martedì 28 agosto 2018

«Il liberismo ci seppellirà, torniamo a Keynes». Intervista ad Ilaria Bifarini

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Il suo ‘profilo’ pubblico, e quindi la pagina ‘internettiana’ dal titolo Blog di una bocconiana redenta, la descrive in maniera perentoria e senza alcuna possibilità di mediazione. Eppure, Ilaria Bifarini aveva costruito negli anni un esemplare Curriculum Vitae da economista preparata e pronta a maturare importanti esperienze professionali, così come realmente ha fatto, sia nel pubblico che nel privato. Licenza liceale classica, laurea col massimo dei voti in Economia alla Bocconi, perfezionamento alla Scuola Italiana per le Organizzazioni Internazionali di Roma e al Corso di Liberalismo presso l’Istituto “Luigi Einaudi” (sempre di Roma), si è infine progressivamente discostata dal suo ‘milieu culturale’ tanto da diventare tra le più feroci critiche del liberismo e delle politiche economiche ad esso correlato.
Il suo primo libro Neoliberismo e manipolazione di massa (2017) ha avuto un notevole successo ed ora pubblica I coloni dell’austerity. Africa, neoliberalismo e migrazioni di massa (Youcanprint, p.200) che allarga su un fronte anche sociologico e culturale la critica al modello attuale.

