domenica 26 agosto 2018

L’Italia Ultima in Innovazione.

È stato pubblicato a metà Luglio il Global Innovation Index 2018. Rapporto che non si capisce come mai non ha goduto della giusta attenzione da parte dei media, come invece sarebbe dovuto avvenire visto che si tratta di una pubblicazione di assoluta rilevanza.

datamediahub.it Pier Luca Santoro
Il Global Innovation Index 2018, giunto quest'anno alla sua undicesima edizione, viene co-pubblicato dalla Cornell University, università statunitense da tempo nella "top 20" mondiale, INSEAD, la celebre business school a Fontainebleau, in Francia, e dalla World Intellectual Property Organization. Il nucleo del rapporto consiste in una classifica delle capacità e dei risultati dell'innovazione delle economie mondiali. Nel 2018 comprende 126 economie, che rappresentano il 90.8% della popolazione mondiale e il 96.3% del PIL globale.
Il rapporto mira a catturare le sfaccettature multidimensionali dell'innovazione attraverso l'analisi di sette macro-aree: Istituzioni, Capitale Umano e Ricerca, Infrastrutture, Complessità del Mercato, Complessità Aziendale, Produzione di conoscenza e Tecnologia, e Produzione di Creatività. Aree che a loro volta sono composte da 80 indicatori.

Ciò che emerge dal rapporto del 2018 è che l'innovazione e la ricchezza sono componenti di un circolo virtuoso che si rafforza: l'innovazione può portare a una maggiore produttività, una maggiore produttività significa che lo stesso input genera un output maggiore, una maggiore produzione spesso si traduce in più innovazione.
Per l'ottavo anno consecutivo la Svizzera è il numero uno del Global Innovation Index, mantenendo la leadership dal 2011 a oggi.  
Seguono Olanda, Svezia, Regno Unito, Singapore, Stati Uniti, Finlandia, Danimarca e Germania, e Irlanda, che ha battuto Hong Kong nel 2015. Da allora nessun paese è entrato o uscito dai primi 10.

L’Italia si posiziona al 31esimo posto, perdendo due posizioni rispetto al 2017. 
29esima posizione che mantenevamo stabilmente dal 2013, il che significa che tra il 2017 ed il 2018 abbiamo rallentato la marcia, già non eccellente, diciamo, rispetto alle altre nazioni. 
Il nostro Paese è praticamente ultimo tra le grandi nazioni industrializzate avanzate, ad eccezione della Russia che si trova al 46esimo posto.
Se già questo la dice lunga sull'arretratezza complessiva dell'Italia a livello di innovazione, entrando nel dettaglio delle sette macro-aree succitate, se possibile, la situazione peggiora ulteriormente.
Per quanto riguarda l'apporto delle istituzioni all'innovazione scendiamo in 32esima posizione, alle spalle di Paesi come il Brunei, e gli indicatori specifici di quest'area ci vedono al 42esimo posto per efficienza governativa, scivolando al 53esimo posto per le norme di legge, in particolare su la qualità della tutela dei contratti, dei diritti di proprietà, della polizia e dei tribunali, e sprofondando addirittura in 56esima posizione per la facilità di iniziare un'attività imprenditoriale.
Non va meglio per quanto riguarda capitale umano e ricerca. Area nella quale, anche in questo caso siamo in 32esima posizione. Ancora una volta alcuni indicatori specifici di quest'area fanno rabbrividire. 
Siamo 50esimi per l'educazione scolastica, e addirittura 76esimi per quanto riguarda gli investimenti statali [come percentuale del PIL] in spese per l'istruzione.
Le infrastrutture sono l'unica macro-area in cui l'Italia va un po' meglio posizionandosi al 18esimo posto, ma nell'uso dell'ICT torniamo in 38esima posizione, e scendiamo alla 42esima per accesso all'ICT.
La complessità del mercato ci vede sprofondare in 44esima posizione, alle spalle, ad esempio, di nazioni come Ruanda, Vietnam o Tajikistan, con la facilità di ottenere credito che ci vede al 88esimo posto, oppure gli indicatori sugli investimenti che ci collocano 99esimi su 126 nazioni.
Va un po' meglio, ma siamo comunque 34esimi al mondo, per quanto riguarda l'area della complessità aziendale, ma anche in questo caso su alcuni indicatori specifici, quali l'assimilazione della conoscenza crolliamo al 49esimo posto. Vedendo, come abbiamo evidenziato più volte, la differenza tra la grammatica e la pratica, tra il dichiarato ed il realizzato, non si resta neanche un po' sorpresi al riguardo, ahimè.
Risaliamo 24esimi per produzione di conoscenza e tecnologia, ma entrando nel dettaglio degli indicatori specifici si vede come si tratti prevalentemente di aspetti formali e non sostanziali.
Infine, riscendiamo  in 38esima posizione per quanto riguarda la produzione di creatività, crollando al 50esimo posto, dietro, tra gli altri, a Camerun e Tanzania, per quanto riguarda stampa, pubblicazioni e altri mezzi di comunicazione. 
Anche in questo caso, al di là dei dati specifici, ce ne eravamo accorti da tempo, purtroppo.
È singolare, per così dire, che questi temi, che rappresentano il presente ed il futuro del Paese siano spesso riservati agli addetti ai lavori mentre restano perlopiù estranei dal dibattito generale e dall'agenda politica.
Su DataMediaHub non diamo spazio alla politica se non in termini di comunicazione o, appunto, di innovazione, ma, seppure sia evidente che la fotografia impietosa del Global Innovation Index 2018 sia il frutto di scelte del passato, remoto e non, permetteteci di dire che ci piacerebbe davvero molto se vi fosse la giusta attenzione, e relativa azione, da parte di quello che si definisce "il governo del cambiamento", poiché crediamo davvero che senza innovazione il cambiamento non possa che essere peggiorativo.
Al riguardo confidiamo che a quanto dichiarato in una recente intervista: «È necessario immaginare fin da ora un serio piano di investimenti per l'innovazione, razionalizzando le risorse che pure esistono ma sono parcellizzate in mille bandi locali, regionali, di settore senza un vero progetto complessivo che invece è più che necessario, è fondamentale e non più prorogabile», seguano il prima possibile le relative azioni da implementare. 
Come recitava la celeberrima prima pagina del quotidiano di Confindustria del 10 Novembre 2011, fate presto!

 

 

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