venerdì 25 agosto 2017

Potere, moneta e crisi. Le vere incognite dell’economia 4.0.

Come giustamente evidenziato da Pierfranco Pellizzetti su questo sito, l’attuale dibattito sullo sviluppo dell’industria 4.0 è pervaso (non certo solo in Italia) da una insopportabile retorica, che finisce per bollare “come reazionaria ogni pur timida obiezione alla funzione economicamente apprezzabile e socialmente meritoria della robotizzazione2.



micromega Andrea Pannone1
Tale retorica è solo mitigata dalle preoccupazioni sui rischi di perdita definitiva delle opportunità di lavoro, specie per coloro che non sapranno adeguare velocemente i propri skill al processo di introduzione delle nuove macchine3. Preoccupazioni che si traducono in una comprensibile richiesta allo Stato di misure capaci di alleviare le difficoltà di soggetti e famiglie particolarmente colpite dal fenomeno (ad esempio reddito di base, reddito di cittadinanza, ecc.). Ad ogni buon conto, la discussione sul tema, prescinde quasi del tutto da come potranno essere distribuiti gli eventuali benefici dell’innovazione all’interno delle società moderne; distribuzione che dipende essenzialmente da come sono declinati i rapporti di potere tra capitale e lavoro all’interno del processo produttivo. Questo saggio prova a colmare questa lacuna, cercando di sviluppare l’analisi alla luce dell’attuale fase di debolezza delle economie capitalistiche.

La teoria economica e il concetto di potere

In questa sede intendo per ‘potere’ la capacità di chi possiede o controlla il capitale (capitalisti) di influenzare le azioni di chi deve vendere il proprio tempo di lavoro per sopravvivere (lavoratori)4. Il ruolo del potere, in questa accezione, è quasi del tutto assente nelle analisi della maggior parte degli economisti moderni5, nonostante una consistente mole di studi empirici comprovino chiaramente, ad esempio, l’imponente alterazione della distribuzione funzionale del reddito e della ricchezza tra capitale e lavoro che ha preso piede all’interno delle economie capitalistiche nelle ultime 2-3 decadi, e il suo ruolo nella crisi economico-finanziaria del 2007-20086. Questa refrattarietà al tema, almeno dal punto di vista teorico, non deve stupire più di tanto. La teoria economica dominante, quella neoclassica, in tutte le possibili varianti antiche e moderne, vede i soggetti economici come entità isolate e indipendenti, e attribuisce all’interazione competitiva, necessaria per appropriarsi di risorse (scarse) rispetto ai bisogni (illimitati), la capacità di trovare delle soluzioni ottimali per tutti gli individui e per realizzare il coordinamento sistemico. In questo paradigma tutti hanno lo stesso ‘potere di agire’ e nessuno ha la possibilità di influenzare l’azione dell’altro pena il peggioramento della propria condizione7. La conflittualità di interessi tra capitale e lavoro, coerentemente, non è nemmeno immaginabile. Proprio la crisi del 2007-2008 ha chiaramente rivelato l’incapacità di tale teoria di percepire e spiegare le caratteristiche fondamentali e la natura contraddittoria delle economie di mercato capitalistiche (vedi Sardoni 2015). Relativamente a tale natura la teoria economica di Marx, ad esempio, mostra ben altro grado di consapevolezza. In particolare, quell’approccio è tutt’ora cruciale per comprendere come, in un’economia capitalistica, sia impossibile rendere compatibile il processo di accumulazione del capitale e della capacità produttiva, guidato dal criterio della massimizzazione del profitto, con la velocità di crescita del potere di acquisto dei lavoratori, derivante fondamentalmente dal salario pagato dai capitalisti per il loro tempo di lavoro (si veda Marx 1959). Questa contraddizione induce continuamente nel sistema tensioni e instabilità che conducono alla manifestazione di ricorrenti fenomeni di crisi. La relazione di potere tra capitale e lavoro diventa dunque il cuore della spiegazione delle dinamiche economiche dei sistemi e delle loro possibili ‘rotture’. Mantenere il fuoco su questa relazione è allora essenziale, a mio parere, per capire l’evoluzione del capitalismo verso un’economia 4.0. Ciò richiede però, prima di tutto, che il problema del potere venga declinato all’interno dello specifico contesto delle economie del XXI secolo, pena la genericità e la irrilevanza dell’analisi.

