martedì 20 giugno 2017

Un lavoro povero è davvero ‘meglio di niente’?

Si sta affermando un nuovo genere di disoccupati, non più coloro che sono privi di un lavoro, ma sempre più coloro che pur lavorando non accedono a un reddito sufficiente.


Mentre riscoppia nuovamente “la questione voucher” nel nostro paese e mentre il caso dei cosiddetti ‘scontrinisti’ della Biblioteca Nazionale di Roma è stato per giorni su tutti i giornali e le trasmissioni televisive, come esempio emblematico di lavoro povero, contemporaneamente, con la precipitazione del clima elettorale, il dibattito “reddito sì reddito no” ha raggiunto una polarizzazione in Italia che negli ultimi anni sembrava essersi affievolita, grazie al proliferare di campagne e proposte di legge in materia. La propaganda del M5S, caratterizzata da un approccio “proprietario” del tema del reddito di cittadinanza (nonostante nei fatti la loro proposta di legge riguardi una forma di reddito minimo, dove il termine cittadinanza viene evocato sulla scia del ‘prima gli italiani’), ha determinato un irrigidimento da parte degli altri soggetti politici, addirittura si è utilizzato il discorso del Papa per aprire le prime pagine delle più grosse testate giornalistiche proprio contro il tema del reddito.
Pertanto il pericoloso paradigma che sembra pian piano affermarsi, pare essere: “contro l’aumento della disoccupazione no al reddito di cittadinanza sì alla piena occupazione, sì a proposte come il lavoro di cittadinanza”. Ma siamo davvero convinti che le posizioni possano essere ancora così nette? Davvero c’è bisogno, ancora una volta, di riaprire una discussione fondata sulla contrapposizione tra redditisti e lavoristi?

