giovedì 28 febbraio 2013

Elezioni, la sconfitta del giornalismo

di Marco Alloni 

Le recenti elezioni italiane hanno decretato diversi sconfitti, primi fra tutti il Pd e Rivoluzione civile. I giornalisti ne hanno disinvoltamente dimenticato un terzo: se stessi. 
Vorrei essere molto esplicito: i giornalisti non ne hanno azzeccata una, e tuttavia continuano a pontificare come se qualcuno avesse loro conferito un qualche diritto di prescienza. Si chiama opinionismo, naturalmente. Ma ha i chiari caratteri del vaniloquio. 

D’altronde è inevitabile che sia così. Avendo ridotto la realtà alla sua rappresentazione mediatica, costoro hanno perso di vista la complessità con cui il reale si manifesta. Lo hanno parcellizzato in statistiche, proiezioni, categorie politologiche e diatribe televisive. Quando essa pulsava dentro cuori, animi e problematiche che con la tarantella dei talk show non solo non hanno nulla a che fare ma non vogliono più avere a che fare.

Così ecco il compiaciuto stupore di Vespa e dei suoi accoliti a fronte del “sorprendente”, “inatteso” risultato del Movimento 5 Stelle, lo stesso che alla gente, in quei mesi, invece di parlare attraverso gli schermi parlava de visu, nelle piazze, nella vecchia agorà della vita reale. Lo stesso che nel rifiutarsi ai balletti televisivi colse l’unico dato veramente drammatico della politica italiana: la sua autoreferenzialità. E non solo l’autoreferenzialità della politica – che conosciamo bene – ma quella che la promuove mediaticamente: quella giornalistica.


Ora, la domanda è: perché proprio coloro che dovrebbero avere il polso della società – politici in primis, giornalisti a ridosso – la sensibilità di tale polso hanno delegato a un ex comico come Beppe Grillo? Possibile sia necessario un outsider per capire dove sta andando l’Italia e cosa reclama? 

La formuletta di consolazione è sempre la solita: voto di protesta, antipolitica. Uno di quei mantra che, a furia di essere ripetuto, ha finito per convincere i giornalisti stessi: che con Giuliano Ferrara in testa si ostinano ancora a parlare di “populismo”. È desolante accorgersene, ma non è proprio il popolo televisivo l’unico davvero preda del populismo? Non è al ridondante siparietto delle solite formulette rimasticate nei talk show che va imputata la responsabilità di una decadenza della politica e del suo allontanamento dalla realtà? 

Grillo userà toni inusuali, scomposti, non avrà chiare idee programmatiche, e avrà pure su di sé la damnatio memoriae dei suoi trascorsi di comico. Ma populistico non è arringare le folle invitandole a sognare una possibile revulsione delle viete categorie su cui la politica marcia dal secondo dopoguerra in avanti. Populistico è fare giornalismo come lo si fa oggi in Italia, soprattutto in televisione, agendo non già sulle aspettative profonde degli italiani – che per conoscere bisogna incontrare – ma sul loro voyeurismo, sul compiacimento fine a se stesso di seguire questo o quel talk show per vedere chi vincerà la sfida sofistica. Questo è il populismo che mina l’Italia, questo il fondo di responsabilità da imputare a una classe giornalistica che mira all’audience come Scotti o Fazio. Questo, non il populismo presunto di chi mobilita le piazze proprio contro questa stagnazione del risaputo e delle diatribe da starlette. 

Allora ripetiamoci la domanda: com’è possibile che tale giornalismo la faccia sempre franca? Com’è possibile che non esistano dirigenze illuminate alla Rai o a Mediaset che sappiano proporre un giornalismo diverso da quello prono alle esigenze più becere – e perciò più populistiche – del popolo bue che non segue Porta a Porta per capire come si potrebbe governare il Paese ma come Alfano potrebbe mettere in difficoltà la Bindi (o viceversa)? 

Sembra inverosimile: ma di questo tracollo del giornalismo nessuno parla. Di questa deriva della politica come effetto di un giornalismo del voyeurismo e della querelle fine a se stessa nessuno si occupa. Assurti ormai a divinità incontestabili, i grandi presentatori italiani procedono sul loro tappeto rosso come se non fossero altrettanto corresponsabili, non solo delle loro previsioni mancate – lo abbiamo visto a queste elezioni – ma anche della stessa dissafezione alla politica, che loro per primi richiamano assurdamente, chiamandosene fuori. 

Non è verosimile che proprio questo tipo di giornalismo chieda alla politica un rimpasto che esso per primo pregiudica con la sua complicità e il suo modus operandi che promuove voyeurismo e sofismo della politica. È ora che alla riforma della politica si accompagni una riforma del giornalismo.

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