domenica 20 maggio 2012

Perchè l’austerità incentiva la criminalità

La restrizione del credito che sta colpendo famiglie ed imprese – gettandone molte fra le braccia della criminalità – viene spesso attribuita all''"avarizia" delle banche. Si tratta in realtà di un problema connesso alle politiche di austerità, che – peraltro – aggrediscono maggiormente l’economia meridionale.


di Guglielmo Forges Davanzati

Dopo un lungo silenzio, il Piano per il Sud voluto dal Ministro Barca riaccende i riflettori sulla mai risolta “questione meridionale” [1]. I problemi dell’economia meridionale si sono notevolmente accentuati a seguito della crisi in corso e delle politiche di austerità che hanno significativamente contribuito ad aggravarli. Fra questi, quello che dovrebbe destare maggiore preoccupazione (e sul quale si sono spese troppe poche parole, e nulla, fin qui, si è fatto) riguarda l’espansione dell’economia irregolare e, ancor più, dell’economia criminale.

L’ufficio studi di Unimpresa ha recentemente rilevato che la criminalità organizzata dispone di circa 150 miliardi di euro da riciclare. Un capitale monetario di ingenti proporzioni che trova due destinazioni: prestiti a usura a imprese e famiglie. Si stima, a riguardo, che – per l’Italia nel suo complesso – il sovra indebitamento delle famiglie in Italia, a marzo 2012, è aumentato del 219,9% rispetto allo stesso mese del 2011 e che, in larga misura, questo aumento deriva dalla crescita – stimata nell’ordine del 150% - dei prestiti usurai. A ciò si aggiunge che il debito medio delle famiglie italiane si aggira intorno ai 43.000 euro e che il debito medio delle piccole imprese è di poco inferiore ai 64.000 euro.
Le conseguenze di questo fenomeno sono facilmente prevedibili, dal momento che, di norma, il debito con tassi di interesse usurai diventa progressivamente insostenibile, generando il fallimento di imprese (e l’insolvenza delle famiglie), e la loro acquisizione da parte della criminalità organizzata. Il fenomeno, quando è stato analizzato, è stato imputato quasi esclusivamente alla restrizione del credito, quest’ultimo visto come causa ultima del problema, spesso adducendo un argomento di natura etica per darne una motivazione facilmente divulgabile: le banche sarebbero eccessivamente ‘avare’ e avrebbero beneficiato di finanziamenti pubblici senza produrre alcun beneficio per la crescita economica [2].

Si tratta di una tesi molto opinabile per due ragioni. In primo luogo, le banche non sono affatto avare ma, più semplicemente, registrano (come le imprese) consistenti cali dei profitti: si stima, a riguardo, che le sofferenze nette delle banche italiane hanno raggiunto, nel marzo 2012, l’importo complessivo di 35.5 miliardi di euro, con un incremento di oltre il 50% nel corso dell’ultimo anno. L’aumento delle sofferenze bancarie deriva in larga misura dalla riduzione del valore dei titoli di Stato detenuti da Istituti di credito italiani [3]. In secondo luogo, si può argomentare che la restrizione del credito – per l’economia italiana - è un problema anche connesso alle politiche di austerità, che – peraltro – aggrediscono maggiormente l’economia meridionale e le fasce più deboli della popolazione lì residente.

Va ricordato, a riguardo, che le politiche fiscali restrittive praticate negli ultimi anni hanno penalizzato maggiormente il Mezzogiorno. Su fonte SVIMEZ, si calcola che i trasferimenti pubblici si assestano a circa 356 euro pro-capite nei comuni del Centro-Nord, a fronte dei 330 nei comuni meridionali. A ciò si aggiunge il fatto che, in termini pro-capite, le entrate tributarie sono raddoppiate nei comuni del Centro-Nord e triplicate nei comuni del Mezzogiorno, nel periodo compreso fra il 1991 e il 2010. Ciò a dire che i cittadini meridionali, a dispetto della vulgata, ricevono meno fondi dallo Stato e pagano più imposte rispetto ai residenti nelle aree più ricche del Paese. I nessi esistenti fra politiche di austerità e restrizione del credito, con particolare riferimento al Mezzogiorno, rinviano a un duplice meccanismo.

a) La struttura produttiva meridionale è costituita da imprese di piccole dimensioni, poco innovative, scarsamente internazionalizzate, che vendono essenzialmente in mercati locali o che operano su subfornitura, producendo beni intermedi utilizzati da imprese collocate nelle aree centrali dello sviluppo capitalistico. Le politiche di austerità, sotto forma di contrazione della spesa pubblica e aumento dell’imposizione fiscale, in quanto riducono i redditi disponibili, riducono, conseguentemente, i consumi, con conseguente riduzione dei margini di profitto. La riduzione delle risorse per l’autofinanziamento della produzione contribuisce a ridurre le dimensioni medie aziendali, o a determinarne il fallimento, così che le politiche di austerità accentuano il problema del nanismo imprenditoriale. Si osservi che le dimensioni d’impresa costituiscono un fattore rilevante per l’accesso al credito, nel senso che le imprese di più piccole dimensioni – in quanto ritenute più esposte al rischio di fallimento – tendono a essere razionate, e, conseguentemente, ciò incentiva il ricorso a prestiti usurai.

b) Le politiche di austerità, in quanto riducono la domanda aggregata e accrescono la disoccupazione (con particolare riferimento alla disoccupazione giovanile), contribuiscono all’erosione dei risparmi e, dunque, alla riduzione dei depositi bancari, accentuando – anche per questa via – la restrizione del credito.

