domenica 23 settembre 2018

“I paesi della periferia europea hanno bisogno di una moneta diversa dall’euro”.

Per tanti anni i pagamenti internazionali si sono effettuati maggiormente mediante il trasferimento di dollari tra le banche private. Nonostante il dollaro non fosse già più ufficialmente oro, e contro l’opinione di molti esperti, continuò ad essere la moneta internazionale di riferimento nonostante avesse perso molto del suo valore, nei suoi peggiori momenti della crisi. 


Ci sono autori che danno conto di questo deprezzamento verificatosi durante gli anni Settanta, nel contesto della così detta prima crisi del petrolio, poi dell’energia e industriale, e infine economica, con la volontà dei governi Nixon-Ford e Carter di migliorare il saldo commerciale estero statunitense, ripetutamente in rosso dal 1970.
Evoluzione negli ultimi 30 anni delle riserve monetarie globali. 




Possiamo vedere come il dollaro abbia lentamente perso il proprio dominio a favore principalmente dell’euro, che dopo un periodo iniziale di espansione ha registrato come tutte le valute una contrazione, dovuta all’inserimento e alla rapida affermazione come moneta di riserva del Renminbi cinese . Con la finanziarizzazione dell’economia, e quindi con la messa a rendita dei profitti e con la compressione del monte salari complessivo, il modello, della cosiddetta golden age, viene a cadere e anzi si inverte il ruolo degli operatori economici. La riduzione del monte salari complessivo nella redistribuzione del PIL ne diminuisce ovviamente la capacità di acquisto e la propensione al risparmio, tramutando l’operatore famiglia, quindi i lavoratori, da risparmiatori creditori a consumatori poveri indebitati, con l’aumento delle mille forme di ricorso al debito per sostenere i consumi anche di prima necessità. Allo stesso tempo, la sempre più evidente redistribuzione del valore aggiunto ai redditi da capitale, e la trasformazione dei profitti in rendite, disincentiva di fatto la propensione all’investimento produttivo.
Da quest’altro grafico si evince inoltre che negli ultimi 40 anni gli Stati Uniti, il Giappone e l’Europa 4 abbiano subito una drastica riduzione del peso dell’industria in percentuale al PIL. Al contrario i Bric, nonostante un punto di flesso tra il 1995 e il 2005, che è comunque superiore alle percentuali degli altri paesi, registrano un notevole aumento.
 

Possiamo notare come, in Giappone e nell’Europa 4, ovvero i 4 motori industriali dell’Europa (un gruppo di cooperazione interregionale formato da Lombardia, Catalogna, Baden-Wurttemberg e il Rodano Alpi, Fonte: commissione europea), il valore aggiunto dell’industria mantenga un andamento costante con un punto di flesso nel 2008, mentre negli Stati Uniti sia notevolmente più elevato, ma con un punto di flesso maggiore. I Bric invece fanno registrare una crescita esponenziale dal 1988 che risente solo lievemente della crisi (rallenta la crescita infatti, ma non si interrompe come negli altri paesi).


A partire dall’estate 2007, con il connesso crollo del mercato del credito mondiale, abbiamo assistito a un rigenerato interventismo statale in tutti i paesi a capitalismo maturo, indirizzato però non al rilancio della produzione e dell’occupazione a pieno salario e pieni diritti nell’economia reale, ma al salvataggio del sistema bancario e finanziario. Tali operazioni, che puntano a ridare ossigeno al sistema bancario, innalzano pesantemente il deficit fiscale dei paesi centrali, sia per l’entità delle somme impiegate, sia per la diminuzione degli introiti fiscali, dovuta alla decelerazione degli investimenti produttivi causati dalla riduzione del credito alla produzione, che di fatto blocca i processi di crescita dell’accumulazione capitalista.
Evoluzione della composizione totale delle riserve monetarie. 