I limiti storici della teoria della crisi di Marx

Nonostante i suoi indubbi meriti, e al di là dei suoi problemi analitici su cui non entreremo ovviamente in questa sede, l’approccio di Marx si basa su una visione del ‘fatto produttivo’ molto diversa da quella che ha preso forma nelle ultime 2-3 decadi, per effetto dalla massiccia diffusione di Information and Communication Technologies (ICT) in quasi tutte le economie moderne8. Questo, di per sé, limita fortemente l’utilità dell’approccio per la spiegazione di alcune importanti caratteristiche del capitalismo moderno, prima di tutto del perdurare della sua attuale fase di debolezza. Cerchiamo di capire perché. Ricordiamo che la crisi in Marx inizia essenzialmente come una crisi di sovrapproduzione (vedi Marx 1968). In termini estremamente semplici, si ha sovrapproduzione quando le imprese non riescono a vendere tutti i beni derivanti dall’utilizzazione delle macchine che sono disponibili; è stata accumulato nel sistema, in altre parole, una quantità di capitale fisico il cui utilizzo genera una quantità di beni troppo grande rispetto alla capacità di acquisto dei lavoratori. Perché si è accumulato troppo capitale nel sistema? Perché i capitalisti sono in concorrenza tra loro in tutti i settori di attività economica e cercano di trarre il massimo profitto dagli investimenti spostandosi da un settore all’altro alla ricerca del profitto più alto. Le decisioni di investimento di ciascun capitalista sono indipendenti tra loro e questo può dare luogo all’accumulazione di capitale e a un livello di produzione in eccesso rispetto alla capacità di assorbimento del sistema. La sovrapproduzione conduce a una forte caduta dei prezzi che riduce il saggio del profitto medio e rallenta il ritmo di accumulazione di nuovo capitale. Questo, nel tempo, riduce il livello della produzione ottenibile e aumenta il tasso di disoccupazione, sancendo la piena manifestazione della crisi economica. Com’è noto, esistono per Marx varie azioni che i capitalisti possono intraprendere affinché il sistema ‘sospenda’ la tendenza alla caduta del saggio del profitto e superi la fase di crisi: ad esempio l’introduzione di un nuovo metodo produttivo labour saving, la compressione dei salari, l’allungamento della giornata lavorativa, ecc. Osserviamo come tali azioni operino tutte nel senso di ridurre il costo del lavoro, controbilanciando così l’iniziale caduta del saggio del profitto e riattivando il processo di accumulazione, la crescita della produzione e l’aumento dell’occupazione. Successivamente, però, la concorrenza tra i capitalisti non può che riproporre le condizioni di accumulazione di capitale in eccesso, le crisi di sovrapproduzione e la caduta del saggio del profitto, e così via, in un alternarsi ciclico di recessione e crescita che costituisce l’essenza della dinamica dei sistemi economici9.

Il ‘vecchio’ e il ‘nuovo’ modello produttivo
In questa teoria, dunque, la caduta del saggio del profitto ha inizio con una caduta dei prezzi, a sua volta derivante dall’esistenza di un livello di beni prodotti e offerti sul mercato superiore alla quantità di beni richiesta dal sistema (vedi Sardoni 2015). E’ proprio questo il punto. Mentre questa eccedenza di produzione si sarebbe potuta verificare nel sistema di produzione manifatturiera in voga al tempo di Marx, o anche nella produzione di massa, ciò non è più ammissibile nei sistemi di produzione moderna.

Come messo in evidenza da Sardoni (vedi 2015), Marx , ad esempio, ha sviluppato la sua analisi del capitalismo considerando un sistema economico in cui libera la concorrenza è la forma prevalente del mercato e le imprese producono a rendimenti costanti nel breve termine. In questo contesto è facile vedere che le aziende che vogliono massimizzare il profitto spingono la produzione al limite della capacità degli impianti. Se la domanda fosse più bassa, coerentemente, si avrebbe eccesso di produzione.

