martedì 24 aprile 2012

La guerra democratica: noi ipocriti, i peggiori assassini

Gaza
Con un profetico bestseller, Giulietto Chiesa la battezzò “la guerra infinita”: era l’incubo che doveva metter fine al breve sogno della pacificazione globale, dopo il lungo inverno della guerra fredda. I Grandi si promisero una pace duratura, ma mentivano: appena l’Urss abbassò le armi, l’America ne approfittò per assediarla e conquistare posizioni in tutto il mondo. «Da quando è crollato il contraltare sovietico – dice oggi Massimo Fini – le democrazie occidentali, Stati Uniti in testa, hanno inanellato otto guerre in vent’anni». Così, la “guerra asimmetrica” di cui parlava Giulietto Chiesa – potenti eserciti super-tecnologici contro sparute armate di miliziani irregolari e vaste stragi di civili – è ora la “guerra democratica”, nella traduzione di Massimo Fini: oggi il boia siamo noi, l’Occidente “umanitario” e ipocrita, che uccide a distanza, rifiutandosi di guardare in faccia le vittime dilaniate, a migliaia, da missili-killer che cadono lontano dalle nostre case.

Otto guerre in vent’anni, dalla Jugoslavia alla Libia: «Forse solo la prima aveva una qualche giustificazione, il primo conflitto del Golfo, perché Saddam Hussein aveva aggredito il Kuwait; le altre sette sono tutte guerre di aggressione», dice Massimo Fini a “Passaparola”, il format video del sito di Beppe Grillo, presentando il suo volume sulle “guerre democratiche” che i nostri governi – più o meno sottobanco – hanno fatto digerire ai Parlamenti, forzando la Costituzione, con la scusa della crociata contro il terrorismo internazionale. Risultato: una vera e propria infamia, senza neppure la tragica consolazione della verità: «Una volta, quando le potenze volevano una cosa, mandavano le cannoniere e se la prendevano. Adesso pretendiamo di fare la guerra per il bene di coloro che bombardiamo, uccidiamo, assassiniamo o devastiamo. E’ una specie di Santa Inquisizione planetaria, ed è questo che è intollerabile: l’ipocrisia di queste guerre».
La “guerra democratica” è un conflitto-fantasma, non dichiarato, negato persino dal nome bugiardo che lo nasconde: peacekeeping, missione umanitaria, difesa dei diritti umani. Prima conseguenza: «Il nemico è sempre un criminale o un terrorista, e quindi di lui si può fare carne di porco: non valgono le leggi di guerra neppure per i prigionieri, e Guantanamo ne è un esempio clamoroso». Nella “guerra democratica”, le democrazie possono colpire ma non possono subire: «È legittimo uccidere i soldati del nemico, ma se il nemico uccide i nostri allora è una vigliaccata, una porcata, qualcosa di indecente e di intollerabile». Siamo killer di una specie strana, che ha orrore della vista del sangue: ormai la “guerra democratica” la si fa solo con le macchine, con gli aerei, con i droni – robot senza equipaggio, teleguidati da migliaia di chilometri di distanza. Il più sleale dei videogame: chi preme il pulsante, è al riparo da qualsiasi Afghanistan ritorsione. Alla vittima non resta che la morte o la disperazione, la rabbia impotente che poi qualcuno coltiverà sotto forma di terrorismo.
Un’altra caratteristica delle “guerre democratiche”, aggiunge Massimo Fini, è che manca l’essenza della guerra, e cioè il combattimento: «Gli occidentali non sono più in grado di affrontare il combattimento, la vista del corpo a corpo gli fa orrore, lo ritengono immorale; ritengono invece morale colpire con un missile da 300 chilometri di distanza e uccidere duemila persone». E così, missile dopo missile, la democrazia diventa una sorta di totalitarismo: «Non siamo più in grado di accettare il diverso, l’altro: la concezione è che siamo una cultura superiore». Che poi è la moderna declinazione del razzismo, dopo quella “classica”, di Hitler. «E quindi abbiamo il diritto e il dovere di portare le buone maniere agli altri popoli» Un totalitarismo «tanto più pericoloso perché inconscio: il pericolo non è Bush, ma Emma Bonino: cioè chi crede davvero che noi siamo possessori di diritti assoluti, validi per tutti».
