martedì 7 agosto 2018

Foggia, volevano solo braccia e hanno cancellato le persone



La “fabbrica verde” del Sud Italia si basa sulla deumanizzazione sistematica dei lavoratori migranti. In questi anni, è mancato uno strumento di organizzazione sindacale. Anche per questo, lo sciopero di domani lanciato da USB è di fondamentale importanza
Cosa c’è di diverso tra i morti nei furgoni dei caporali italiani degli anni ’80 – ’90 e quello che avviene oggi nelle campagne pugliesi? Nulla, e tutto.
Nulla, perché oggi come allora la dimensione dello sfruttamento nelle campagne è intensiva e feroce, tutto perché quel modello produttivo che nelle campagne inseriva le donne italiane nell’ultimo anello dello sfruttamento è totalmente cambiato. Il modello di sfruttamento tutto interno ai lavoratori italiani opera dentro un modello di relazioni sociali che si estende anche alla condivisione degli spazi urbani, mentre il modello riservato ai lavoratori stranieri presuppone “il ghetto” come strumento di isolamento su cui attivare forme di servitù, quindi di inferiorizzazione.
Quello che oggi manca ai lavoratori migranti è il riconoscimento della loro condizione di lavoratori. Quella che vivono è una condizione che travalica le nostre forme di precariato e di sfruttamento, perché non gli è riconosciuta nemmeno la loro regolare presenza sul territorio, quindi non solo sono non lavoratori, ma sono anche non persone, alle quali non è riconosciuta alcuna dignità di presenza. Siamo oltre la categoria di esercito di riserva. Siamo alla completa desoggettivazione. Non tenere conto di questo aspetto significa rimuovere completamente la dimensione del problema ed eliminare la possibilità di articolare una strategia e una agenda adeguata.
Il mero richiamo alla legalità, per quanto giusto, è insufficiente, considerato che la legalità di domani sarà rappresentata dalla reintroduzione dei voucher, quindi all’estrema subalternità e al mancato riconoscimento dei braccianti come lavoratori e produttori di ricchezza.
C’è un dato che sfugge ai commentatori che hanno riportato questa notizia, in tutti e due gli incidenti ad essere coinvolti nei sinistri sono stati i furgoncini che trasportavano i braccianti ed i camion che trasportavano i pomodori che loro raccoglievano.
La “fabbrica verde” è oramai un modello produttivo consolidato da più di un ventennio che ha “annerito” le nostre campagne rese oramai una fabbrica a elevata razionalizzazione, dove il lavoro nero, lo sfruttamento intensivo, la mobilità dei lavoratori e l’accoglienza indegna sono il corollario di un modello produttivo di competizione basato sulla compressione salariale che necessita di forza lavoro invisibile e ricattabile.
Non scherziamo, ricondurre queste stragi a una mera questione di “caporalato del trasporto”, non solo non ci permette di comprendere a fondo cosa sia la “fabbrica verde”, ma ancora peggio ci impedisce di capire quale sia il bersaglio su cui indirizzare la nostra azione.
Quando siamo andati a Nardò per organizzare lo sciopero con i braccianti avevamo ben chiaro che il meccanismo contro il quale stavamo lottando era un modello che si basava sulla rottura tra i lavoratori. Avevamo ben chiaro che una legge come la Bossi / Fini e tutto il meccanismo di progressiva clandestinizzazione dei migranti era e rimane il principale serbatoio della forza lavoro della “fabbrica verde”. Tuttavia è necessario dire che il modello di sfruttamento è talmente radicato che non vi è da parte dell’impresa una valutazione meramente economica dei benefici. È necessario, infatti, mantenere un rapporto di desoggettivazione al di là dell’immediato guadagno. Nessuno provi ad alzare la testa.
Pur essendo stato importante quello sciopero per la legge sul caporalato, i cui limiti sono evidenti, e pur essendo stato importante il processo Sabr contro la riduzione in schiavitù, sapevamo in cuor nostro che non c’era nulla da festeggiare.
Nulla, perché la lotta dei lavoratori nelle campagne è soprattutto lotta di classe, una lotta materiale dove entrano in gioco i corpi, i picchetti, le minacce e il coraggio. Una lotta di potere, di chi ha tutto contro, di chi non ha da perdere che le catene dello sfruttamento e il filo spinato della frontiera e del mare.
Smettiamola quindi di girare intorno alla questione e diciamo le cose come stanno: quello che è mancato in questi anni nelle campagne italiane non è stata la voglia di lottare ma l’organizzazione per farla. La capacità di costruire un sindacato a insediamento multiplo in grado di dare potere alla forza collettiva dei lavoratori contro il potere della “fabbrica verde”. Di quella grande distribuzione che basa il suo profitto sulla pelle viva dei braccianti.
Lo sciopero USB di domani è importante proprio per questo, perché dopo l’omicidio di Sacko a Rosarno rimette al centro i braccianti in quanto persone, in quanto lavoratori. Chi può, invece di mascherarsi nelle sigle associative, scenda in strada con questi lavoratori.

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