D’altra parte, anche nel modello di produzione di massa (vedi Hindle 2008) in voga nel capitalismo moderno fino alla fine degli anni ’80, dove forme di mercato non concorrenziali erano prevalenti, le imprese producevano al limite (o in prossimità del limite) della capacità degli impianti – caratterizzati da elevata indivisibilità tecnica -. Questo allo scopo di sfruttare appieno le economie di scala. L’assorbimento della produzione che era portata sul mercato dalle imprese era generalmente salvaguardato dagli elevati livelli di consumo di massa, tipici degli anni in cui era in voga quel modello produttivo. Qualora, a causa di aspettative di vendita rivelatesi ex-post errate, una certa quantità di beni prodotti fosse rimasta invenduta alla fine del periodo di produzione, i beni prodotti in eccesso sarebbero andati ad incrementare le scorte di magazzino.

In altri termini, nei ‘vecchi’ sistemi le imprese decidevano di produrre la quantità di beni in modo sostanzialmente indipendente dalla quantità effettivamente richiesta dal sistema. Questo era vero a prescindere dalla forma di mercato prevalente. Se si fosse avuta sovrapproduzione (domanda insufficiente), in concorrenza i prezzi sarebbero scesi, mentre in oligopolio scorte indesiderate di beni sarebbero state accumulate.

Diversamente, nei sistemi di produzione moderni, largamente ICT-based10, le decisioni di produzione sono sempre più customizzate e gli impianti produttivi sono attivati contestualmente al manifestarsi effettivo del segnale di domanda - così come espresso dagli ordini di acquisto dei clienti - che può presentare caratteristiche di elevata variabilità. Questo perché la capacità e la velocità nel trattare grandi quantità di dati - unita alla possibilità di uso modulare degli impianti11 e al migliore coordinamento delle fasi produttive che l’ICT consentono - assimila la produzione, di fatto, a un processo just in time, riducendo l’accumulazione indesiderata di scorte e gli sprechi di risorse.

A livello macroeconomico, questi sviluppi tendono ad avvalorare una rappresentazione di tipo keynesiana del funzionamento del sistema economico, in base alla quale sono le variazioni della domanda aggregata a determinare quanto del potenziale produttivo possa essere effettivamente realizzato12. In altri termini, il flusso di beni effettivamente prodotti, nei limiti del potenziale produttivo esistente (capacità produttiva), è sempre e solo uguale alla quantità totale di beni richiesti. Quindi, se la domanda di beni fosse più bassa della capacità produttiva esistente non si potrebbe avere mai una condizione di sovrapproduzione. Questo dovrebbe impedire che si determini nel sistema una generalizzata spinta alla riduzione dei prezzi13. Una certa difficoltà all’aggiustamento dei prezzi nelle economie moderne è ormai ampiamente confermata da diversi studi condotti a livello microeconomico14.

Eccesso di capacità, ex-post sunk cost e saggio del profitto

Se i prezzi non possono svolgere la funzione di riequilibrare la domanda (come nell’economia di Marx), e se non si può avere accumulazione indesiderata di scorte (come nella produzione di massa), nel sistema si determina eccesso di capacità produttiva o capacità produttiva sottoutilizzata. Questa tendenza si riscontra chiaramente nell’economia americana a partire dalla fine degli anni ’90 (vedi grafico sotto) dove il livello di utilizzazione della capacità è ben al di sotto dell’82-85%, il livello ritenuto ‘normale’ dagli economisti.

