lunedì 9 luglio 2018

Migranti. Riserve di schiavi sulle coste libiche.

Oltre la tortura c'è l'incubo della schiavitù per i migranti che arrivano in vista del Mediterraneo e lì restano imprigionati nei casermoni vicino le spiagge.
 
Aldo Premoli Giornalista e scrittore. Responsabile comunicazione Centro Studi Mediterraneo Sicilia Europa

"In Libia, la schiavitù è stata ripristinata. L'Europa l'ha provocata, lo ha permesso e ne ha tratto beneficio. In caso di necessità, l'Ue ha i propri schiavi di riserva appena oltremare".
Questo è il messaggio consegnato al regista italiano Michelangelo Severgnini da tre ragazzi africani ospiti dell'hotspot di Pozzallo all'estremo sud della Sicilia. Hanno attraversato prima il deserto e poi il mare. Ma in mezzo a quel viaggio c'è una storia di riduzione in schiavitù. I ragazzi hanno raccontato le loro storie al regista italiano in forma anonima (per non far correre rischi ai propri familiari) diventando così i protagonisti del documentario di 35 minuti "Reserve Slaves".
Il racconto di questi ragazzi con la pelle scura e le loro conseguenti riflessioni devono fare riflettere: per le implicazioni e le possibile ricadute che sono molte, differenti e tutte inquietanti, per loro come per noi.
"La situazione sul terreno è fuori controllo e gestita da bande armate locali. La mancanza di un governo riconosciuto crea le condizioni – racconta Severgnini - perché la schiavitù sia comunemente accettata, diventando una parte reggente del sistema produttivo libico. Le cosiddette 'prigioni libiche' ormai sono delle vere e proprie 'colonie di schiavi'".

Così mentre la comunità internazionale litiga su ingressi primari e secondari, sulla possibilità di creare nuovi hotspot, nelle prigioni libiche si sperimenta la schiavitù del terzo millennio.
I dati raccolti sono costati oltre un anno di lavoro al regista italiano Michelangelo Severgnini (nato a Crema nel 1974, Premio Ilaria Alpi nel 2007, spesso osteggiato in patria per le sue posizioni scomode) e ha dato vita a due progetti paralleli: il film Reserve Slaves, già premiato al "Uluslararası Işçi Filmleri Festivali"di Istanbul, cammina insieme alle pagine social del documentario. E proprio dai social arrivano conferme alla tesi del regista italiano, con centinaia di commenti che testimoniano come sulle sponde africane che stanno a Sud della Sicilia la schiavitù sia un fatto concreto.
Una situazione che l'Occidente non vuole vedere.
"Visto che la schiavitù è largamente accettata in Libia – accusa l'autore italiano ormai da anni a Istanbul - che senso ha pensare respingere i rifugiati in Libia o aiutare le autorità libiche a tenerli sul suolo libico? Al contrario, una vasta operazione di corridoi umanitari è immediatamente necessaria per evacuarli da terra".
Nei 35 minuti del documentario il racconto dei tre migranti non si concentra solo sulle umiliazioni e le torture subite nel viaggio dal cuore dell'Africa alle spiagge della Libia. Della crudeltà dei trafficanti di esseri umani la comunità occidentale ormai sa tutto.
Il focus, la novità è tutta in quello che non si vuole ancora vedere: il sistema di controllo delle carceri libiche, un sistema a 360 gradi con gli "uomini neri" ridotti a fantasmi e costretti alla schiavitù per pagarsi una libertà che può durare pochi giorni.
Si tratta di un circolo vizioso, dalla galere ai campi di lavoro, per ritornare in strada e poi essere nuovamente arrestati e ancora costretti a lavorare per un altro sprazzo di libertà... e così all'infinito aspettando quell'imbarco per le coste europee che può terminare in naufragio e morte per annegamento dentro il confine delle acque libiche.
Porti chiusi e navi delle Ong messe in condizioni di non intervenire? Sabato 30 giugno davanti alle coste libiche sono affogati in 100, il giorno dopo in 63, quello successivo in 114... in quattro giorni 360 morti.
Secondo i dati forniti dal Ministero dell'Interno alla data del 2 luglio gli sbarchi sono diminuiti dell'85% rispetto al medesimo periodo 2017, anno in cui gli arrivi sono stati poco più della metà di quelli del 2016. Nel complesso si tratta dello 0,07% rispetto ai flussi migratori attualmente in atto sul pianeta. Amnesty International inoltre ha stimato che nel 2017 circa 20.000 persone sono state intercettate dalla Guardia costiera libica e riportate nei campi.