Una ferita anche antropologica, molto dolorosa: perché alle nostre spalle, oltre alla tradizione giudaico-cristiana, c’è l’immensità della cultura greca, la prima nella storia a riconoscere il diritto di esistenza e di dignità dell’altro: «Quando Erodoto parla dei persiani li descrive come crudeli e barbari, ma non si sognerebbe mai di applicare i costumi greci ai persiani: i persiani sono persiani, i greci sono i greci. Invece noi abbiamo la pretesa di omologare l’intero esistente alla nostra way of life». In realtà, viviamo immersi nella menzogna, e i nostri leader sono in perfetta malafede: «Queste guerre hanno ragioni economiche: essendo i nostri mercati saturi, abbiamo bisogno di conquistare sempre nuovi mercati, per quanto poveri». Miserabili pretesti, per nascondere «interessi imperiali». L’Afghanistan: «C’era Bin Laden, ma La fine di Gheddafisono passati 11 anni e Bin Laden non c’è più da tempo». In Libia «c’era il dittatore, peraltro corteggiato fino al giorno prima». E la Siria? Ci proviamo anche lì, ma non oseremo: per ora, non ci conviene.
«La Siria non la attacchiamo – dice Massimo Fini – perché è protetta in qualche modo dalla Russia e dalla Cina: e questo dice che i nostri interventi umanitari in realtà non sono tali. Noi interveniamo laddove non ci sono rischi, dividiamo il mondo in figli e figliastri: alcuni devono essere puniti, e altri – che ne fanno di peggio – invece la passano liscia». Esempio: «Chi attaccherebbe la Russia per il genocidio ceceno», che ha fatto 250.000 morti e cioè un quarto della popolazione della piccola repubblica caucasica? «Qui viene dimostrata tutta l’ipocrisia di questa storia dei diritti umani», che alla fine sono soltanto «un grimaldello per intervenire nei Paesi in cui ci interessa intervenire». L’Iran, per esempio, attorno a cui rullano tamburi di guerra: anche qui, «con giustificazioni che non hanno alcun senso», dato che Teheran rispetta il trattato di non-proliferazione nucleare e accetta regolarmente le ispezioni dell’Aiea, l’agenzia Onu che regola le produzioni atomiche. L’Iran non ha mai superato il 20% di arricchimento dell’uranio, mentre per costruire una bomba atomica ci vuole il 90%, però è sotto scacco in continuazione. Mentre Israele, che la bomba atomica ce l’ha, invece viene lasciato assolutamente tranquillo.
Due pesi e due misure: una partita sleale, che incita anche i più pacifici a radicalizzarsi: «Alla fine uno diventa anche terrorista, data la violenza che noi esercitiamo continuamente». Ma se la Siria è l’anticamera dell’Iran, allora è il caso di dirlo: stiamo scherzando col fuoco. «Se si attaccherà l’Iran sarà la Terza Guerra Mondiale», dice Massimo Fini: «E’ molto rischioso per le democrazie attaccare l’Iran, perché saltano anche tutte le alleanze più o meno forzate che hanno con i paesi cosiddetti moderati, che poi moderati spessissimo non sono», dalla Giordania all’Arabia Saudita, fino all’Egitto. Da una parte i micidiali armamenti dell’Occidente, dall’altra popolazioni deboli ma numerose, ricattate dalla legge del più forte: «E’ abbastanza grottesco che paesi seduti su arsenali atomici incredibili facciano la voce grossa con l’Iran perché ipoteticamente può fare l’atomica». D’altronde, siamo specialisti nel disordine: inseguendo un pericolo immaginario, l’Afghanistan armato in modo antidiluviano, abbiamo destabilizzato il Pakistan, creando Bambina palestineseun pericolo vero, perché Islamabad dispone dell’atomica: «Se gli integralisti prendessero il potere in Pakistan, allora sì che sarebbero cazzi acidi per tutti».
Che fare? L’unica arma che ci resta, aggiunge Massimo Fini, è provare a fare pulizia innanzitutto a casa nostra: la “guerra democratica” non nasce da sola, ma viene sempre fortemente sostenuta, anche se quasi di nascosto. Nel nostro caso, «da una classe dirigente che da trent’anni ha commesso abusi, soprusi, ruberie: il sacco del paese». Oggi attaccano il “grillismo” e la cosiddetta “antipolitica”? E’ logico: hanno paura, finalmente, di essere spazzati via. Per questo «demonizzano Grillo e anche chi non va a votare». Grillo o non Grillo, «c’è in giro una collera notevole, da parte della popolazione, che alla fine si è resa conto che questa democrazia dei partiti non è affatto una democrazia, ma un sistema che ha privilegiato una classe dirigente indecente che ha impoverito il paese», con la corruzione ma anche con la guerra sporca, la “guerra umanitaria”: come quella che ancora si combatte contro gli afghani. Una strage: 65.000 vittime civili, in 11 anni di occupazione. Costo: «Un miliardo di euro all’anno, per tenere inutilmente i nostri soldati lì, per ammazzare e farsi ammazzare».

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