Grafico 1: Utilizzazione di capacità negli USA (Fonte Federal Reserve Data)

Questo aspetto presenta tratti piuttosto simili anche in Europa e Giappone. Si potrebbe pensare che il fenomeno in questione debba essere solo transitorio. A fronte di uno scostamento tra domanda e offerta potenziale nel breve periodo, infatti, le imprese dovrebbero rivedere le loro strategie di investimento finendo per eliminare lo squilibrio nel lungo. In altri termini, come argomentato, ad esempio, da Amendola e Gaffard (si veda 1988 e 2006), bassi gradi di utilizzazione della capacità dovrebbero disincentivare l’accumulazione di capitale, eliminando a lungo andare l’eccesso esistente. Se guardiamo però agli Stati Uniti, sebbene alcuni dati mostrino chiaramente un considerevole rallentamento degli investimenti nel periodo post 2007-2008, in conseguenza della caduta delle aspettative di vendita (vedi Kothari et al 2013), la capacità produttiva inutilizzata ha continuato a rimanere ben al di sotto del ‘normale’, anche negli anni successivi al picco della crisi (2008), in cui il grado di utilizzazione era sceso addirittura sotto il 68% (vedi grafico sopra).

Ciò vuol dire che il fenomeno dell’inutilizzazione di capacità produttiva (e della consistente disoccupazione: vedi grafici in Pannone 2017b), lungi dall’essere eliminato, ha teso a diventare cronico, finendo per costituire uno dei tratti caratteristici del capitalismo del XXI secolo15. Perché questo è avvenuto e quali sono le conseguenze per l’economia? Per comprenderlo, assumiamo che il capitale/macchine disponibile alle imprese all’inizio del periodo di produzione (assunto per semplicità uguale all’anno solare) venga acquistato mediante ricorso al credito bancario. Tale acquisto (investimento) si verifica a fronte di un impegno intertemporale (commitment) a pagare alle banche una rata di affitto annua (rental cost) che è funzione di un dato tasso di interesse, della durata tecnica degli impianti e del capitale anticipato (pari al valore di mercato degli impianti acquistati). Assumiamo anche che la rata venga normalmente pagata dalle imprese mediante parte dei proventi derivanti dalla vendita dei beni prodotti. Un’altra parte di questi proventi vengono utilizzati per pagare i salari dei lavoratori che sono stati impiegati durante l’anno nel processo produttivo; l’ipotesi è che l’impiego di lavoratori vari proporzionalmente con il livello di produzione. La parte rimanente dei proventi costituisce i profitti delle imprese. Data la spesa per salari e i profitti, se i proventi derivanti dalle vendite annue fossero inferiori a quelli attesi – a causa di un’imprevista caduta del livello della domanda che rende parte degli impianti inutilizzati – essi non consentirebbero di coprire per intero la rata dovuta a fine anno per l’affitto del capitale. La parte non coperta costituisce di fatto un sunk cost che si forma ex post in seguito a un evento contingente - l’imprevista mancata valorizzazione del capitale acquistato dalle imprese - a fronte dell’impegno contrattuale intertemporale assunto ex ante con le banche16. Questi ex post sunk cost sono associabili a esborsi finanziari aggiuntivi che pongono alle imprese il problema del loro finanziamento. Se il finanziamento avvenisse attraverso una parte dei profitti, il saggio del profitto effettivo chiaramente diminuirebbe e, col tempo, il processo di accumulazione rallenterebbe e la crisi avrebbe luogo. Ad ogni modo, si avrebbero gli stessi effetti depressivi sull’economia anche qualora gli ex post sunk cost fossero finanziati attraverso una generalizzata riduzione del costo del lavoro - ottenuta con l’introduzione di un nuovo metodo produttivo labour saving o con compressione del salario. Ad esempio, un’impresa potrebbe sostituire lavoro con nuove macchine, allo scopo di abbattere drasticamente i costi del lavoro e aumentare i propri profitti. Comunque, se questo comportamento fosse esteso a tutte le imprese del sistema, nel tempo si andrebbe incontro necessariamente a un aumento della disoccupazione, a una considerevole riduzione della spesa totale dei lavoratori e delle famiglie, a una riduzione delle vendite complessive delle imprese; come anche a un aumento della capacità produttiva inutilizzata e alla formazione di nuovi ex post sunk cost. Lo stesso avverrebbe nel caso di una riduzione generalizzata dei salari monetari che, data la tendente rigidità del prezzo, determinerebbe una compressione dei salari reali, deprimendo ulteriormente la domanda, la produzione e l’occupazione, e aggravando la tendenza all’indebolimento dell’economia. Già Keynes nella sua Teoria Generale formulata nel 1936 aveva messo in luce la differenza tra la logica individuale e l’esito sociale di un’azione economica. Azioni come quelle descritte, però, sono state effettivamente intraprese in modo massiccio a partire dalla fine degli anni ‘90 (vedi Piketty 2013, Gallino 2012, Franzini e Pianta 2015). E’ lecito pensare che proprio esse abbiano costituito le premesse della grande crisi del 2007-2008 e della successiva stagnazione delle economie. Quindi - contrariamente a quanto credeva Marx - innovazione labour saving e compressione dei salari, attuate in un contesto di capacità produttiva inutilizzata, peggiorano enormemente, invece che alleviare, i rischi di recessione, contribuendo al fenomeno della cronicizzazione dell’eccesso di capacità e alimentando i rischi di ulteriori avvitamenti dell’economia (vedi anche Pannone 2017a).