A ciò si può aggiungere una considerazione di carattere generale. A fronte delle molteplici motivazioni che guidano le scelte di finanziamento da parte del sistema bancario, occorre considerare che le banche erogano credito anche tenendo conto delle aspettative in ordine ai profitti che le imprese potranno ottenere e che, a loro volta, le imprese chiedono finanziamenti bancari sulla base delle proprie aspettative di profitto [4]. A parità di costi di produzione, si può ritenere che la contrazione della spesa pubblica e l’aumento dell’imposizione fiscale – dal momento che riducono i ricavi attesi – peggiorano le aspettative, non solo delle imprese ma anche delle banche. Così che quanto più si riduce la spesa pubblica tanto più il sistema bancario è indotto a comportarsi in modo ‘non accomodante’ [5], riducendo i finanziamenti e attivando, per questa via, una spirale perversa che va dalle politiche fiscali restrittive alla riduzione dei finanziamenti a imprese e famiglie, al calo della domanda, della produzione e dell’occupazione. Si è qui in presenza di un circolo vizioso: la riduzione della domanda aggregata incentiva la restrizione del credito bancario, così come la restrizione del credito bancario – riducendo gli investimenti – riduce la domanda aggregata. In tal senso, si può stabilire che le politiche di austerità sono causa ed effetto della contrazione dell’offerta di credito bancario e che, in assenza di misure di contrasto all’economia irregolare, a questo fa seguito la sua espansione.

Questo meccanismo segnala un’ulteriore contraddizione delle politiche di austerità: non soltanto, infatti, il perseguimento del rigore finanziario non riesce a raggiungere l’obiettivo che si prefigge (la riduzione del rapporto debito pubblico/PIL) [6], ma, poiché alimenta la crescita delle attività irregolari (e, dunque, l’evasione fiscale), riduce il gettito fiscale, rendendo ancora più problematico il raggiungimento dell’obiettivo della stabilità dei conti pubblici. La contraddizione è qui ulteriormente amplificata dal fatto che, poiché le infiltrazioni criminali sono irreversibili (a meno di incisive politiche di contrasto [7]), l’austerità agisce anche come disincentivo all’attrazione di investimenti nel Mezzogiorno. Tutto ciò al netto dei costi umani e sociali associati all’espansione della criminalità organizzata.

NOTE

[1] In estrema sintesi, il Piano del Ministro per la Coesione Territoriale prevede l’utilizzo di fondi UE per un duplice obiettivo: rafforzare la competitività delle imprese meridionali, mediante incentivi all’adozione di processi innovativi ed erogare maggiori servizi sociali (soprattutto mediante le organizzazioni non-profit) a beneficio dei cittadini meridionali che versano in condizioni di massima indigenza.
[2] Si aggiunge, a riguardo, una motivazione (pseudo) scientifica, secondo la quale la banche otterrebbero profitti mediante operazioni di signoraggio: ovvero, e sinteticamente, offrendo moneta a un valore superiore al suo costo di produzione. Non è questa la sede per una critica a questa tesi. In linea generale, e su questi temi, appare condivisibile la tesi di Hyman Minsky “il sistema bancario è una forza distruttiva che tende a produrre e amplificare l’instabilità, ma è, al tempo stesso, un fattore essenziale per il finanziamento degli investimenti e per la crescita economica”. H.P.Minsky, Stabilizing an unstable economy. New Haven: Yale University Press, 1986, p.224.
[3] Secondo l’ABI, ciò dipenderebbe anche dall’eccessiva regolamentazione delle attività bancarie imposta dagli accordi di Basilea 3. Per un approfondimento, si veda http://www.bis.org/bcbs/basel3_it.htm.
[4] Per un approfondimento sul tema, si rinvia a M.Wolfson, A Post Keynesian theory of credit rationing, “Journal of Post Keynesian Economics”, 18 (3), pp.443-470.
[5] Cfr. http://cemf.u-bourgogne.fr/z-outils/documents/communications%202007/Alain%20PARGUEZ%202007.pdf
[6] Ciò per le ragioni esposte, fin dal 2010, in www.letteradeglieconomisti.it.
[7] Politiche che ovviamente necessitano di essere finanziate, in un contesto nel quale l’obiettivo della riduzione della spesa rende scarse le risorse disponibili per questo obiettivo.

(18 maggio 2012))

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