giovedì 24 agosto 2017

Migranti. "Vedete il bello in questa foto, ma ci buttate via come una scarpa vecchia".

Genet, 40 anni eritrea, una figlia lasciata "in Sudan, a metà strada", la rabbia per lo sgombero e l'assenza di soluzioni: "Non so dove andrò ora".

(ndr)Quelli che nessuno resterà indietro...Appunto. Spinti in avanti, con gli idranti.
..."Avevano detto che ci sono delle strutture, ma i posti sono insufficienti, non sono soluzioni. La trattativa, ieri sera - spiega il mediatore - si era interrotta con la promessa che sarebbe ripresa stamane. Abbiamo visto stamattina com'è ripresa, a colpi di idrante".

hp.it Luciana Matarese
Genet solleva un lembo della maglietta, si allarga in vita i pantaloni e mi invita a toccare. Sono bagnati, l'acqua è arrivata dagli idranti della polizia all'alba, ci spiega, puntando il dito verso Piazza Indipendenza. Lei stava dormendo lì, dopo essere stata sgomberata dal palazzo che aveva occupato a via Curtatone. È lei la donna che piange mentre un poliziotto le fa una carezza, nella foto da molti considerata il simbolo di questa giornata, l'ennesimo sgombero consumato a Roma negli ultimi mesi. Ma Genet non ci sta.
È arrabbiata per il modo in cui lei e gli altri, in gran parte rifugiati, che vivevano nel palazzo di via Curtatone sono stati cacciati via.
Eritrea, dice di avere 40 anni e per meglio rendere in italiano lo stato d'animo in cui si trova si rivolge a Tareke Brhane, mediatore culturale eritreo, in Italia da anni, accorso a Roma per supportare i rifugiati "in questo momento così drammatico per loro", spiega.
 Genet guarda la foto sua col poliziotto e strabuzza gli occhi. "La usano per mostrare la faccia bella di questa storia, ma la verità è che la polizia ci ha spruzzato l'acqua addosso. Siamo stati buttati via come una scarpa vecchia", sibila.
La voce della donna si fa più alta, Genet quasi grida: "Per cinquantacinque anni gli italiani sono stati in Eritrea, ma non gli abbiamo fatto quello che ci state facendo voi italiani. Non abbiamo neanche lo spazio per seppellirci". È sola, qui in Italia. "Ma ho una figlia che ho lasciato in Sudan, a metà strada", dice in un soffio.
Proviamo a chiedere cosa le è stato detto, quale alternativa le è stata prospettata dopo lo sgombero. Genet guarda Tareke, aspettando la traduzione. Poi risponde agitando le mani e alzando gli occhi al cielo. "Avevano detto che ci sono delle strutture, ma i posti sono insufficienti, non sono soluzioni. La trattativa, ieri sera - spiega il mediatore - si era interrotta con la promessa che sarebbe ripresa stamane. Abbiamo visto stamattina com'è ripresa, a colpi di idrante".
"Tocca, senti vestiti ancora bagnati?", insiste la donna. Non sa dove finirà ora. "Non lo so, come faccio a saperlo - mi ride in faccia Genet - So solo che mi sento come una cosa buttata via".

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