Ex-post sunk cost, debito e creazione di moneta

Cosa ha impedito (e tutt’ora impedisce), allora, al saggio del profitto di cadere pesantemente e al sistema economico di avvitarsi definitivamente17? Osserviamo che esiste un altro modo con cui le imprese possono finanziare gli ex-post sunk cost derivanti dal capitale inutilizzato: richiedere nuovi prestiti al (ossia contrarre nuovi debiti col) sistema bancario. E’ quello che in effetti sembra avvenuto, sempre con maggiore intensità, continuando un processo iniziato negli anni ’80, a partire dalla fine del XX secolo. Vedi grafico sotto.


Grafico 2: Indebitamento delle imprese non finanziarie USA. Fonte Federal Reserve Data

Come un recente articolo della Banca d’Inghilterra ha chiaramente messo inevidenza

(http://www.bankofengland.co.uk/publications/Documents/quarterlybulletin/2014/qb14q102.pdf), per concedere nuovi prestiti le banche di un’economia avanzata non usano i depositi dei risparmiatori, né tanto meno ‘moltiplicano’ le riserve di moneta legale (cioè quella emessa dalla banca centrale, M0). Esse, in realtà, creano la maggior parte del denaro ‘dal nulla’. La concessione di prestiti è il canale attraverso cui le banche commerciali creano la gran parte della moneta. Ogniqualvolta una banca concede un prestito, essa crea simultaneamente un deposito corrispondente nel conto corrente del mutuatario, creando così nuova moneta. E’ allora ragionevole assumere che l’esigenza di nuovi prestiti, associata nel nostro ragionamento all’aumento della capacità produttiva inutilizzata e alla presenza di ex post sunk cost, abbia creato endogenamente moneta, concorrendo a spiegarne la crescita dell’offerta che emerge, sempre più chiaramente, a partire dalla fine degli anni ’90 (vedi grafico).

Grafico 3: Creazione di mezzi monetari (M2) in USA. Fonte Federal Reserve Data

E’ stata dunque la moneta, sotto forma di nuovo credito/debito, a permettere alle imprese di rimanere sul mercato in presenza di eccesso di capacità al di sopra dei livelli ‘normali, e a cronicizzare il fenomeno. La Federal Reserve, dopo il 2000 e fino al 2004/2005, ha assecondato tale processo mantenendo basso il tasso di sconto, così da rendere i crediti forniti dalle banche meno onerosi per i debitori e facilitare la domanda di prestiti delle imprese. Tutto ciò, oltre alla possibilità di finanziare gli ex post sunk cost, ha consentito alle imprese di disporre di denaro a buon mercato da impiegare sui mercati finanziari, favorendo la crescita esponenziale di bolle speculative. Il risultato è stato quello di aumentare significativamente la quota dei profitti derivanti dalla finanza sui profitti totali, consentendo alle stesse imprese di compensare o più che compensare le eventuali perdite di profitto sui mercato reali18. Era anche necessario, però, che la liquidità creata artificialmente potesse giungere in modo sempre più massiccio anche alle famiglie, sostenendo spese per consumi sempre meno finanziabili attraverso i salari, e accrescendo la loro dipendenza dalle banche. Lo scoppio della crisi dei mutui subprime nel 2007, il principale veicolo utilizzato per il credito alle famiglie, non fa che esasperare questa dinamica, che vede intervenire le banche centrali e le istituzioni finanziarie internazionali per immettere moneta aggiuntiva nel sistema, innescando bolle speculative praticamente in tutti i mercati internazionali e portando il rapporto tra debito e PIL mondiale a livelli mai visti in precedenza19.