Nel 2010 le riserve mondiali erano composte per il 41,9% da dollari, il 37,4% da euro, il 9,4% da yen e il 11,3% da sterline. Come possiamo notare nel 2015 tutte queste valute subiscono una contrazione dovuta all’inserimento come valuta di riserva mondiale dello Yuan Cinese (Renminbi) .
Se infine si applica la stessa moneta a paesi in cui l’accumulazione del capitale si fonda sull’esportazione e a paesi strutturalmente importatori, la politica monetaria non è in grado di conciliare le priorità di alcuni (che necessitano di una moneta stabile così da avere accumulazione a lungo termine basata sull’esportazione) e di altri (che hanno bisogno di svalutazioni periodiche per facilitare l’aggiustamento interno). Quindi, la politica applicata difenderà gli interessi dei più forti, in questo caso dei paesi esportatori dell’Europa centrale (Germania e i suoi satelliti occidentali: Finlandia, Olanda, Austria e Belgio), rispetto a quelli dei paesi deboli della periferia mediterranea (Portogallo, Italia e Grecia e Spagna, PIGS


In questo grafico possiamo notare come attualmente la maggior parte dei paesi dell’Europa occidentale abbia un indice di produzione industriale al di sotto della media europea. Solo la Germania si trova nettamente al di sopra, mentre la Francia, pur avendo un valore minore, si avvicina alla media. Spagna, Italia e Grecia si trovano rispettivamente agli ultimi 3 posti.
La soggezione delle economie dell’Europa meridionale e orientale è la condizione necessaria per sviluppare questo ruolo nell’accumulazione globale. La nuova amministrazione nordamericana, che in questo non differisce dalle precedenti, è molto consapevole della sfida di cercare di mantenere una posizione di dominio, che ormai non si riflette più nelle proprie strutture produttive. Il neoliberismo è in un certo senso una procedura per cercare di prolungare nel tempo quella posizione di vantaggio ereditata dalla seconda fase della rivoluzione industriale, innanzitutto attraverso il controllo globale della finanza e della valuta mondiale, per ottenere la cattura di rendite finanziarie che compensando diminuzione dei profitti degli Stati Uniti sotto forma di eccedenze produttive.
La Germania ha trasformato la crisi bancaria in una crisi del debito pubblico, costringendo a utilizzare le tasse pubbliche per ripulire e riossigenare il sistema finanziario privato. Si è così assicurata che le entrate pubbliche delle tasse, in primis quelle gravanti sul fattore lavoro, pagassero i debiti commerciali con le banche tedesche, a costo di ridurre i servizi pubblici, le pensioni, l’occupazione e gli investimenti nei paesi del Sud Europa .Si tratta in effetti di una gigantesca operazione a favore di banche, sistema finanziario e imprese, per lo più medie e grandi, per trasformare il debito privato in debito pubblico; si porta così la crisi del capitale in una direzione più pesante che è quella relativa alla crisi economica e politica degli Stati sovrani sotto forma di crisi del debito pubblico.
Uno scenario che permette al mercato di richiedere ai governi la “socializzazione” delle perdite del sistema bancario, usando poi lo Stato per appropriarsi del denaro ottenuto dalle imposte e dalle tasse pagate dai lavoratori.
Si può quindi dire che l’unificazione della politica monetaria per la messa in marcia dell’Euro sia servita a rafforzare il modello esportatore dei paesi centrali dell’Eurozona e a debilitare la posizione commerciale e subordinare la dinamica d’accumulazione nei paesi periferici del Mediterraneo alla divisione del lavoro imposta dal centro. Ne segue che i PIGS diventano sempre più delle riserve agricole e di servizi turistici e residenziali sottomesse a processi di deindustrializzazione più o meno accelerati.
Si invertono, così, i comportamenti e il ruolo del ciclo espansivo keynesiano.
Paesi come quelli dell’ALBA, perfino la Cina, subiscono gli effetti del disordine contribuendo inavvertitamente e involontariamente ad alimentare il Capitale Fittizio Internazionale (XenoCapitale secondo Autori come Schmitt), fonte inesauribile di speculazione destabilizzante nei mercati internazionali.
Nel 2008, con entrata in vigore nel 2010, è stato creato il SUCRE (Sistema Único de Compensación Regional), che introduce una moneta di conto che consente di realizzare gli scambi all’interno dell’area senza utilizzare il dollaro. Si tratta di una moneta virtuale, che non è previsto circoli in forma fisica, ma solo virtuale. Si tratta di un meccanismo compensatorio per l’integrazione economica regionale, un sistema di pagamento che si basa sui valori politico sociali, e non finanziari della complementarietà, reciprocità, cooperazione e solidarietà, con l’obiettivo di sfruttare le risorse dei diversi paesi per attenuare gli squilibri esistenti.
