venerdì 24 agosto 2018

Caporetto diplomatica.

Proveranno a indorare la pillola, a cercare una parola, una frase per dimostrare che "siamo stati ascoltati".
 
Ma anche nell'era della post verità non si può￲ arrivare fino al punto di violentarla, la realtà.
E la realtà materializzatasi a Bruxelles è che l'"affaire Diciotti" ha rappresentato per l'Italia una Caporetto diplomatica, di fronte alla quale anche quel poco che il presidente del Consiglio, l'avvocato Conte, aveva raccolto al Consiglio europeo di fine giugno, appare tanta roba.
Nell'Unione europea a Ventotto Stati, appena dodici, meno della metà, hanno partecipato alla riunione tecnica convocata dalla Commissione europea a Bruxelles per cercare una soluzione definitiva al problema dei flussi migratori.
E già presenze e assenze sono un segno della disfatta.
Ma ciò￲ che suggella la Caporetto diplomatica, consumatasi mentre il ministro degli Esteri, l'europeista Enzo Moavero-Milanesi parlava a Rimini al Meeting di Cl, sono le chirurgiche considerazioni la portavoce dell'esecutivo comunitario per le questioni di immigrazione, Tove Ernst, quando ricorda che il meeting di oggi "non è stato organizzato per trovare una soluzione alla nave Diciotti"
Colpiti e affondati. Perché con le minacce, peraltro impraticabili, non si fa strada a Bruxelles né si conquistano consensi e alleanze tra i Ventotto dell'Unione.
E quelle lanciate dai due vicepremier, oltre che estensori del "Contratto di governo", Salvini e Di Maio, sono apparse da subito come armi caricate a salve, buone, forse, a uso interno, ma assolutamente inutilizzabili a livello europeo, dove, già prima dell'affaire Diciotti, di amici Roma ne contava davvero pochi, per non dire nessuno.