Verso il mondo dei robot

E’ solo all’interno di questo quadro di riferimento che andrebbe collocato, a mio parere, il dibattito sullo sviluppo dell’Industria 4.0, sui i suoi rischi e le sue opportunità. Anche se la storia del cambiamento tecnologico evidenzia che, nel lungo periodo, parte dei benefici delle innovazioni possono diffondersi alla collettività, e la produzione e l’occupazione riprendere a crescere, da quanto detto in precedenza appare chiaro che, generalizzare su ampia scala il processo di robotizzazione, determinerebbe la definitiva ‘mattanza’ dei lavoratori e delle famiglie (sia in termini di disoccupazione che di salario), come la chiama Pellizzetti giustamente, accrescendo fino al limite estremo la natura fortemente asimmetrica delle relazioni di potere tra imprese e lavoratori. L’attuale fase dell’economia mondiale implica infatti che già ci troviamo in presenza di ampia disoccupazione, bassi salari e stagnazione della domanda. Una radicale sostituzione uomo/macchina non farebbe altro che esasperarne la portata. Questo però, a lungo andare, finirebbe per diventare controproducente anche per la maggior parte delle imprese, esponendole sempre di più verso il settore bancario - a causa di debiti che crescono esponenzialmente con gli interessi composti – e trascinandole verso il collasso. Solo poche imprese a dimensione transnazionale, con bilanci comparabili o addirittura superiori a quelli di intere nazioni, in un’economia globale sempre più concentrata, sarebbero gli unici veri vincitori del processo di innovazione. In questo modo esse acquisirebbero potere e risorse finanziare in grado di condizionare definitivamente, anche più di quanto viene fatto ora, qualsiasi scelta politica rilevante, sia a livello di nazione sia a livello di organismi internazionali. Ciò sancirebbe definitivamente l’incapacità delle istituzioni e della collettività di incidere con qualche efficace su cosa, come e perché si produce. Ad ogni modo, anche le imprese vincenti, una volta spezzato del tutto il compromesso produttivo tra capitale lavoro, sarebbero sempre più tentate a destinare la maggior parte delle proprie risorse agli investimenti finanziari, decisamente preferibili a investimenti in capitale fisso a spese in R&S, sempre più rischiosi in un contesto in cui la domanda non avrebbe la possibilità di riprendersi. A lungo andare, dunque, la decisione del capitale di svincolare definitivamente il proprio destino dalla massa dei salariati, potrebbe portare al definitivo empasse del sistema capitalistico stesso, consegnandoci però, a differenza di quello che pensava Marx, non già la vittoria degli oppressi ma un mondo di soli sconfitti (sebbene con livelli di disagio molto diversi), incapaci di convivere e in lotta perenne l’uno con l’altro.

In conclusione il problema non è la tecnologia che sostituisce uomini con robot il problema dell’Economia 4.0. La tecnologia dei robot potrebbe essere usata infatti con finalità ben diverse, come ad esempio liberare l’uomo dalla schiavitù della fatica e del tempo di lavoro, consentendogli di riappropriarsi di affetti, creatività e salute, ormai fin troppo subordinate alla logica del profitto. Il problema vero è il volto che il potere finirebbe definitivamente per assumere nel XXI secolo se il processo descritto non cambiasse di segno per la stragrande maggioranza degli individui. Disegnare un processo alternativo non è facile, ma il compito non può che partire dal prendere coscienza del reale funzionamento del capitalismo, della sua fragilità e dei rischi di una sua deriva sempre più violenta. In effetti già questo, al di là che ‘un altro mondo sia effettivamente possibile’, sembra un percorso decisamente impervio. Ma, di questo passo, gli alleati sul campo finiranno per essere quasi il 99% della popolazione mondiale! E tutti (o quasi), come si diceva un tempo, non avranno da perdere altro che le proprie catene..e tutto un mondo da guadagnare.

