venerdì 24 agosto 2012

Nuova legge e al voto a novembre. Sorridono i Monti, piange Vendola

La riforma elettorale sembra dietro l’angolo. Certo, non si può escludere l’intoppo all’ultimo momento. Non è affatto detto che Berlusconi non ci ripensi decidendo di non concedere un vantaggio troppo cospicuo al Pd. I bookmaker, però, sono unanimi nel dare per fatta la legge e nell’indicare il 25 e il 26 novembre come data delle elezioni.  

glialtrionline.it | Autore: Andrea Colombo
La legge, si sa, sarebbe un proporzionale corretto da robusto premio di maggioranza del 15%, da attribuirsi al primo partito, con soglia di sbarramento del 5% e probabilmente dell’8% al Senato. Garantita comunque la clausola salva Lega (i partiti che vanno oltre una certa soglia in tre regioni entrano anche senza il 5% a livello nazionale). I parlamentari verrebbero eletti con un mix di collegi e sistema proporzionale.
Mancano ovviamente le limature, che spesso sono tali da alterare profondamente l’equilibrio iniziale. Però, pur con tutto il beneficio d’inventario possibile, si può azzardare una valutazione su chi vince e chi perde con questa legge. Non profetizzando il responso delle urne ma solo valutando chi uscirebbe politicamente premiato e chi punito oggi.
Vince, anzi stravince re Giorgio. Vuole fortissimamente che la riforma sia varata subito per essere lui a guidare il passaggio di consegne e a dare l’incarico, postazione strategicamente decisiva. L’obiettivo gli sfuggirebbe se la legislatura arrivasse a naturale scadenza. Per lui, dunque, il voto anticipato sia pur di poco è una vittoria in sé.

Vince Mario Monti. L’idea di scommettere sull’anticipo del voto è tanto sua quanto del regnante: prima si vota più sono alte le possibilità di una sua riconferma per altri cinque anni, o in alternativa di una sua pronta ascesa al Colle. Oggi “i mercati”, Moddy’s e la Merkel lo vogliono sul ponte di comando, domani chissà. Chi siamo noi per discutere il verbo dei mercati, delle agenzie di rating e del Reich?
Vince Casini. Lavora indefessamente per imporre altri cinque anni di ABC e di cura Monti. Con questa legge è a un soffio dall’avercela fatta, e con lui quella componente del Pd che su questa carta ha scommesso con ardore quasi pari a quello del bel Pier. Il più rumoroso, ma non l’unico né il più determinante, è Enrico Letta.
Perde Pierluigi Bersani. Mira alla presidenza del consiglio e avrebbe le carte in regola per conquistarla. Con questa legge tutto gli diventerà molto più difficile. Per evitare Monti e l’alleanza stramba parte seconda, il Pd, Sel e l’Udc dovrebbero incamerare il 51% dei seggi, e non è nemmeno detto che basterebbe. In caso contrario, Napolitano affosserà le sua ambizioni senza esitare un attimo.
Perde Nichi Vendola. Se passa la legge di cui sopra non solo dovrà scegliere tra la lista comune col Pd e il rischio forte di non passare la soglia di sbarramento, ma vedrà svanire anche quelle primarie in nome delle quali ha stretto con Bersani un patto che già minaccia di trasformarsi in cappio.
Perde Romano Prodi. Con tutti i suoi limiti, è stato per vent’anni circa il leader più coerente e meno ondivago nel perseguire il disegno di un assetto basato sulla contrapposizione netta tra un centrosinistra non tentato da mesalliances di sorta e la destra. Un anno fa era tanto vicino al successo da poterlo quasi toccare, e in quel caso la presidenza della Repubblica sarebbe stata il consequenziale passo successivo. Quell’obiettivo, sia detto di sfuggita, era condiviso dalla stragrande maggioranza della base del centrosinistra. Ma l’ultima parola, si sa, ce l’hanno sempre i gruppi dirigenti… I risultati si vedono.