venerdì 22 gennaio 2016

Competitività e disuguaglianze. Il fallimento della politica economica italiana ed europea Intervista ad Andrea Baranes

 banche
22 / 1 / 2016
Abbiamo intervistato Andrea Baranes, presidente della Fondazione Culturale Responsabilità Etica, della rete di Banca Etica, portavoce della campagna Sbilanciamoci! (www.sbilanciamoci.org) ed autore di diversi libri sui temi della finanza e dell'economia, tra i quali "Con i nostri soldi" e "Finanza per Indignati" (Ponte Alle Grazie), "Dobbiamo restituire fiducia ai mercati - Falso!" (Laterza), “Come depredare il Sud del mondo” e “Il grande gioco della fame”  (Altreconomia) e “Per qualche dollaro in più - come la finanza casinò si sta giocando il pianeta” (Datanews).

Partiamo dall’Italia, analizzando le ultime vicende che hanno investito i mercati finanziari nazionali, legate in particolare a quella che è stata definita “crisi bancaria”. Crisi che ha portato ad un vero e proprio shock borsistico per alcuni dei principali istituti di credito italiani e che ha causato rilevanti perdite per Piazza Affari. Alcuni analisti stanno paragonando l’attuale situazione alla grande speculazione fatta sui titoli del debito sovrano italiano, avvenuta nell’estate del 2011. Qual è l’ interpretazione che possiamo dare  a queste vicende?
I problemi delle banche italiane sono noti da tempo. Stiamo parlando di sofferenze che si aggirano intorno al 10% e spesso vanno oltre questa cifra. Se consideriamo anche le partite incagliate ed i problemi sui crediti arriviamo davvero a cifre enormi. Paradossalmente si può dire che le banche italiane hanno resistito alla crisi meglio negli anni in cui questa aveva un carattere prettamente finanziario, e colpiva le omologhe anglosassoni e tedesche, che non adesso. In una fase in cui la crisi è più legata all’economia reale sono le banche legate ai prestiti che vanno in difficoltà.
Su queste difficoltà si sono annodate le nuove regole europee. L’Europa, per l’ennesima volta ferma in mezzo ad un guado, da un lato attraverso il ball-in avalla il fatto che le perdite possano ricadere su obbligazionisti, azionisti e risparmiatori, dall’altro non prevede un meccanismo unico di risoluzione delle crisi bancarie. La somma di questi due elementi comporta il fatto che gli azionisti delle banche abbiano paura di rimanere “con il cerino in mano” ed alla prima voce di difficoltà si rischia una fuga di azioni ed obbligazioni, con inevitabili conseguenze disastrose per la banca stessa.
A tutto questo va aggiunta anche la mossa poco prudente da parte della Bce che manda delle lettere ad alcune banche italiane per chiedere l’ammontare delle sofferenze. L’insieme di tutte queste cose fa sì che ci troviamo in una situazione a dir poco difficile in questi giorni.
Oltre alla crisi bancaria italiana, lo scenario internazionale è dominato dalla crisi dei mercati asiatici, legata in particolare alla revisione al ribasso del tasso di crescita cinese, e dal ribasso del prezzo del greggio, che va letto all’interno del contesto geo-politico e di guerra che in questo momento riguarda il Medio-Oriente. Quali sono gli intrecci tra questi elementi?
La situazione delle banche italiane si inserisce in un quadro finanziario europeo e mondiale che è molto complicato. L’inizio del 2016 è stato difficilissimo per le borse mondiali per varie ragioni.
Rispetto alla Cina già nei mesi scorsi abbiamo assistito ad una vera e propria bolla delle borse cinesi. Il problema non è tanto domandarsi le ragioni del crollo di oggi o della scorsa estate, quanto perché queste siano salite del 150% nella prima parte del 2015. E’ chiaro che in un mercato finanziario globalizzato il crollo di una borsa comporta un effetto a catena e la conseguente perdita per altre piazze, sia in Asia che nel resto del mondo.
La crisi finanziaria cinese/asiatica è sicuramente espressione del rallentamento dell’economia cinese, che inciderà non poco sui futuri sviluppi delle vicende economiche europee. Questo perché in Europa abbiamo puntato tutto sulle esportazioni e la nuova parola d’ordine è la competitività. Se all’interno deprimiamo la domanda con i tagli alla spesa e le politiche di austerità, all’esterno abbiamo favorito unicamente linee commerciali volte all’aumento dell’export. Nel momento in cui rallentano i mercati asiatici, che sono i principali punti di sbocco per le esportazioni europee, ci troviamo di fronte al fallimento di un’intera politica economica.
Per quel che riguarda i Paesi esportatori di petrolio vale più o meno lo stesso discorso. Siamo arrivati al paradosso che per chi esporta petrolio diventa un problema che il prezzo di questo scenda. Semplificando molto, questo accade perché se gli esportatori di greggio calano gli introiti non hanno più soldi per comprare i surplus commerciali europei e le nostre economie vanno in crisi. In particolare in Italia puntare sulle esportazioni è stato il leitmotiv di questi ultimi anni, deprimendo la domanda interna attraverso austerità e tagli ed azzerando gli investimenti pubblici, ma se l’economia dei Paesi emergenti rallenta per chi esporta diventa una tragedia.