BIBLIOGRAFIA
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NOTE

1 Fondazione Ugo Bordoni. Le opinioni espresse nel presente articolo sono di responsabilità esclusiva dell’autore e non riflettono necessariamente la posizione ufficiale dell’ente di appartenenza.

2 Con il termine Industria 4.0 o, come anche si usa, quarta rivoluzione industriale, ci riferiamo sinteticamente alla massiccia introduzione di robot in un’economia e alla conseguente piena automazione dei suoi processi produttivi.
3 La relazione tra innovazione, occupazione e crescita è oggetto di grandi controversie che risalgono almeno alla nascita del pensiero economico moderno. Fu infatti il grande economista David Ricardo, nel capitolo XXIII dei Principi (1821), a enunciare il famoso ‘machinery effect’, in base al quale l’introduzione di macchine nei processi produttivi ha un effetto negativo sull’occupazione, almeno nel breve periodo; per poi generare una ‘compensazione’ più che proporzionale nel lungo. Secondo alcuni la robotizzazione sancirebbe invece l’esplosione della disoccupazione di massa accelerando di fatto la ‘fine del lavoro’ (sul punto si veda ad esempio Pannone 2017b).

4 Si veda sul punto Palermo 2007.

5 Una considerevole eccezione è rappresentata dai lavori di Giulio Palermo (vedi anche 2016)

6 Si veda ad esempio Piketty 2013 e Franzini e Pianta 2015.

7 E’ questo il senso del cosiddetto equilibrio Pareto efficiente.

8 Ai giorni d’oggi le ICT sono ritenute a buon ragione come una General Purpose Technology, una tecnologia cioè che influenza tutti i settori dell’economia e che favorisce lo sviluppo e l’introduzione di nuovi metodi produttivi. Vedi Pannone 2017 per i riferimenti bibliografici sul punto.

9 Come noto, questo è vero per Marx fino a che la tendenza a cadere del saggio del profitto non finisce per prendere il sopravvento, compromettendo definitivamente il processo di accumulazione e segnando di fatto la fine del sistema di produzione capitalistico.
10 Per sistemi di produzione ICT-based intendiamo processi produttivi che fanno uso massivo di Information and Telecomunication Technologies. Su questo punto si veda Marini e Pannone 2007, Pannone 2010 e 2013..

11 Detto in altri termini, gli impianti ICT-based presentano elevati gradi di divisibilità tecnica. Questo permette un loro uso frazionario che è funzionale alla produzione di lotti produttivi più piccoli. Lotti produttivi più piccoli favoriscono un migliore matching della domanda così da evitare sprechi di risorse e accumuli indesiderati di prodotto.

12 L’idea che i cambiamenti della domanda aggregata abbiano un apprezzabile e persistente effetto sull’offerta aggregata era stata già espressa da Keynes nel settimo capitolo della Teoria Generale (1936). Recentemente Larry Summers, uno dei più autorevoli economisti in circolazione, ha espresso un concetto analogo riferendosi all’economia post 2000: “Perhaps Say’s dubious law has a more legitimate corollary – “Lack of Demand creates Lack of Supply” (Summers 2014 p. 37).

13 Su questo bisogna essere chiari: se ci fosse sovrapproduzione noi dovremmo osservare non una bassa inflazione, ossia un rallentamento della continua tendenza dei prezzi a crescere (che in effetti si riscontra in molte economie) ma deflazione, ossia una tendenza continua alla diminuzione dei prezzi, cosa che non si riscontra affatto se non in rarissime eccezioni. Negli Stati Uniti ad esempio solo nel, 2009, all’indomani della grande crisi del 2007-2008, e nel 2015: -0,1% (vedi http://www.thefiscaltimes.com/2015/02/26/America-Deflation-So-What )

