibilità dei conti previdenziali italiani sia a prescindere in pericolo, come per una qualche legge di natura, e non sia invece minacciata delle misure di contenimento della spesa pubblica e dei tagli effettuati in nome dell’austerità: l’austerità produce disoccupazione, precarietà e lavoro nero, e sono questi fattori a causare minori versamenti nella casse dell’INPS. Il ragionamento di Boeri, tuttavia, non è solo errato, ma diventa aberrante nella misura in cui concepisce gli immigrati come strumento di aggiustamento finanziario dei conti pensionistici a costo zero: secondo quella visione, infatti, solo un afflusso miracoloso di fondi dall’esterno dell’economia potrebbe salvare il sistema pensionistico italiano. Ma come funziona, concretamente, questo ruolo salvifico degli immigrati? Al riguardo, Boeri è estremamente e sfacciatamente chiaro: i lavoratori stranieri pagano regolarmente contributi previdenziali e pensionistici; tuttavia, in una rilevante proporzione, non rimarranno in Italia a sufficienza per godere anche dei benefici pensionistici che ne conseguirebbero. Detto altrimenti, pagano dei contributi per una pensione che non riscuoteranno mai, perché torneranno prima o poi nel loro Paese d’origine. Leggere per credere: “in molti casi i contributi degli immigrati non si traducono in pensioni … sin qui gli immigrati ci hanno ‘regalato’ circa un punto di Pil di contributi sociali a fronte dei quali non sono state erogate delle pensioni. E ogni anno questi contributi a fondo perduto (ovvero versati negli anni ma mai ritirati in forma di pensioni, ndr) degli immigrati valgono circa 300 milioni di entrate aggiuntive per le casse dell’Inps”. Detto ancora più chiaramente, Boeri sostiene che la presenza del lavoratore straniero ci è utile perché ci permette di sottrarre loro risorse finanziarie con cui pagare le nostre pensioni. Siamo sulla frontiera dell’esaltazione del furto, e del furto ai danni di chi occupa i gradini più bassi della scala sociale.
C’è un ulteriore argomento altrettanto sbagliato usato per contrastare la retorica salviniana: i lavoratori migranti ci servono, perché svolgono tutta una serie di mansioni, magari umili e non particolarmente gratificanti, grazie alle quali l’economia italiana può andare avanti. La Repubblica sintetizzava questa posizione, in maniera involontariamente caricaturale: “Un’Italia senza stranieri vedrebbe svuotarsi i cantieri edili e i campi, perderebbe un terzo dei componenti delle squadre che puliscono gli uffici, troverebbe chiusa una bancarella su due al mercato quando deve andare a comprare frutta e verdura. In casa, dovrebbe salutare due collaboratrici domestiche su tre e la metà di coloro che danno una mano a prendersi cura dei propri familiari”. È una linea di argomentazione che è stata fatta propria dallo stesso Boeri e, a prima vista, può apparire ragionevole e virtuosa. Il sottotesto, che ha i suoi fondamenti analitici nell’approccio cosiddetto neoclassico alla teoria economica oggi dominante, è tuttavia un concentrato di classismo e razzismo.
Partendo per gradi, secondo questa visione dell’economia il livello di occupazione di un Paese dipende dall’offerta di lavoro, ovverosia dalle condizioni a cui i lavoratori si offrono sul mercato. Non importa quale sia il livello di domanda nel Paese (cioè la somma di consumi, investimenti, spesa pubblica ed esportazioni nette), ciò che conta è la disponibilità dei lavoratori a lavorare al salario prevalente sul mercato. Alcune categorie di lavoratori, in questo caso i migranti, avrebbero – non è chiaro se per ragioni genetiche – inerentemente delle capacità lavorative adatte a pulire i cessi o al massimo il sedere ai vecchi. Se sono fortunati, possono aspirare a scaricare le cassette di frutta al mercato, ma nulla di più. Seguendo l’approccio dominante all’economia, si giunge ad una chiara conclusione in merito al ruolo dei lavoratori immigrati: se non ci fossero loro ad offrirsi per queste posizioni, nessuno si sporcherebbe le mani a fare questi lavori. Secondo questa logica, cosa si può dire in merito ai salari ai quali questi lavoratori possono aspirare? Ovviamente la distribuzione del reddito, seguendo questa narrazione tossica, non è un fenomeno conflittuale, in cui classi sociali opposte cercano di appropriarsi di una quota maggiore di reddito in funzione del loro maggiore o minore potere contrattuale. Si conclude, invece, che il contributo che queste categorie di lavoratori danno all’accrescimento del valore aggiunto di un Paese è decisamente minore rispetto a quello di un ‘normale’ lavoratore indigeno: sono meno produttivi, lavoratori di serie b per natura, e per questa ragione meritano un salario minore. D’altronde, ci dice l’economia dominante, se gli immigrati contribuiscono di meno al benessere collettivo, è anche giusto che prendano salari minori, o magari da fame come gli schiavi che raccolgono i pomodori per pochi euro al giorno: valgono poco.
La Repubblica e Boeri ci raccontano che questo stato di cose è l’ideale, l’unico coerente con il funzionamento ottimale dell’economia: partendo da questi presupposti, le posizioni leghiste in tema di immigrazione sarebbero infondate in quanto incompatibili con l’efficienza del sistema produttivo. Non ci vuole molto, tuttavia, ad accorgersi che il becerume che propaganda Salvini e l’apparente buonsenso di Repubblica e Boeri sono due facce della stessa medaglia. Illegalizzare e colpevolizzare il migrante serve a renderlo vulnerabile e ricattabile, pronto ad accettare condizioni lavorative degradanti. Così facendo, ci raccontano i razzisti buoni, il migrante contribuisce al prodotto interno lordo del Paese ed è complementare alle capacità lavorative del bianco italiano, il quale si può dedicare a lavori ‘veri’. Tutti insieme appassionatamente, ognuno secondo le sue (presunte) capacità.
C’è poi anche una maniera giusta di combattere contro il governo Salvini-Di Maio, in perfetta continuità con la battaglia contro quello Renzi-Minniti e per questa ragione impossibile da rintracciare nelle posizioni di Boeri o tra le pagine de La Repubblica. È incredibilmente complicata e, stanti gli attuali rapporti di forza, con scarse probabilità di successo immediato. Ciò non toglie che la ricerca di scorciatoie non è ammessa. Se il problema è il liberismo, se il problema è l’austerità, se il problema è lo sfruttamento, liberismo, austerità e sfruttamento sono gli obiettivi da combattere. Se ci sono lavori di merda, con remunerazioni miserabili, non si deve né gioire perché il lavoratore migrante li svolge al posto nostro né colpevolizzare il lavoratore migrante perché, così facendo, contribuirebbe ad una pressione al ribasso sui salari dei bianchi. Se ci sono lavori di merda si combattono i datori di lavoro che, su questi lavori e sullo sfruttamento, prosperano e si arricchiscono. Se anche esistesse una supposta (ad oggi inesistente) insostenibilità dei conti pensionistici, in ogni caso il problema si affronta liberandosi del giogo dell’austerità e combattendo la disoccupazione ed una distribuzione del reddito che favorisce unicamente pochi privilegiati. Tutto questo è facile? No, è quasi impossibile. Ma per quanto impervia sia, questa è l’unica strada disponibile per evitare di tradurre la legittima rabbia sociale in una guerra tra poveri, a tutto vantaggio della classe dominante.
In questa lotta Boeri, Salvini, Di Maio e Repubblica staranno dalla stessa parte della barricata. Lavoratori e disoccupati staranno dall’altra, indipendentemente dal colore della pelle.