A rendere ancora più cupo questo inizio di 2016 è stata la pubblicazione dell’ultimo rapporto Oxfam “An economy for the 1%”. Tu lo hai commentato con un articolo molto illuminante, ponendo l’accento sul fatto che non solo nella crisi siano aumentate le disuguaglianze sociali, ma che il ritmo di crescita di queste disuguaglianze sia addirittura aumentato esponenzialmente.
Qui siamo davvero alla follia. Siamo usciti dalla crisi con l’1% che diventa sempre più ricco ed il 99% che diventa sempre più povero. I motivi che hanno prodotto la crisi, ossia l’eccesso di disuguaglianze che ha portato a fondare l’economia esclusivamente sul debito ed a drogare la crescita del PIL, dopo otto anni si sono addirittura rafforzati e ci ritroviamo con ancora più disparità ed ancora più finanza. Per fare un esempio è come se fossimo finiti contro un muro e ci dicono di accelerare.
Inoltre c’è da dire che le disuguaglianze non sono solo un disastro dal punto di vista sociale, ma anche da quello strettamente economico ed è assurdo continuare ad evocare la teoria del trickle-down, ossia lo sgocciolamento della ricchezza dall’alto verso il basso. Questa teoria si basa sul fatto che l’aumento di ricchezza e patrimoni per i ceti più abbienti comporta, nel medio periodo, un aumento del benessere anche per le fasce più povere della popolazione. Ma proprio gli anni della crisi dimostrano che questa teoria é falsa e, di fatto, i ricchi stanno diventando sempre più ricchi, i poveri più poveri. Ci troviamo di fronte al fatto che 62 persone detengono la metà della ricchezza mondiale: sono dati davvero inconcepibili e forse non riusciamo neppure a renderci conto bene di cosa in realtà questi dati significhino.
Molti politici e personaggi chiave della governance finanziaria stanno dichiarando che la nuova crescita economica, ammesso che ci sia, riequilibrerà la situazione sociale e che lo stesso mercato avrà una funzione redistributrice della ricchezza e dei redditi. I fatti ci dicono che tutto questo non si sta dando.
L’Italia è un esempio lampante della falsità di tali dichiarazioni. Tagliamo gli stipendi, tagliamo la spesa sociale, tagliamo il Welfare, tagliamo le tasse sulle imprese in modo da diventare più competitivi, puntiamo tutto sull’export, senza porci il problema che la diminuzione della capacità di spesa delle famiglie e la crisi dei mercati emergenti stanno nuovamente portandoci nel baratro.
Il problema della competitività come fine è il vero nodo attraverso cui riusciamo a capire le politiche economiche e finanziarie europee. L’Europa si è lanciata in una gara verso il fondo in materia fiscale, ambientale e sociale, con il Quantitative Easing che inonda di liquidità i mercati contribuendo a svalutare l’Euro e quindi a favorire le esportazioni. Ma questa gara verso il fondo rischia di trasformare i mercati internazionali in una grande guerra al ribasso di prezzi e valute, che serve solamente a massacrare lavoratori e lavoratrici nel nome di una competitività che arricchisce solamente pochi individui. Bisognerebbe ripensare totalmente il sistema economico, ma questo non sta avvenendo né in Italia né in Europa.
E’ possibile pensare ad una nuova politica fiscale europea, che favorisca redistribuzione della ricchezza e contrattazione sociale?
Qualsiasi politica fiscale non è mai frutto di una scelta tecnica, ma di volontà politica. Il rapporto sulle disuguaglianze di Oxfam parte proprio mostrando la vergogna dei cosiddetti “paradisi fiscali” e di tutta la ricchezza detenuta offshore. Questo è solo uno degli elementi che una politica fiscale seria dovrebbe porsi, ma è un elemento sostanziale perché stiamo parlando di patrimoni giganteschi che non subiscono tassazione alcuna.
Oltre alla politica fiscale lo Stato potrebbe redistribuire intervenendo direttamente sugli stipendi dei lavoratori, semplicemente imponendo a tutti di pagare quello che chi produce merita. Anche nel mondo del lavoro ci troviamo una forchetta che si sta allargando sempre di più, tra top manager che guadagnano cifre “ad otto zeri” e lavoratrici e lavoratori che sono sempre più poveri e precari.
In sintesi, a monte c’è un problema di distribuzione su cui lo Stato interviene molto meno e molto peggio di prima, a valle ci sono disuguaglianze che il sistema economico favorisce sempre di più. L’insieme di queste due cose porta alla vergognosa situazione descritta da Oxfam pochi giorni fa.

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