i coloni
Lei scrive: «Le misure imposte dal Fondo monetario internazionale e dalla Banca mondiale ai paesi del Terzo Mondo sono le stesse oggi riproposte agli Stati dell’Unione Europea».
Esattamente. A seguito della crisi del debito del Terzo Mondo (1982) questi Paesi hanno subito un processo inarrestabile di rimozione dei dazi commerciali, liberalizzazioni, accordi di libero scambio, privatizzazioni e misure di riduzione della spesa pubblica destinata ai già carenti servizi locali. Con decenni di anticipo, il Fondo monetario internazionale e la Banca mondiale attraverso i cosiddetti «Piani di aggiustamento strutturale» hanno attuato in Africa ciò che la Troika ha realizzato in Grecia. Gli effetti disastrosi sono sotto gli occhi di tutti.
 Prima ancora delle questioni prettamente economiche mette, però, in primo piano le conseguenze e le relazioni tra immigrazione e demografia.
È stato previsto che entro il 2050 la popolazione africana raddoppierà, passando da 1,2 a 2,5 miliardi di abitanti. Nel Continente Nero non si è riusciti a realizzare quel processo di transizione demografica in grado di traghettare paesi poveri verso uno stadio di sviluppo. L’Africa, al contrario, si trova invischiata nella cosiddetta «trappola maltusiana», un circolo vizioso di esplosione demografica e povertà endemica causato da politiche economiche inadeguate e fallimentari. Per tentare di uscirne si fa ricorso all’emigrazione che, al contrario, non fa altro che aggravare la situazione economica dei paesi di origine, privati così della forza lavoro più giovane e intraprendente.
Lei collega tutto ciò facendo un lungo viaggio dal colonialismo classico fino alle sue nuove forme. Da ciò che scrive paiono mutate le forme mentre permangono immutate le strategie di fondo di una certa ossessione imperialistica.
Il nuovo colonialismo rispecchia l’essenza del modello neoliberista universale. Non sono più gli Stati in quanto tali a esercitare il loro dominio, bensì gli interessi delle multinazionali e della finanza internazionale che specula e si arricchisce sul rimborso del debito, così come da noi.
Ecco perché parla di «finanziarizzazione della disperazione».
Proprio così. Esistono organizzazioni non governative specializzate nel «prestito» all’emigrazione, indicata e propagandata come modello di crescita per i paesi del Terzo Mondo. Vengono concessi prestiti alle famiglie per far emigrare i propri figli, che a loro volta dovranno poi inviare a casa denaro per rimborsare il debito. Inoltre, esiste un fiorente business dietro tali trasferimenti di denaro (le cosiddette rimesse economiche) cui vengono applicate provvigioni molto elevate dalle società operanti nel settore. Un business assai fiorente che specula sulla miseria umana.
 E così scopriamo che l’austerity, termine tanto inviso ai popoli mediterranei (Grecia, Spagna e Italia su tutti), è concetto che oramai appartiene anche alle logiche di politica economica del continente africano.
 Sì, studi autorevoli fanno risalire l’origine delle politiche neoliberiste, e dunque delle correlate misure di austerity, proprio all’Africa post coloniale. È impressionante come proprio quei paesi in cui i piani di riduzione del debito hanno avuto maggior successo sono quelli di principale emigrazione. Un esempio è la Nigeria, paese di provenienza di gran parte degli immigrati che sbarcano nelle nostre coste: qui il debito pubblico è stato abbattuto fino all’attuale 15%, valore tra i più bassi al mondo. Situazione analoga per Eritrea, Gambia, Costa d’Avorio e altri.
 Oltre alla corruzione, ad evidenti interessi geopolitici di non poche potenze internazionali, ci spiega quali sono stati gli errori fondamentali e quelli che ancora si continuano a commettere?
In realtà, la corruzione rappresenta una conseguenza piuttosto che una causa della situazione africana. I dittatori e le élite locali non sono altro che rappresentanti e garanti degli interessi economici e finanziari transnazionali. La Banca mondiale e il Fondo monetario internazionale utilizzano la questione della corruzione per giustificare I fallimenti delle politiche economiche da essi imposte. Ma è proprio la loro ingerenza e l’applicazione di un modello economico inadeguato che ha impedito e represso ogni possibilità di sviluppo dell’economia e dell’industria locale.
 Ad un certo punto cita la storia di Thomas Sankara.
Thomas Sankara è uno dei personaggi più importanti della storia dell’Africa. Con straordinaria lucidità e lungimiranza, più di 30 anni fa, aveva smascherato il piano egemonico messo in atto dai poteri finanziari internazionali attraverso lo strumento del debito, lo stesso che oggi opera in Europa e di cui l’Italia è vittima. Ebbe il coraggio di denunciarlo apertamente durante l’assemblea dell’Unione Africana in un discorso memorabile e impressionante per la sua attualità. Pagò il suo coraggio con la vita: venne assassinato da quello che sarà il suo successore, appoggiato dalle potenze internazionali. Dopo la sua morte, il Burkina Faso, che durante la presidenza di Sankara aveva avviato un percorso di sviluppo dell’economia locale e di miglioramento dei servizi nazionali, seguirà fedelmente il tracciato neoliberista imposto. A oggi è uno dei paesi più poveri al mondo.
 La sua ricetta sembra essere quella che riportata in uno degli ultimi paragrafi: «Più Stato per garantire il Mercato!». Un ritorno al passato?
Sì, un passato ancora recente, quello del “Trentennio glorioso” che, attraverso l’applicazione di politiche keynesiane, ha consentito all’Occidente e persino al Terzo Mondo uno dei periodi più floridi della storia moderna. La stigmatizzazione neoliberista dello Stato come fonte di tutte le inefficienze in nome della deificazione del mercato non trova alcun fondamento scientifico né empirico. È infatti provata l’esistenza di una correlazione positiva tra l’esposizione al commercio estero di una nazione e la dimensione del suo settore pubblico. Affinché il libero mercato possa funzionare è fondamentale che lo Stato svolga il suo ruolo di tutela dei cittadini più svantaggiati e di redistribuzione della ricchezza per contenere la disuguaglianza, principale fonte di corruzione.
 Ritiene le ricette sovraniste, seppur variegate e diverse (Trump, Putin, Le Pen, Salvini), una risposta credibile e soprattutto concreta?
Molte di queste ricette vanno nella direzione giusta. L’attuale modello dell’Unione Europea è quello neoliberista collaudato nei paesi del Terzo Mondo e le sue politiche di «austerity», attraverso privatizzazioni e tagli alla spesa pubblica che impoveriscono i cittadini e li privano dello Stato sociale. Lo stesso Fondo Monetario ha affermato in un suo studio interno che le misure di consolidamento del debito («austerity») provocano un aumento del livello di disoccupazione e del tasso di disuguaglianza tra la popolazione. È dunque necessaria e improrogabile un’inversione di rotta. Come insegna il caso africano, la tutela della sovranità e della democrazia degli Stati sono una condizione indispensabile per avviare un nuovo percorso, capace di riportarci alla crescita e al benessere su scala nazionale e mondiale. Occorre però tener conto dei cambiamenti economici e sociali avvenuti rispetto al passato e avere chiaro un modello di sviluppo alternativo a quello fallimentare e ormai arrugginito del neoliberismo. Proporre soluzioni vecchie a scenari nuovi è sempre sbagliato.

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