martedì 1 maggio 2012

Altre parole


Le parole che ci opprimono sono quelle asserzioni che apparentemente non lasciano alternativa. Come si fa a dire che non si vogliono far sacrifici per il nostro Paese se ci ripetono tutti i giorni che siamo in recessione  o che i mercati non capirebbero e lo spread (con i bund tedeschi) riprenderebbe inesorabilmente a salire e quindi ci ritroveremo come la Grecia, ossia un paese pieno di poveri e con un piccolo gruppo di ricchi sempre più ricchi e più avidi. Allora giù batoste di tasse e imposte che deprimono la non brillante economia, diminuiscono il potere d'acquisto e restringono i prestiti alle imprese le quali a loro volta falliscono o delocalizzano (in Paesi con minor imposizione) e si creano ancor più disoccupati. Contemporaneamente si concedono prestiti al sistema bancario con meccanismi complicatissimi e contorti e questi ultimi, con i soldi concessi al tasso dell'1% si comprano i nostri buoni del tesoro, che nel frattempo rendono bene e continuano a non stimolare l'economia non prestando soldi.
Per far le cose per bene, come vanno fatte, si chiamano dei professori  che per rendersi credibili ai mercati cambiano la Costituzione inserendo il pareggio di bilancio come nuovo elemento, appunto, costitutivo della Repubblica. Il lavoro è da questo momento subordinato al pareggio di bilancio, quindi lo Stato non può investire per creare condizioni di occupazione se non con i soldi che incassa in più durante l'anno. Come si fa ad incassare di più se, come dicono le persone responsabili che ci governano e che siedono in parlamento, siamo in recessione e ancora nel bel mezzo della crisi più grave dal dopo guerra, e i cittadini hanno meno soldi da spendere e quindi lo Stato incasserà di meno dall'imposta sui beni di consumo (IVA) e dalle varie accise, rimane per noi poveri sempliciotti un mistero. Anche  a questa obiezione hanno una risposta, anzi due o tre: primo lotta senza quartiere all'evasore, secondo smantellare le garanzie dal contratto di lavoro, altra parola opprimente “flessibilità in entrata e soprattutto in uscita”, terzo razionalizzare la spesa pubblica (spending review). Peccato che la maggior parte dell'evasione è consentite da leggi che permettono, a chi se lo può permettere, di costruire bilanci formalmente corretti perché sostenuti da norme che consentono di confondere l'origine degli oneri contributivi. Sull'assoluta ininfluenza delle norme sul lavoro rispetto all'occupabilità è inutile soffermarsi: siamo in recessione cioè produciamo di meno e servono sempre meno addetti. Il terzo pilastro è quanto ci sentiamo dire da quarant'anni e puntualmente non si verifica: alla fine si scopre che sono tutte spese necessarie e che i tagli sono talmente marginali e che occorre così tanto impegno e tempo, che tutto sommato conviene lasciar perdere.
Ma quello che è più insopportabile, per chi non ha corrotto ne    ha evaso il fisco e neppure falsificato i bilanci, insomma uno sfigato al quadrato direbbe qualche assistente di qualche ministro, è che i decisori tecnici e politici ci instillano e giornalmente alludono, al nostro comunque doverci sentire in colpa e corresponsabili di questa situazione che, peraltro, ci dicono essere globale. Eppure, forse questo è proprio l'unico punto su cui hanno una certa ragione. Siamo colpevoli di semplicismo, di credulità (popolare), di scarsa consapevolezza, di asservimento al potere (dei politici, dei partiti e dei potentati di turno), di vigliaccheria, di faciloneria, di mancanza di coscienza collettiva, d'individualismo, di competizione esacerbata, d'ignoranza e di pigrizia mentale. Siamo statati un po' tutti, comunque la maggioranza, ad accettare per troppo tempo le manifeste menzogne e ipocrisie dei monopolisti delle “opinioni comuni”, di quelli che a forza di ripetere le stesse frasi alla fine riescono, senza che ce ne accorgiamo, a farle entrare nella nostra rappresentazione della realtà come se fossero la realtà stessa. Per quattro briciole di pseudo benessere ci siamo accontentati di esercitare  la nostra capacità critica, nel migliore dei casi, al bar o a cena con gli amici. Poi, nello svolgimento delle nostre quotidiane mansioni, abbiamo fatto finta di non vedere o di non capire, per non dover prendere una posizione che si sarebbe fatalmente rilevata scomoda (o meno confortante) per noi, convinti che tanto non sarebbe cambiato niente e quindi meglio lasciar perdere. Lo scopriamo adesso che i partiti incassano soldi pubblici in misura non confrontabile con le spese elettorali realmente sostenute? E  possiamo accettare che i leader di questi stessi partiti si scandalizzino quando qualcuno di loro viene preso con le mani nel sacco e allora, come un sol uomo, si lanciano in campagne moralizzatrici, moderatamente però, perché non hanno nessuna voglia di rinunciare ai soldi in più che hanno incassato. Quei soldi sono nostri e dovevano servire per permettere a tutti i partiti che si erano impegnati in una campagna elettorale, di convincere e di far prevalere un'idea, un progetto per il futuro, un modello di società rispetto ad un altro. Come? Organizzando incontri, facilitando la comprensione della complessità del nostro mondo, stimolando la partecipazione dei cittadini a convegni e seminari, magari con feste, mostre, attività culturali collaterali ad un momento di comunicazione esplicita del proprio pensiero politico. E invece hanno comprato case, diamanti e auto di lusso con quei nostri soldi sudati e da noi lasciati a disposizione della democrazia, non del figlio, dell'amante e dell'agente immobiliare dei partiti.
Tra poco si ri-vota per Comuni più o meno grandi. Vedremo se i cittadini italiani saranno ancora disposti a dar credito a questi partiti, mi riferisco ai principali, oppure saremo capaci di dare un segnale vero, magari astenendoci oppure votando partitini di sinistra o gruppi civici locali, fin'ora sempre in minoranza, ma che si esprimono in maniera chiara con un programma leggibile e soprattutto siano disposti ad essere monitorati dai cittadini stessi e sempre pronti a condividere le decisioni con i propri elettori.
Riprendiamoci il diritto alla parola. Riappropriamoci delle nostre vite e non lasciamo mai più a nessuno il potere di scegliere senza il nostro consenso sul nostro futuro.
CampagnanoR@P

Nessun commento:

Posta un commento