lunedì 26 giugno 2017

Il Pd accusa la batosta ma da Renzi nessuna autocritica.

Il segretario minimizza la debacle. Il timore del logoramento.


Alessandro De Angelis Politics reporter, L'Huffington Post
Niente autocritica, dopo la botta. In nottata, Matteo Renzi scrive, anzi è costretto a scrivere rispetto alle intenzioni di continuare a non mettere la faccia sul voto: "Il risultato - si legge sul suo profilo facebook - non è un granché, poteva andare meglio. Ma non è un campanello d'allarme. Le amministrative sono altra cosa rispetto alle politiche". Soliti toni sul "chiacchiericcio" annunciato nei prossimi giorni dei "soliti apocalittici", gente "che non ha mai preso un voto e commenterà con enfasi". Parole tranchant anche rivolte a chi, come Andrea Orlando, chiede una riflessione sull'isolamento del Pd: "Qualcuno dirà che ci voleva la coalizione, ignorando che c'era la coalizione sia dove si è vinto, sia dove si è perso".
La verità è che la sconfitta brucia. Il Pd passa da 14 a 4 capoluoghi di provincia e sprofonda nella zone rosse: Genova, La Spezia, Pistoia, Piacenza. Sopra il Po il centrosinistra vince solo Padova. Altro che voto locale. È l'ennesima sconfitta che arriva a un anno da Roma e Torino e sei mesi dopo il referendum. A microfoni spenti anche nel suo partito in parecchi iniziano a constatare che il mito del "con me si vince" si è incrinato, per usare un eufemismo. Si arrocca, Renzi. Mette le mani avanti, prova a minimizzare, anche per aggiustare la "linea" dei suoi che fino a quel momento avevano usato, come Ettore Rosato a Porta a Porta, una parola impronunciabile: "sconfitta". Meglio parlare di luci e ombre, dire che è andata meno peggio del previsto. Pare che gli exit arrivati nel pomeriggio fossero assai peggiori: è andata bene a Lecce, Padova Taranto, Lucca.

Il Nazareno è deserto, col solo Matteo Ricci alle prese con numeri e dati. Pare una metafora di un partito prosciugato. Un renziano di rango spiega quale è il vero problema, che con le città c'entra ben poco: "Con questo voto si cristallizza il quadro politico nazionale. Gentiloni è più forte". Il che tradotto significa che quella tentazione, difficile ma mai sopita di elezioni anticipate, va repressa. Il tempo in questo quadro è sinonimo di logoramento. Al momento, nel quartier generale renziano, nessuno pensa che Forza Italia possa indurire il suo atteggiamento parlamentare, neanche dopo la risurrezione del centrodestra nelle urne. Il problema però non è questo. È il timore di una trappola a sinistra. C'è un motivo se il capogruppo del Ettore Rosato, a Porta a Porta, già adesso invoca chiarezza sulla manovra economica di ottobre dagli alleati di governo. Secondo i renziani, quelli di Mdp stanno solo aspettando che si chiuda formalmente la finestra elettorale per poi "sfilarsi" dalla maggioranza, già a ottobre. E costringere il Pd ad approvare la manovra con Forza Italia. Sarebbe il primo atto di una lunga campagna elettorale che mira a "schiacciarlo" al centro e ad aprire nuovi spazi a sinistra.
Logoramento è anche il dibattito interno. In queste settimane già si è registrato un forte pressing sulla necessità della "coalizione", anche da parte di un padre nobile come Romano Prodi. La frana nei ballottaggi è destinata a intensificarlo, anche all'interno. Andrea Orlando martedì chiederà scelte radicali: "È solo il tentativo di arrivare a un nuovo leader per il 2018" dicono al Nazareno. Meglio negare la frana. E arroccarsi. Senza parlare dell'ennesima sconfitta.

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