Se così fosse allora avrebbe senso, provare a porre la domanda da un altro punto di vista: è, indistintamente, tutto il lavoro ad essere veicolo di cittadinanza? In che modo il reddito non si contrappone al salario, ma anzi, consente di liberare energie e conflittualità per un suo miglioramento? Infine, in che modo il reddito può ribaltare tendenze di lungo periodo che hanno caratterizzato il fallimento delle politiche del lavoro in Italia?
Alla domanda “che lavoro stiamo producendo?” hanno provato a rispondere in tanti (si segnalano, per esempio, questo articolo di Roberto Ciccarelli o questo di Francesca Coin) che mostrano come siamo di fronte ad un vero e proprio processo di sostituzione di lavoro contrattualizzato, salariato e tutelato con forme di lavoro povero, mal pagato o gratuito. È evidente come questo processo sia il frutto a sua volta delle trasformazioni del lavoro in Italia e di un uso capitalistico della crisi.
  1. Le trasformazioni del lavoro al tempo della crisi
Pensare l’impatto di una delle più lunghe crisi della storia soltanto come recessione e come distruzione di posti di lavoro è riduttivo e pone il rischio di non riuscire a cogliere la reale intensità dei suoi effetti. Senza negare questo aspetto, è necessario integrarlo anche con una lettura delle trasformazioni delle forme con cui le prestazioni lavorative vengono regolate. Come emerge nella tabella 1, che raccoglie le variazioni delle tipologie di impiego dal 2008, anno di inizio della crisi, al 2015, ultimo anno in cui sono disponibili tutti i dati, possiamo vedere come la flessione di oltre 2 milioni di lavoratori con un contratto subordinato a tempo indeterminato non è l’unico dato a segnare variazioni significative. Quello del tempo indeterminato è infatti l’unica tipologia che nel corso di questi anni si è trovata a diminuire, mentre tutte le altre tipologie contrattuali mostrano decisi tassi di crescita. Abbiamo infatti, oltre alla crescita di circa 1 milione di occupati a tempo determinato, la crescita dei tirocini che in appena tre anni quasi raddoppiano passando dai circa 180 mila del 2008 ai quasi 350 mila del 2015. Clamorosa e già tristemente nota è l’esplosione dei voucher, che passano dai 28 mila prestatori nel 2008 ai quasi 1 milione e mezzo del 2015, complice non solo la spinta della crisi, ma anche la scelta di governi di destra e di sinistra di estendere progressivamente il dispositivo del lavoro accessorio all’interno del mercato del lavoro. A crescere, infine, sono anche i lavoratori autonomi, un settore sul quale viene esercitata una pressione non solo da parte delle trasformazioni del lavoro in corso da oltre 20 anni – fotografata ai suoi esordi dal ‘lavoro autonomo di seconda generazione’ (Bologna & Fumagalli, 1997) nel 1997 – ma anche da parte di fenomeni come la gig economy, che, come affermato dallo studio rilasciato da McKinsey lo scorso autunno, contribuiscono ad incrementare il dato del lavoro autonomo trasversalmente in tutti i paesi occidentali.
Tab. 1 – Variazioni tipologie contrattuali (valori assoluti in 1.000)
Tipo di impiego 2008 2009 2010 2011 2012 2013 2014 2015
Full time 19499 19178 18876 18837 18436 17917 17865 17953
Part-time 3199 3145 3275 3377 3712 3838 3944 4018
Tirocinio[2] / / / / 186,043 209,941 226,778 348,047
Voucher[3] 24,755 68,396 149,561 216,214 366,465 617,615 1017,22 1380,03
Self-Employment 20,5 17,6 20,2 16,9 17,7 16,8 22,5 22,7
Fonte: Istat, Inps e Ministero dell’economia, elaborazioni Marrone
La domanda che sorge spontanea a questo punto è: esiste un filo rosso che attraversa queste forme di impiego? Vi è una logica rintracciabile in ognuno di questi istituti in grado di spiegare perché i datori di lavoro nostrani guardano a queste forme di impiego con sempre maggiore interesse?
Sicuramente, una delle ragioni ha a che fare con la riduzione del costo del lavoro, sia per quanto riguarda istituti quali i tirocini, dove la sovrapposizione tra le attività lavorative svolte dai tirocinanti e l’obiettivo formativo dell’istituto legittima un drastico abbassamento dei costi del lavoro; sia per quanto riguarda altre forme come i voucher o l’utilizzo del lavoro autonomo, che consentono ai datori di lavoro di retribuire soltanto il lavoro effettivamente svolto senza farsi più carico dei bisogni riproduttivi del lavoro.
La volontà di ridurre il costo del lavoro non è però l’unica prospettiva possibile. Come sottolinea la copiosa letteratura che in questi anni ha messo sotto analisi le strategie aziendali nel contesto della produzione globale, persino la corsa all’outsourcing non corrisponde a semplice logiche economiche, ma sembra tesa piuttosto a “evitare di adempiere ai propri obblighi di datore di lavoro” (Chen, 2006, p. 11).
