sabato 24 novembre 2012

Ecco la strategia del governo contro i conflitti sociali


E' come per la tortura. Ogni tanto qualche presa di posizione, timida, interlocutoria, blanda. Poi il rischio è che il frutto della discussione si tramuti nel suo contrario, o in un buco nell'acqua. Così pure per il codice alfanumerico sulle giubbe e i caschi della polizia che opera travisata in ordine pubblico ci sono state timide, timidissime, aperture ma un colpo di reni mediatico ha ribaltato la faccenda e adesso la ministra Cancellieri, a pochi giorni dallo sciopero europeo del 14 novembre, ha tirato fuori un pacchetto di norme che servono a sterilizzare qualsiasi tentativo di rendere visibile il conflitto sociale nel Paese.
Così, già espulso dal bipolarismo dal diritto ad essere rappresentato in Parlamento, il conflitto rischia di essere un crimine più di quanto sia già. Il decennio scorso, segnato dall'irruzione sulla scena pubblica dal protagonismo no global, ha lasciato una scia di 18mila processi per reati connessi alle resistenze sociali.
Il governo tecnico, forte dell'unità nazionale che lo sostiene, è riuscito a fabbricare rapidamente una versione di comodo sulla pioggia di lacrimogeni che, dal palazzo del ministero di Giustizia è piovuta sulle teste di liceali terrorizzati dalle cariche sul lungotevere. I rilievi «hanno condotto ad escludere che il lancio del lacrimogeno sia avvenuto dall'interno dell'edificio ministeriale». Il lacrimogeno sarebbe ulteriormente rimbalzato sui bordi delle finestre dell'edificio di Via Arenula, dopo l'iniziale urto contro la parete del palazzo. E dunque «è facile presumere» che il lacrimogeno «sia stato lanciato dall'esterno del Dicastero». Una sorta di teoria del calcinaccio pescata dalla valigia dei trucchi adoperata per archiviare l'omicidio di Carlo Giuliani. Un Palazzo del potere, in fondo, è una sorta di calcinaccio gigantesco. 

Il passo successivo della strategia governativa, adesso, è il tentativo di estendere il Daspo e la flagranza differita, l'incostituzionale armamentario sperimentato negli stadi, alla gestione dei cortei. Lo spiega bene Italo Di Sabato sull'Osservatorio contro la repressione: si vogliono estendere i daspo, cioè i divieti di accedere alle manifestazioni sportive, anche alle “manifestazioni pubbliche” e l’arresto in differita cioè quella norma che consente l'arresto non solo in fragranza di reato, ma anche il giorno dopo, fino a 48 ore dagli scontri, sulla base delle immagini registrate. Dopo i limiti permanenti imposti ai percorsi, l’estensione e l’istituzionalizzazione di zone rosse attorno ai palazzi della politica, ora diventa problematica anche la semplice possibilità di manifestare al di fuori di forme e contenuti sgraditi ai governi di turno.
I daspo verrebbero applicati a chiunque avesse precedenti e denunce in corso, in sostanza interverrebbero prima del giudizio finale manifestandosi come una sanzione amministrativa anticipata prima ancora che la colpevolezza venisse penalmente accertata. L’altra misura annunciata riguarda l’introduzione di “presidi mobili di pronto intervento” sul modello adottato dalla polizia greca. Piccole pattuglie mobili, coordinate dall’alto e da osservatori in abiti civili, che non seguono più il corteo o presidiano staticamente obiettivi sensibili e sbarrano strade, ma si muovono nel territorio circostante il tragitto della manifestazione a caccia dei gruppi considerati l’obiettivo da neutralizzare. In Grecia ci sono i Mat, gruppi speciali antisommossa, che applicano una forma di controguerriglia urbana a bassa intensità che consente di sorprendere gli avversari con degli agguati e dei raid improvvisi. Avanzano in fila indiana per poi scattare all’improvviso, spuntano dal nulla per agguantare i manifestanti isolati o aggredire i gruppetti confusi e sparpagliati. Si nascondono dietro gli angoli, accovacciati tra le vetture in sosta e gli arredi urbani. Una tecnica già in uso nella polizia francese fin dalla metà degli anni 90. E, probabilmente, è il frutto della collaborazione con l'Eurogendfor, la gendarmeria europea che ha sede a Vicenza.
Anche la loro dotazione personale è speciale, tuta robocop, casco e maschera antigas, manganello agganciato dietro la schiena, decine di granate “incapacitanti”, cioè accecanti e assordanti, spray urticanti compreso i “capsulum”, potenti lancia-polvere di peperoncino che bruciano i polmoni. Addestrati all’arresto mirato sono in grado di infilarsi con azioni lampo all’interno del corteo per agguantare uno o due manifestanti e trascinarli via. Questi nuclei alla fine dei cortei penetravano i gruppi di manifestanti che si attardavano negli scontri con pattuglie di 5-6 uomini. Due diretti sull’obbiettivo e gli altri intorno a protezione che si facevano strada a colpi di arti marziali.