E questo si evince anche da coloro che hanno deciso, senza grande entusiamo, di sedersi al tavolo di Bruxelles e quelli, altamente motivati a non staccare il biglietto per la capitale belga. "Mi si nota di più se ci vado o se non ci vado": il morettiano (nel senso di Nanni) dilemma, ha trovato una risposta a Bruxelles. Una sorta di quadratura del cerchio in negativo: La lista dei presenti al tavolo predisposto in fretta e furia vedeva "attovagliati" Austria, Belgio, Francia, Germania, Grecia, Irlanda, Lussemburgo, Malta, Paesi Bassi, Portogallo e Spagna, oltre l'Italia, of course. Ebbene, si fa per dire, degli "attovagliati" la stragrande maggioranza - di sicuro Austria, Francia, Malta, Paesi Bassi, Francia e Spagna, incerti tendenti allo scettico gli altri - hanno chiarito sin da subito che di decisioni sulla Diciotti da lì non ne sarebbero uscite. A questi si aggiunge l'Italia, ovviamente. Tra i grandi assenti i componenti del blocco di Visegrad (Polonia, Repubblica ceca, Polonia e Ungheria), con cui il vicepremier Salvini ha cercato di stringere alleanze proprio sul dossier dell'immigrazione, facendo, alla prova dei fatti, un colossale buco nell'acqua. Ma i partner dell'est, veri o presunti che siano, non ci sono. Ufficialmente non sono a Bruxelles perché non invitati.
La Commissione europea fa sapere di avere invitato i dodici Paesi presenti, e che da questo punto di vista nessuno ha declinato l'invito. Per￲ se gli altri non sono stati convocati è perché appare chiaro che la chiusura sul tema immigrazione dal resto dell'Europa è pressoché totale. E così, la riunione si è conclusa senza l'ok a una dichiarazione finale di intenti che era stata preparata, ma poi non adottata. La bozza della dichiarazione prevedeva un accordo generico, ma condiviso sulla questione del pattugliatore italiano attualmente fermo al porto di Catania: "La riunione ha permesso di fare passi avanti verso una soluzione condivisa per i migranti a bordo della Diciotti - si legge nel documento mai adottato - e quelli che recentemente sono sbarcati in Spagna, come è stato fatto in precedenti operazioni. La discussione si è svolta in uno spirito di responsabilità e solidarietà, seguendo un approccio collaborativo ed europeo". Sul collaborativo ed europeo è meglio stendere un velo pietoso. Il ridicolo documento non adottato, è la degna non conclusione di un meeting che aveva preso corpo sotto i peggiori auspici. "Le minacce non sono d'aiuto e non porteranno a avvicinarsi a una soluzione" per i migranti a bordo alla Diciotti, aveva detto venerdì mattina il portavoce della Commissione, Alexander Winterstein, commentando le dichiarazioni di Luigi di Maio e Matteo Salvini.
Quelle parole suonavano come un de profundis per la nostra diplomazia, pure impegnata da giorni, h24, per provare a portare a casa un qualche risultato (leggi, una almeno parziale ridistribuzione dei 150 disperati da giorni "sequestrati" sulla Diciotti. Niente da fare. E le parole, chiare, nette, del titolare della Farnesina, a Rimini, "pagare i contributi all'Ue è dovere legale", suona come una clamorosa presa di distanza, dell'uomo voluto dal capo dello Stato alla guida della diplomazia italiana proprio per evitare rotture e figuracce in Europa, dalle "sparate" dei due vicepremier. Se a ci￲ si aggiunge la dura presa di posizione dei vertici delle due Agenzie delle Nazioni Unite (Unhcr e Oim) impegnate in prima linea sul fronte migranti: "Fateli sbarcare!", più che un appello, un monito a Roma, si arriva ad una conclusione che dovrebbe inquietare chiunque abbia ancora un senso dello Stato e dell'importanza delle istituzioni sovranazionali: se non ancora espulsa, l'Itala è oggi fortemente emarginata dal consesso internazionale. Il "sovranismo", o hai la forza e i mezzi per praticarlo, ma lo puoi fare se sei il presidente degli Stati Uniti d'America, altrimenti è un cadere nel baratro del velleitarismo che in politica estera non paga mai. Perch←, prima o poi, con la realtà i conti sei chiamato a farli. Una lezione che non entra nella testa (politica) del titolare del Viminale.
E sì che il suo collega della Farnesina, aveva provato a fargli capire che la minaccia "o l'Europa si fa carico di quei migranti illegali (sulla Diciotti, ndr) o noi li riportiamo a Tripoli", era qualcosa di incredibile, e impraticabile, non solo perché cozzava contro la Convenzione di Ginevra del 1951 sui rifugiati, che l'Italia ha firmato, ma che quelli di Tripoli, quei migranti non li volevano proprio, con l'aggiunta, ripetuta da settimane, che in Libia, per l'Italia, non esistono "porti sicuri". E' limitativo dire e scrivere che a Bruxelles non c'è stato alcun accordo. Questa è una constatazione oggettiva. Ma a Bruxelles, in una torrida giornata di fine agosto, l'Italia con il suo governo gialloverde, ha misurato il suo isolamento in Europa, che oggi si manifesta sul dossier migranti, e in un futuro che si fa presente sulle grandi partite economiche e fiscali. E mentre a Bruxelles si decide di non decidere, a Catania continua il dramma di 150 persone costrette da giorni su una nave militare italiana. Molti di loro, avrebbero i requisito per chiedere e ricevere protezione e dunque lo status di asilanti-rifugiati. Ma, come denunciato da organizzazioni umanitarie e associazioni di giuristi, a queste persone non è permesso esercitare un diritto riconosciuto loro dalla Convenzione di Ginevra e regolato da precise procedure in vigore in Italia. E allora, è bene usare i termini più appropriati per definire i 150 della Diciotti. Non sono "migranti". Sono "sequestrati", in spregio a convenzioni, sentenze internazionali e anche ad articoli del nostro codice di procedura penale. E questa è l'altra faccia, quella ancora più sporca, della Caporetto diplomatica dell'Italia.

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