Dall’introduzione nel 2009 del sistema Bitcoin, l’uso delle criptomonete si è esteso enormemente su scala globale anche grazie alla sicurezza delle transazioni e alla facilità di utilizzo .
Il PETRO si inserisce infatti in una tendenza globale che nel 2017 ha visto Russia e Cina grandi protagoniste nella costruzione di una architettura di pagamenti, investimenti e scambi commerciali a livello regionale, verso un sistema multimonetario basato sulla triade petrolio/yuan/oro. Anche l’Iran sta progettando l’adozione di una moneta digitale realizzata con la tecnologia Blockchain . In generale, la diffusione su scala globale di monete sganciate dal dollaro come mezzi di scambio accelera la decadenza del dollaro come divisa egemonica per il commercio estero e come mezzo per applicare sanzioni e blocchi finanziari ai danni dei paesi avversari.
Ciò che qui ci interessa è proprio la sperimentazione di progetti di politica monetaria a chiaro connotato antimperialista e di protezionismo solidale di classe, che si realizzano all’interno dei processi di transizione reali perché possibili, come quello dell’ALBA. Una transizione nell’Area Euromediterranea acquisirebbe necessariamente caratteristiche molto differenti perché differenti sono le condizioni; ma uguale sarebbe la necessità di adottare anche strumenti di politica monetaria, monete di compensazione per gli scambi commerciali, per evitare di essere “strozzati” dal grande capitale finanziario.
L’esperienza incoraggiante dell’uso del SUCRE indica quanto accertato dall’iniziativa e segna la strada sulla quale il piano per la creazione dell’Ufficio Centrale Bolivariano dei Pagamenti Internazionali (in lingua originale OCBPI ) permette di avanzare.
Un protezionismo solidale per una politica industriale di recupero delle capacità al servizio del popolo
Il problema rappresentato dall’Euro e dall’architettura finanziaria dell’Eurozona, impostata sul mantenimento dell’aggiustamento perenne, viene aggravato dall’assenza di una politica di impulso espansivo dell’economia, impensabile con i trattati comunitari vigenti, che interpretano quasi tutta la politica espansiva come interventismo nefasto del mercato nel paradiso idilliaco dell’assegnazione privata delle risorse.
A livello internazionale sempre più si affermano politiche protezionistiche e ideologie nazionaliste insieme al generalizzato e auspicato aumento della spesa militare.
La “guerra dei dazi”, divenuta esplicita a inizio 2018 e che fa esplodere il vertice G7 del Canada di giugno 2018, manifesta chiaramente questo aumento della tensione internazionale e della tendenza al protezionismo.
I paesi della periferia Europea hanno bisogno di un sistema monetario e finanziario alternativo all’Euro e alla globalizzazione. Però non si può concepire un sistema del genere in un mercato unico neoliberista come è stato concepito nei Trattati Europei. Le regole di funzionamento di tale mercato impediscono una soluzione che dia stabilità al processo di accumulazione, per lo meno nel senso in cui si concepisce la “stabilità” nel capitalismo, ossia un periodo relativamente lungo di crescita in cui si incatenano cicli successivi di espansione e contrazione economica.
Quindi è la stessa pratica contro la finanza dell’impero che dimostra che proporre una nuova moneta per paesi con strutture produttive più o meno simili sarebbe l’unica alternativa possibile, che permetterebbe sia di mantenere un margine di negoziazione con le istituzioni comunitarie e con la Banca Centrale Europea, che di stabilire un blocco politico-industriale propenso ad un modello di accumulazione favorevole per i lavoratori. La nuova moneta comune può essere negoziata sia all’interno che all’esterno della UE; forse, così, ci sarà una gestione ordinata della transizione produttiva, la rottura della UE, l’uscita monetaria con una equilibrata gestione dei flussi finanziari.
Cambiare la moneta nei Paesi con un forte squilibrio fiscale porta implicitamente ad una svalutazione quasi immediata. Per questo, il cambio della moneta richiede che allo stesso tempo, su questo non ci devono essere dilazioni, si rinomini il debito esterno ed interno con la nuova moneta SUCRE MEDITERRANEO, al tasso di cambio che i governi considerano più appropriato. Ovviamente questo rappresenta un’altra fonte di tensione politica con i creditori in particolare con quelli interni alla stessa UE, dato che gli agenti finanziari Europei sono i proprietari della maggior parte del debito della periferia mediterranea.