Chi si appresta ad assumersi responsabilità di governo è spalmato sulle posizioni della ministra: «Prima di ogni eventuale decisione sull'introduzione di codici identificativi di agenti e funzionari operanti nei servizi di Ordine Pubblico, il Parlamento dovrebbe ascoltare l'amministrazione e le rappresentanze sindacali delle forze di polizia - dice Emanuele Fiano, responsabile sicurezza del Pd -  è infatti necessario comprendere le ragioni a favore e quelle contrarie a tale ipotesi, valutando anche l'inasprimento di norme riguardanti i comportamenti violenti dei manifestanti ostili alle forze dell'ordine. Non sarebbe utile prendere decisioni non condivise dai sindacati che rappresentano il personale di polizia, o che comunque potessero essere interpretate come vessatorie nei confronti degli operatori».
E allora vediamo che ne pensano i sindacati. Daspo e arresti differiti fanno gongolare la galassia delle sigle sindacali di polizia che, incuranti delle evidenze filmiche degli abusi, ora come a Genova nel 2001, amano dipingersi in tinte pasoliniane quasi neorealistiche. «Una cosa è sicura: noi del Sap siamo e resteremo sempre, concretamente, dalla parte dei ragazzi dei Reparti Mobili». Tanzi, segretario di questo sindacato è più che esplicito: l'identificativo sarebbe «un tentativo di destrutturare l'apparato di sicurezza  in Italia, demotivando conseguentemente il personale che già oggi è costretto a operare in condizioni di grandi difficoltà e con stipendi da 1300 euro al mese. Un tentativo che contrasteremo in ogni modo possibile e lecito. Vorremmo che fosse vietato in modo espresso ai manifestanti di sfilare col volto coperto». Inutile provare a spiegargli che quella roba è già vietata, che il problema è un altro, che è insopportabile che un agente compia reati odiosi come quello di accanirsi tre-quattro contro uno come i peggiori teppisti. Banale ma è come parlare di Costituzione a una statua dell'orrendo Stadio dei Marmi di Roma. «Piuttosto - prosegue Tanzi, - schediamo i manifestanti... Il Daspo per i manifestanti, peraltro, può essere solo un primo passo. Occorre introdurre il fermo preventivo per i violenti noti ai nostri archivi, già previsto in passato dalla legge Reale...».
Se Manganelli apre alla “schedatura" (in verità a Ballarò ha solo detto: «Non escludo nullaneanche l'identificazione. Credo che si possa percorrere questa strada e che si troverà un punto d'incontro») anche la Consap è «fermamente contraria». Questa sigla tocca toni di lirismo inaspettati: «Agenti feriti in azione, applauditi dalla gente per aver sgominato una banda di albanesi specializzata in furti ma poi stangati al pronto soccorso, visto che il ticket, per la visita, devono pagarselo di tasca propria. Agenti finiti ingiustamente sotto processo, che dopo l'odissea giudiziaria si vedono costretti ad accendere un mutuo per pagare le spese legali, visto che il ministero restituirà loro neanche un terzo delle parcelle degli avvocati. E' un mondo di senza diritti, e soprattutto di zero tutele, quello dei soldati blu». E' davvero così? Davvero credono a questa versione? Davvero il prefetto di Roma crede che la polizia abbia «in sé gli anticorpi per individuare e denunciare chi, al suo interno, si comporta al di fuori delle norme»?
Il Coisp si scaglia contro l'idea di «poliziotti marchiati come bestie». Questo sindacato, per capirci, è quello che ogni 20 luglio, anniversario dell'omicidio Giuliani, prova a occupare la scena mediatica chiedendo di svolgere un presidio sulla scena del delitto ma in solidarietà con le forze dell'ordine. «Le dichiarazioni di Manganelli sulla possibile introduzione dei numeri di identificazione per i poliziotti in servizio di ordine pubblico sono inaccettabili. E' evidente che il Capo della Polizia non rappresenta i suoi uomini, né è capace di tutelarli - afferma Franco Maccari, segretario generale del Coisp - perché il Capo della Polizia, anziché accettare che i suoi uomini vengano marchiati come le bestie, non pretende che vengano dotati di adeguati strumenti di difesa? Perché non si pretende che anche la Polizia italiana venga dotata di telecamere sui caschi e sulle auto come avviene in ogni parte del mondo, per consentire di identificare gli autori di reati? Perché il Capo della Polizia non chiede che i suoi uomini, pagati (loro si'…) una miseria al mese, vengano quantomeno dotati di moderne tute protettive, come quelle del polizie degli altri Paesi, per proteggerli meglio dagli assalti dei manifestanti?».