In altre parole, sembra che la ragione che ha spinto sempre più aziende a ricorrere all’utilizzo di forme di lavoro ‘informale’ sia la volontà di procedere verso una sorta di esternalizzazione all’interno dello stesso luogo di lavoro, come ci ricorda Sassen (1994), particolarmente preziosa per quelle attività come la ristorazione o il commercio che non possono delocalizzare la produzione. I datori di lavoro ricorrono così a questi istituti per ottenere lavoro senza riconoscere ai lavoratori i diritti derivanti dall’essere all’interno di un rapporto di lavoro. Così i datori di lavoro si deresponsabilizzano nei confronti dei lavoratori, con tutto ciò che questo comporta sia all’interno del luogo di lavoro, in termini di esposizione ad una subordinazione senza più limiti e diritti, sia al di fuori di esso.
  1. Le politiche del lavoro all’insegna del neo-liberismo a bassa intensità
Nonostante questo processo si presenti nei fatti in una scala globale, le forme che esso assume si inseriscono all’interno di solchi caratterizzati da specificità territoriali che incorporano e indirizzano tali trasformazioni. Questa lettura, di cui una delle migliori sintesi è rappresentata dal lavoro condotto da Barbera, Dagnes, Salento et al. (2016) caratterizza, infatti, la modalità in cui sono state introdotte 35 anni di riforme neo-liberali all’interno del nostro paese. In modo trasversale agli ambiti di intervento, dalle privatizzazioni, alle riforme del lavoro, le retoriche che hanno accompagnato le riforme non hanno mai assunto esplicitamente il frame-work neo-liberale, ma sono state sostituite da altre narrazioni, in primis quella ‘storica’ del ritardo economico dell’Italia nei confronti del mercato globale e, soprattutto, continentale.
Tale configurazione, però, non sarebbe stata possibile senza una flessione dello Stato verso la promozione e la difesa degli interessi economici, dismettendo così il ruolo di garante del patto tra capitale e lavoro egemone nel trentennio dal ’45 al ’75. Ciò che ci interessa mettere a fuoco qui, però, è come le politiche del lavoro degli ultimi 30 anni abbiano giocato un ruolo decisivo nel processo di una progressiva informalizzazione del lavoro e del suo impoverimento. Tanto i tirocini, quanto i voucher, infatti, sono stati oggetto di politiche pubbliche che mentre da un lato si proclamavano rivolte ad incrementare l’occupazione, dall’altro incastravano milioni di individui in una trappola di continui ‘lavoretti’ svolti in attesa dell’arrivo di un lavoro ‘vero’. Parallelamente al neo-liberismo a bassa intensità, inoltre, ha insistito su questo processo l’impatto delle nuove tecnologie che, come ci ricorda Marx, funzionano da ‘evidenziatore dei rapporti sociali’, accelerando così le tendenze predatorie di un capitalismo sempre più intenzionato a sottrarsi da una responsabilità legale e sociale, moltiplicando la condizione di lavoratori esclusi dal riconoscimento del rapporto di lavoro anche nelle frontiere della gig economy.
Tuttavia, la particolarità italiana sembra situarsi proprio nella torsione subita dagli ingenti investimenti di risorse pubbliche, a partire da strumenti come la garanzia giovani , o il servizio civile, sino alla sua estensione nei circoli della formazione attraverso l’alternanza scuola-lavoro.
L’idea della piena occupazione come valore in sè (spesso sacrificando anche la dimensione qualitativa), l’idea che la disoccupazione sia il frutto di scelte formative sbagliate o di comportamenti individuali che necessitano di essere corretti, l’idea di un welfare ‘attivo’ che scoraggi la dipendenza dai sussidi pubblici, si trovano quindi a determinare un paradosso[4]. Il risultato di queste politiche non è stata infatti la riduzione del numero dei disoccupati, che, come evidenziato in tabella 2 al contrario è quasi duplicato (a fronte di variazioni molto meno significative tra gli occupati e gli inattivi), ma l’effetto di una sorta di sabbie mobili dove più si tenta di sfuggire all’orizzonte della precarietà, più ci si ritrova a sprofondare in posizioni lavorative prive di diritti e, spesso, anche di salario. I disoccupati, infatti, non sono coloro privi di un lavoro, ma coloro che ne sono alla ricerca e, a comporre questa categoria, sono sempre di più coloro che pur lavorando non accedono né a un reddito sufficiente a soddisfare i propri bisogni, né ad un lavoro in grado di realizzare le proprie aspirazioni di vita.
Tab. 2 – Occupati, Disoccupati e Inattivi (popolazione con almeno 15 anni)