14 Le evidenze empiriche mostrano come la maggior parte delle vendite di beni e servizi nei settori non agricoli delle economie occidentali riguarda clienti abituali con cui le imprese hanno relazioni continue (vedi ad esempio Blinder et al. 1998). Di conseguenza gli aggiustamenti della maggior parte dei prezzi sono diventati sempre meno frequenti e i contratti a prezzi fissi comuni. In effetti il fenomeno sembra dipendere più dalle nuove caratteristiche della produzione che dall’esistenza di forme di mercato oligopolistiche, il caso prevalente oggigiorno, dove chiaramente le imprese leader dispongono del potere di influire sull’andamento dei prezzi. Anche in contesti di vendita maggiormente concorrenziali, infatti, quali quelli basati su Internet (e-commerce), mutamenti inattesi di prezzo potrebbero diminuire la reputazione dell’impresa e, a causa dei ridotti costi di transazione per il consumatore, perdite di clienti che vedrebbero violate le loro aspettative di consumo (see Bergen et al. 2003, Kauffman e Lee 2004). Inoltre Internet consente ai venditori di monitorare velocemente e di reagire in tempo reale a eventuali riduzioni di prezzo dei competitori, concorrendo spesso a creare un ambiente in cui le imprese praticano la collusione tacita (vedi Arbatskaya e Baye 2004). In questo contesto, infatti, se un’impresa provasse a ridurre il prezzo di vendita del prodotto, sicuramente le imprese concorrenti la seguirebbero e, di conseguenza, essa non riuscirebbe ad aumentare il suo volume di vendita.

15 Tra i primi a individuare il tratto globale di questa tendenza agli inizi del XXI secolo è stato James Crotty (2002). Tale consapevolezza si è cominciata a fare largo anche tra alcuni economisti mainstream nel dibattito sulla ‘stagnazione secolare’ a cui andrebbe incontro il futuro del capitalismo. Il dibattito è stato aperto da Larry Summers nel novembre 2013 con un discorso al FMI. Ha riconosciuto tra l’altro Summers che anche in un periodo di boom come quello degli anni Novanta e dei primi del Duemila ”l’utilizzo della capacità produttiva non è mai stato un granché sotto pressione, la disoccupazione non è mai scesa al di sotto di un livello particolarmente rilevante...”. Resta comunque il fatto che, a mio parere, l’analisi della ‘stagnazione secolare’ che emerge da quel dibattito si basa su ipotesi del tutto inadeguate (Vedi Pannone 2017a).

16 Bisogna dunque distinguere tra ex-ante sunk cost, perfettamente noti alle imprese al momento della stipula del contratto di affitto, e ex-post sunk cost che si verificano inseguito a ‘notizie’ che l’impresa acquisisce alla fine del periodo di produzione su un risultato inatteso. Sulla differenza tra ex-ante e ex-post sunk cost si veda Owen R., Ulph, D., (2002).

17 Come ha riconosciuto recentemente anche uno studioso marxista come Screpanti, sebbene non sia così facile dare una valutazione certa dell’andamento del saggio del profitto globale, è difficile pensare che l’aumento della diseguaglianza nella distribuzione dei redditi e della concentrazione della ricchezza, fenomeni ormai chiaramente documentabile nella storia recente del capitalismo mondiale (vedi nota 6), possano implicare una sua caduta (vedi Screpanti 2013)

18 Negli Stati Uniti, in cui nei primi anni Ottanta il settore finanziario vantava il 10% dei profitti totali, la proporzione cresce sino al 40% del 2007. Nel Regno Unito tale proporzione raggiunge nel 2008 addirittura l’80% (vedi Giacchè 2015).

19 Dal 2007 infatti il debito globale mondiale è cresciuto di altri 57mila miliardi di dollari facendo salire il rapporto tra debito e Pil (sempre a livello globale) di 17 punti percentuali. A fine 2014, sette dopo la più grave crisi dal Dopoguerra, il mondo ha cumulato un debito complessivo di 199mila miliardi di dollari, quasi tre volte il valore del Pil globale (Rapporto McKinsey 2015).
(24 agosto 2017)

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