Quello tra le prese di posizione dei sindacati di polizia all'indomani dell'ennesima dimostrazione di forza e crudeltà dei reparti scesi in campo è un tour dell'orrore ma quanto mai istruttivo sulla distanza tra istituzione e costituzione, sull'impermeabilità quasi perfetta, una separazione tra società civile e polizia che viene sempre a galla ogni volta che si manifesta un caso di “malapolizia".
I sindacati di polizia fiancheggiano la costruzione di versioni ufficiali farlocche o le immaginano loro stessi: senz'alcuna pezza d'appoggio, ad esempio, il Coisp parla per il 14 novembre di «tentativi di qualche migliaio di criminali con caschi, manici di picconi, spranghe di ferro e bombe carta di assaltare il Senato della Repubblica, la Sinagoga di Roma e le scuole Ebraiche». E, con assoluto sprezzo del ridicolo quelle migliaia di invasati sarebbero stati fermati «solo grazie alla perizia e competenza di circa 30 Appartenenti alla Polizia di Stato ed ad altre Forze di Polizia».
Una frottola a uso e consumo non solo delle relazioni sindacali ma di una visione del mondo in cui il poliziotto è esso stesso l'incarnazione della legge e la legge non si deve permettere di interferire. Così si capovolgono i ruoli e i poliziotti, nelle versioni di questi sindacati, diventano «Sorvegliati Speciali, mentre ogni comportamento delinquenziale attuato dai criminali travestiti da manifestanti sarà tollerato e resterà impunito». Ogni altro punto d'osservazione farebbe parte di una «campagna persecutoria nei confronti di chi è chiamato a fronteggiare eventi che appaiono sempre più eversivi».
E' la logica di «uno a zero per noi», come esclamò la poliziotta di turno al centralino della questura quando fu ucciso Carlo Giuliani, della solidarietà incondizionata di Siulp e Sap agli assassini di Federico Aldrovandi, della catena umana che voleva impedire l'arresto dei torturatori napoletani della Caserma Raniero, delle torture diffuse a Bolzaneto, delle suonerie con Faccetta nera, della pretesa di garanzie legali per chi partecipa alla guerra d'occupazione contro la popolazione della Valle di Susa.
Una logica che solo il Silp sembra spezzare quando dice che l'arresto differito e il Daspo «hanno in comune il fatto di essere strumenti che derogano ai principi generali del diritto». Il segretario nazionale del Silp-Cgil, Claudio Giardullo è piuttosto eloquente: «L'arresto differito ha senso se riferito alla violenza in ambito di manifestazioni sportive per la particolare frequenza che questi eventi hanno avuto anche in passato. E questo vale anche per il Daspo, nella sua forma semplice o aggravata. Anziché prevenire anche con il dialogo (tra organizzatori delle manifestazioni e dei cortei e le forze dell'ordine) si sposterebbe tutto sul versante della repressione». E sull'alfanumerico, il segretario romano del Silp, ritiene che «avrebbe un duplice effetto trasparenza: verso l'opinione pubblica, che sa chi ha di fronte e a garanzia di tutti i poliziotti che svolgono correttamente il loro servizio. Indubbiamente l'identificazione con un codice sgombra il campo da tante illazioni. Noi non possiamo invocare come esimenti condizioni di stress o tensione... siamo per primi tenuti al rigoroso rispetto della legge in qualsiasi circostanza».
Puro buonsenso che però non attecchisce nemmeno negli ambiti confederali. Il Siulp, ex sindacato unitario, ora legato alla Cisl, è stato, infatti, il primo a congratularsi per la professionalità dei colleghi il 14 novembre. Poi, in una lunga lettera al Fatto quotidiano molto più equilibrata dei suoi omologhi, il suo segretario generale, Felice Romano, scrive «Identificarci è giusto, ma siamo talmente messi male che non c'è una divisa per ogni poliziotto: le usiamo a turno». Ancora una volta prevale una autovittimizzazione rispetto alla possibilità di una seria assunzione di responsabilità. «Ben venga il numerino identificativo se questo serve a rinforzare il rispetto dei cittadini e il senso di trasparenza dell'azione di polizia ma solo dopo che il ministro e il capo siano riusciti a ripristinare credibilità ai vertici delle proprie amministrazioni». La lettera è la denuncia della inadeguatezza dell'addestramento che smentisce ogni retorica sulla professionalità.
All'indomani delle cariche del 14, anche Siap (Uil) e Anfp, il sindacato dei funzionari, hanno diramato un comunicato sulla questione chiedendo «risorse e mezzi affinché si evitino il più possibile lo scontro fisico tra polizia e teppisti e si trovino i fondi per microtelecamere sui caschi per permettere ai poliziotti di mostrare con chiarezza cosa fanno i professionisti del caos, esse sarebbero tra l'altro utilissime a disinnescare sul nascere qualsiasi polemica». Naturalmente, il contegno dei colleghi è stato «inappuntabile al pari della scelta operata dalle autorità in merito al posizionamento e allo schieramento di uomini e mezzi».

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