La nuova moneta comune o SUCRE MEDITERRANEO, si potrebbe negoziare sia dentro che fuori dell’Unione Europea, cosa che di per sé permetterebbe una gestione più ordinata della transizione produttiva.
L’uscita dall’Euro dovrebbe svilupparsi in modo concertato perché tra i paesi della periferia mediterranea; a nostro parere esistono quattro momenti intimamente vincolati, senza dei quali il processo potrebbe risultare un fallimento. Sono i seguenti:
stabilire un “simbolo monetario”, anche inizialmente virtuale – cripto moneta- moneta di conto e compensativa, comune all’Area Euromediterranea;
ridenominazione del debito nella nuova moneta dell’area periferica al tipo di cambio ufficiale che verrà stabilito;
rifiuto di una parte del debito e esigenza di una rinegoziazione dello stesso o in casi di forte dipendenza dal sistema bancario un azzeramento totale;
nazionalizzazione delle banche e regolamentazione stretta (compresa la proibizione temporale) della fuoriuscita dei capitali.
L’idea di abbandonare la UE e uscire dall’Euro deve prevedere una fase di passaggio con l’utilizzo di una “moneta della transizione nazionale” (una sorta di ITALSUCRE Mediterraneo, richiamandosi in qualche modo anche simbolicamente nel nome alla moneta virtuale di compensazione SUCRE dell’Alleanza ALBA di Nuestra America); per poter essere considerata un’alternativa per i paesi della periferia mediterranea, bisogna evitare la debolezza di tale moneta di fronte al capitale finanziario globale, permettendo così processi di regolazione efficaci del ciclo e del cambio strutturale di questi paesi.
Il cambio della moneta non porta in sé nessun tipo di avanzamento nella correlazione delle forze a favore dei lavoratori; anzi, è il contrario. Per tale ragione, il cambio di moneta necessita allo stesso tempo – così non ci saranno ritardi – della ridenominazione del debito estero e interno nella nuova moneta, con il tasso di cambio che i governi considerano più appropriato e del ripudio di una parte sostanziale del debito, infliggendo così un costo elevato alla classe dei rentisti.
Con un’impostazione e con principi di classe, va rilanciato e rafforzato il progetto che avevamo iniziato già dieci anni fa: quello dell’ALBA Euromediterranea. Possiamo semplificarlo riferendoci a un’area di interessi di classe e di processo rivoluzionario Euromediterraneo, che guarda con grande simpatia politica e di alternativa economico-sociale in chiave antimperialista all’ALBA dell’America Latina. Un processo politico di integrazione regionale in cui, pur con tutti i limiti, si è creata la Banca dell’ALBA, la Banca del Sur, la Banca dell’ALBA, si sono messe in campo le Misiones, mezzi di comunicazioni alternativi come Telesur, si è creato il SUCRE, una moneta virtuale di compensazione per gli scambi interni, potenzialmente alternativa al dollaro.
È evidente che l’uso di monete sganciate dai circuiti finanziari egemonizzati dai poli imperialisti rappresenti un importante segnale di rottura – e infatti non manca una certa isteria da parte delle grandi potenze, che pongono in essere una forma sottile ma non meno pervasiva di terrorismo tramite continui attacchi mediatici – nonché un passaggio importante per rompere l’isolamento che le sanzioni favoriscono e trovare canali alternativi, aggirare i blocchi e lavorare alla costruzione di una nuova architettura finanziaria.
Si tratta realmente di un passo importante in direzione della costruzione di un nuovo paradigma per il commercio internazionale al di fuori dei circuiti finanziari egemonizzati dalle grandi potenze imperialiste; la sfida è grande tanto quanto la risposta che è possibile attendersi dai “giganti” minacciati nella loro supremazia.
Riteniamo che l’Area Euromediterranea sia una opportunità per pensare un nuovo spazio geopolitico di influenza mondiale, con un progetto di rottura con il capitale globale, sia per ragioni politiche che economiche.
Costruire una area monetaria tra paesi con configurazioni produttive strutturali più omogenee è una alternativa possibile per raggiungere l’autonomia politica richiesta da un progetto di costruzione di democrazia partecipativa a carattere socialista, anche in una fase di transizione possibile.
(relazione al convegno di presentazione di “Pigs. La vendetta dei maiali”)

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