venerdì 29 marzo 2013

Lazio. Pronto soccorso, l'allarme dei primari: morti raddoppiate, ecco le soluzioni

ROMA - I pronto soccorso di Roma e del Lazio sono la prima linea della sanità che sta saltando, sempre più in affanno, sempre più vicino alla resa. Ambulanze bloccate, ore di attesa, pazienti in barella per giorni.

ilmessaggero.it di Mauro Evangelisti



E le statistiche che raccontano: rispetto a dieci anni fa, sono raddoppiate le morti in pronto soccorso, da 1.533 a 3.200 annue, a Roma e nel Lazio. Il segnale evidente che il percorso dei pazienti si arena troppo a lungo nei pronto soccorso.


L’ALLARME
Ieri è partito l’ultimo appello di quaranta tra primari e medici dei pronto soccorso che hanno scritto al neo commissario per la sanità, Nicola Zingaretti. Spiegano: non ce la facciamo più, servono subito degli interventi correttivi. Tra i firmatari di una presa di posizione che ha pochi precedenti ci sono ad esempio Giuliano Bertazzoni e Claudio Modini, rispettivamente direttore di medicina d’Urgenza e direttore del Dipartimento di emergenza accettazione dell’Umberto I, Adolfo Pagnanelli, che dirige il pronto soccorso del Policlinico Casilino, Massimo Magnanti del pronto soccorso del San Giovanni, Francesco Pugliese, direttore del dipartimento emergenza accettazione dell’Asl Roma B e presidente regionale del Simeu (società italiana medicina emergenza urgenza). Ma la lista è molto più lunga. Scrivono: «Il sovraffollamento dei pronto soccorso è un fenomeno ben conosciuto e studiato in tutto il mondo occidentale, e riconosce due cause principali: elevato numero degli accessi e stazionamento dei pazienti in attesa di ricovero. Negli ultimi anni la Regione ha deciso di dedicarsi solamente al primo aspetto, l’iperafflusso, ed in particolare ai codici bianchi, affrontato con misure estemporanee che si sono mostrate poco efficaci e molto costose. Ma era il problema meno importante. Ben diverso è il disagio creato dallo stazionamento dei pazienti in attesa di ricovero per giorni ed il conseguente blocco delle ambulanze». Non è più tollerabile. «Ambulanze bloccate e pazienti che aspettano per giorni un letto: tutto questo offende i cittadini del Lazio ed in primo luogo proprio quanti nel nostro Servizio Sanitario Regionale mettono impegno e dedizione. E ad aspettare più a lungo sono i soggetti più fragili, a partire da quelli con oltre 75 anni. I pronto soccorso finiscono per essere veri e propri reparti di degenza, in spazi inadatti e senza risorse, e così si rischia di finire ad assistere male chi staziona per giorni e non riuscire a garantire l’efficienza necessaria nelle situazioni di urgenza ed emergenza». Perché i pazienti sono condannati al calvario? «Distribuzione dei posti letto disomogenea, tempi di degenza più lunghi che nel resto d’Italia, carenze di strutture per non autosufficienti (nel Lazio sono il 10% della Lombardia)».

LE PROPOSTE
Come si esce da questo dramma quotidiano? Bisogna sapere che nel Lazio non esiste un sistema che in tempo reale informi quanti posti letto liberi ci sono nei vari ospedali. «Neppure il 118 del Lazio riesce a sapere cosa accade negli ospedali di Roma. Bisogna invece distribuire l’accesso in ambulanza in modo razionale, tenendo conto della capacità ricettiva degli ospedali». Ancora: bisogna stabilire quanti posti necessiti ogni pronto soccorso e «definire quali siano le case di cura in cui inviare i pazienti». Tra le altre proposte: sbloccare i concorsi per i servizi di emergenza, che si reggono soprattutto sul precariato, aumentare i posti nelle Rsa (le residenze sanitarie assistenziali in Lombardia sono 62 mila, nel Lazio 7 mila).

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