giovedì 21 aprile 2016

Máxima, terra e libertà

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Máxima Acuña ha nel Dna la dignità, la determinazione e il coraggio della sua stirpe contadina. Non è più giovane, ha quattro figli ed è anche nonna. Vive nel nord peruviano e lì ha difeso la propria terra, Trogadero Grande, contro i conquistadores dei nostri tempi, due compagnìe minerarie: la statunitense Newmont e la locale Buenaventura.
E’ diventata celebre perché le hanno dato una sorta di Nobel per l’ambiente che si chiama premio Goldman, il motivo è una caparbia lotta a difesa del territorio, ora ricordata da alcune testate sudamericane. Nel 2010 Newmont e Buenaventura promettevano agli azionisti un nuovo Eldorado scavando in Perù oro e rame. Avevano sottoscritto accordi con gli amministratori della regione per attuare il progetto Yanacocha e, l’anno seguente, si presentarono davanti alla casa rurale di Máxima. Dovevano scavare su quei possedimenti e pensavano che la donna, contadina analfabeta, accettasse ogni offerta. Perciò la sollecitavano ad andarsene e lasciare campo libero a scavatrici e minatori. Lei li guardò negli occhi e non disse nulla. Poi osservò lo specchio della Laguna Azul, che sorge nella valletta sottostante la sua casa, e scosse la testa.
Non ci stava a lasciare i luoghi che gli avi avevano amato e curato e disse no. Secondo le aziende se ne sarebbe pentita presto. Passò qualche settimana e in quella casa arrivarono uomini armati, minacciarono tutti, bimbi compresi, chi protestava veniva picchiato. Li spinsero via, distrussero l’abitazione e quel che c’era attorno. Non contenti della violenza i manager delle compagnìe inoltrarono azioni legali, portarono Acuña davanti a una corte che l’accusò di occupazione illegale della terra.  Seguirono multa e prigione. Tre anni tre di reclusione. Veniva giudicata colpevole di ostacolare uno dei maggiori piani di scavo approvato dal governo di Lima con la denominazione nuova miniera Conga. Nei ricordi di Máxima pesano anche i maltrattamenti subìti dalla polizia e l’accusa, infamante, di ostacolare il bene della nazione poiché la protesta, presa a cuore dagli ambientalisti che iniziarono a difenderla, avrebbe allontanato la Newmont e i suoi capitali dal Perù. Il caso assumeva un’eco nazionale, la solidarietà di Ong locali e internazionali portarono nel 2014 alla cancellazione della condanna, seguì il blocco degli scavi attorno alla sorgente della Laguna Azul.
Eppure non era finita. La caparbia contadina continuò a essere minacciata e molestata dalle guardie armate delle ditte, la rincorrevano, le uccidevano gli animali. Le circondarono la casa che la famiglia aveva ricostruito con staccionate, uscita di prigione le ricreavano un’altra galera che loro controllavano a distanza. Lo scontro crebbe ancor più, interessava lo sfruttamento dei giacimenti andini, ma anche la preservazione d’un territorio in parte incontaminato, in un Paese che vanta un’antichissima civiltà del passato. Alle cronache tornava un tema che negli ultimi anni ha visto l’uccisione di decine di attivisti dei diritti proprio in quella nazione, colpiti dal banditismo delle multinazionali dello sfruttamento del sottosuolo, complici gli stessi governi. E dove non c’entrano scavi e miniere il suolo è egualmente straziato da altri interessi. Il fronte ambientalista ricorda la personalità di Chico Mendes, il raccoglitore di caucciù e poi sindacalista brasiliano, che spese e perse la vita a difesa di quella foresta amazzonica in cui era nato e che amava. La vicenda di Acuña ha, fortunatamente, preso altre vie. Lo sfruttamento della terra resta, ma non soffoca la voglia di libertà.  

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