Fonte: Istat, elaborazioni Marrone
  1. Reddito come strumento per contrastare il lavoro povero
Il dibattito intorno all’introduzione di misure di sostegno a reddito, pertanto, si è evoluto sempre più in questa direzione, inserendosi nella strettoia politiche del lavoro neo-liberiste, appena illustrate, e le politiche di welfare to work incentivate dall’Unione Europea attraverso i fondi FSE. Il risultato di questa strettoia ha determinato negli ultimi tre anni una produzione legislativa regionale caratterizzata da forme di reddito estremamente condizionate, non al lavoro (inteso come processo formativo di reinserimento nel mondo del lavoro), ma all’adesione a progetti individuali coordinati dai servizi sociali o a forme di tirocinio, segnando un’inversione di tendenza rispetto ad alcune leggi regionali approvate in passato (es. l. r. 4/2009 del Lazio) oppure alcune proposte di legge (d.l. 1670 proposto da Sel). La tendenza verso queste forme di condizionalità caratterizza anche le ultime produzioni legislative a livello nazionale, in particolare il recente REI (reddito di inclusione) di cui si attendono i decreti attuativi.
Qualcuno ha scritto: “Cosa c’è di male? Sono forme di reinserimento del beneficiario nella comunità” in altri termini “una restituzione di dignità attraverso una qualche forma di attività”.
Questa obiezione, in realtà però, ha senso solo in una visione della povertà come espressione di disagio sociale, problemi legati alla salute mentale o a forme di inabilità sociale. Le nuove forme di povertà, però, sono sempre più il riflesso di quel combinato tra stati di disoccupazione e prestazioni lavorative rese al di fuori dei tradizionali schemi contrattuali e dunque estranee ai sistemi di tutela del lavoro vigenti (lavori indecenti e poveri) illustrato in precedenza. Per tali ragioni una condizionalità, legata a progetti di presa in carico dei servizi sociali o di tirocini, o di lavori socialmente utili, che non tenga conto della “congruità” e quindi della storia del beneficiario (delle sue skills e conoscenze), potrebbe essere lesiva della libertà di scelta dell’individuo. Allo stesso modo l’obiezione “serve una controprestazione ad un’erogazione in denaro”, sembrerebbe non tener conto della diversa natura del reddito e del salario: il primo rientra negli strumenti di welfare, pagati dalla fiscalità generale, mentre il secondo è la remunerazione che deriva dalla prestazione lavorativa. In un contesto di sostituzione progressiva del lavoro salariato con forme di lavoro povero, una misura di reddito, condizionata allo svolgimento di attività para-lavorative, probabilmente aumenterebbe la produzione di lavoro indecente, invece che interromperla.
Per questo il reddito minimo (e a maggior ragione il reddito di cittadinanza) sono un’altra cosa. Non sono strumenti pensati per impiegare le persone “pur di far fare loro qualcosa”, sono strumenti pensati affinché ciascuna persona sia guidata e supportata nelle sue scelte, sia quelle produttive (di lavoro e di ricerca di lavoro), sia quelle relative al tempo liberato dal lavoro, senza l’assillo del bisogno (Bronzini 2016); in altre parole uno strumento di autodeterminazione e di redistribuzione, in una fase caratterizzata da un aumento delle disuguaglianze sociali.
Se si accetta questa visione, allora, il reddito può essere uno strumento per una battaglia di liberazione dai lavori poveri, sfruttati, mal pagati e gratuiti (Leonardi, Pisani, 2017), verso una società in cui sia possibile lavorare meno e lavorare meglio, in un più ampio sforzo garantistico delle capacità individuali, e della garanzia di un tempo sottratto al mercato da impiegare per altre attività (Fumagalli, Morini 2010), non per forza nel consumo come dicono in diversi, ma ad esempio nella cura degli affetti (attività che continua a gravare prevalentemente sulle donne). In quest’ottica, quindi, sì, il reddito si contrappone al lavoro, ma al lavoro indecente e sfruttato che sta diventando non l’eccezione, ma il paradigma che la nostra generazione (e quelle future) sono (e saranno) costrette ad accettare come unico possibile.
Conclusioni
Benchè “la fine del lavoro” non sembri davvero vicina, è evidente come questi anni di crisi abbiano radicalmente trasformato il modo in cui si lavora. Tuttavia, questo non riguarda soltanto l’utilizzo delle nuove tecnologie digitali, ma le trasformazioni in atto sembrano approfondire le tendenze di un capitalismo che ha esteso sempre di più le sue dinamiche di accumulazione. In questo scenario, limitare l’analisi e la proposta politica al problema della creazione di posti di lavoro risulta una vera e propria semplificazione che non tiene in considerazione la moltiplicazione del lavoro al di fuori delle dimensioni formali che abbiamo conosciuto sino ad oggi. Se c’è un elemento del voucher che è necessario non limitare alla sua natura è proprio il tentativo da parte del capitale di sottrarsi da quei vincoli di reciproci obblighi e prerogative che lo legava al lavoro. La sua esplosione ha infatti messo a nudo processi che da tempo si consumavano all’ombra dell’economia formale, rendendo noto come a mancare non sia tanto il lavoro, ma la voglia di retribuirlo e, soprattutto, di retribuirlo adeguatamente.
A rendere possibile questo processo è l’egemonia di un pensiero che non tollera altro modo di pensare il lavoro se non in funzione delle esigenze produttive, annichilendo invece la prospettiva di un lavoro che, in quanto cardine della cittadinanza, sia compatibile con le esigenze di vita sia nel luogo di lavoro, sia al di fuori di esso. L’impatto del neo-liberismo a bassa intensità emerge dunque anzitutto nella nozione a-critica del lavoro che la razionalità neo-liberale ha imposto, è questo infatti l’altro lato della medaglia del ‘un lavoretto (che sia in voucher, tirocinio, o altro) è sempre meglio di niente’ e che perciò rifiutarlo sia quasi “inaccettabile”.
Riprendere il tema del reddito (a cominciare da un reddito minimo), senza forme di condizionalità legate ad attività para lavorative, che consenta di sottrarsi ai ricatti dell’economia dei lavoretti ci sembra non solo non essere in contrasto con il lavoro, ma sempre più necessario per far tornare questo ad essere un veicolo di cittadinanza piena. Per milioni di giovani nel nostro paese, infatti, non esiste alcuna alternativa alla costante precarizzazione, al di fuori del welfare familiare, peraltro pesantemente colpito da quasi un decennio di crisi, facendo del lavoro povero un vero e proprio cancro in espansione nella nostra società. Reddito minimo garantito deve tornare a significare garantire a ciascuno la possibilità di una vita degna al di fuori del suo ruolo nel mercato, perché non tutto il lavoro è dignità, ma solo quello dignitosamente retribuito.

*Marco Marrone è dottorando all’Università di Bologna.
Elena Monticelli è dottoranda all’Università La Sapienza di Roma.
[2] I dati sul tirocini sono limitati ai tirocini post-curriculari e sono disponibili soltanto a partire dal 2012
[3] I dati sui voucher sono stati elaborati a partire dal database Inps
Articolo pubblicato da bin-italia.org

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