(http://www.interno.gov.it/it/sala-stampa/dati-e-statistiche/sbarchi-e-accoglienza-dei-migranti-tutti-i-dati
"Ci sono ragazzi che hanno passato sei mesi delle loro vite in questo modo – racconta Severgnini – pagando la libertà e perdendola di nuovo per colpa delle gang criminali che controllano il territorio delle coste libiche nel vuoto di potere di una Nazione che sostanzialmente non esiste più".
Il racconto di uno dei tre testimoni scovati da Severgnini:
"Nelle celle dove siamo stati rinchiusi appena arrivati in Libia ci sono migliaia di persone, senza spazio, senza cibo, senza acqua. Quando sei stanco di aver fame muori e quando questo succede i carcerieri prendono il tuo corpo e lo gettano via, nella spazzatura o a mare dove diventiamo cibo per pesci..."
Nei confronti dei migranti esisterebbe persino una forma di odio razziale:
"I libici non vedono un nero come un essere umano ti vedono come un animale non pensano nemmeno che i neri siano stati creati da Dio - racconta uno dei testimoni contattati dal regista – e così sono in molti a morire in Libia. L'ho visto coi miei occhi: se ti rifiuti di lavorare ti sparano. Molte guardie, poi sono sotto l'effetto della droga.."
Una forma di persecuzione che non si arresta ma, "se vedono un nero per la strada le pattuglie private si fermano, ti arrestano, ti caricano sulla macchina e ti vanno a vendere. Sono stato in prigione molte volte se non hai i soldi per pagare il riscatto ti dicono di lavorare". Ma non è un lavoro normale. Ogni mattina i prigionieri vengono letteralmente battuti all'asta, come al mercato del bestiame:
"La gente viene lì ad affittarti. Non c'è un solo posto sicuro in Libia per un uomo di colore. Se ti rifiuti di lavorare ti sparano nessuno può fare niente, non il governo non la polizia".
In quelle carceri la tortura non è solo macabro divertimento ma è anche uno strumento per far arricchire le bande criminali:
"Ti picchiano poi ti obbligano a chiamare la tua famiglia al telefono... chiamano i tuoi parenti e mentre tu parli loro ti picchiano, tu urli e loro sentono quanto soffri.. in questo modo riescono a farsi mandare soldi per te".
Secondo il racconto dei migranti, non si tratta di semplici bande criminali allo sbando ma di un network operativo in tutto il continente africano. Infatti, spiega sempre uno dei "testimoni", "se la tua famiglia decide di mandare i soldi per pagare il riscatto loro hanno già i loro uomini nel paese da dove sei arrivato. Ghana, Niger, Nigeria, i loro uomini sono ovunque". I pagamenti per riscattare gli uomini e le donne ridotti in schiavitù non avvengono in Libia ma sui conti Western Union dei paesi di origine. Oppure grazie a membri dell'organizzazione criminale che si recano personalmente a ritirare i soldi presso i familiari e poi comunicano l'avvenuto pagamento ai carcerieri in Libia.
L'esistenza di una rete transnazionale sarebbe confermata anche dalle milizie presenti a controllare le carceri:
"A Zawiya c'è una grossa prigione non per arabi, non per bianchi solo per neri – continua il racconto di uno dei sopravvissuti all'inferno libico - e all'interno le guardie sono ghanesi... Il capo si chiama Muosa ed è ghanese. Quella prigione non dipende dal governo ma è gestita dai ghanesi e dagli Asma Boys".
Chi resiste prima o poi si troverà in riva alla spiaggia per tentare il viaggio finale in barcone. L'esercito di potenziali schiavi è pronto: in nome di un sogno chiamato Europa.