sabato 22 dicembre 2018

I bambini rubati nella Spagna franchista e il silenzio di Bergoglio

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Negli anni Quaranta in Spagna – in pieno regime franchista – inizia il traffico dei niños robado: figli dei dissidenti chiusi in carcere, tolti alle madri appena nati e affidati alla rete falangista o cattolica. Una pratica andata avanti fino addirittura agli anni Novanta e che riguardava anche giovani donne rimaste incinte fuori dal matrimonio. Un traffico nel quale le responsabilità delle istituzioni cattoliche sono enormi. E sul quale Francesco non può più tacere. 
di Cristina Guarnieri 

Enrique Vila Torres è un avvocato di Valencia che lotta da decenni per restituire la verità ai bambini rubati in Spagna durante il franchismo e permettere loro di ricongiungersi ai propri genitori biologici, dopo una vita di menzogne e di false identità. 

Il traffico dei niños robados inizia in Spagna negli anni Quaranta. Dopo la guerra civile si assiste a una terribile pulizia politico-etnica, basata sulle teorie eugenetiche di ispirazione nazista dello psichiatra Antonio Vallejo Nágera. Il medico militare consigliava, come migliore destinazione per i piccoli figli dei rossi comunisti o repubblicani rinchiusi in carcere, la rete assistenziale falangista o cattolica, al fine di garantire «una esaltazione delle qualità biopsichiche razziali e l’eliminazione dei fattori ambientali che nel corso delle generazioni conducono alla degenerazione del biotipo». Questa pulizia di impronta marcatamente politica durò fino agli anni Cinquanta del XX secolo. 

Il furto dei neonati proseguì, poi, su basi di carattere più prettamente sociale. Nella Spagna cattolico-nazionalista dellʼepoca, infatti, si riteneva socialmente immorale che le giovani donne praticassero il sesso fuori dal matrimonio e restassero incinte. Tale morale religiosa, cattolica e ultraconservatrice, fortemente supportata dallʼOpus Dei, giustificò per altri decenni il furto dei bambini. I neonati erano sottratti alle loro madri biologiche e comprati attraverso donazioni che venivano elargite alla Chiesa cattolica. 

Nel corso degli anni Sessanta, Settanta e Ottanta il traffico di adozioni illegali si trasformò in un vero e proprio business. Centinaia di migliaia di bambini rubati furono separati dal seno materno e venduti a coppie desiderose di avere figli. Enrique Vila Torres, oltre a essere uno degli avvocati più noti in Spagna e in Europa nella battaglia per il riconoscimento dellʼidentità, è lui stesso un bambino rubato alla nascita. Il suo furto, organizzato nella Casa Nido Santa Isabel di Valencia, istituto religioso governato dalle Religiose Serve della Passione, è stato decisamente un buon affare per le suore: nel 1965, infatti, i genitori adottivi hanno pagato per lui un milione di pesetas (6.000 euro di oggi), cifra con cui allʼepoca si potevano comprare almeno due o tre appartamenti. 

Nel 1975 Franco morì e con lui si chiuse il capitolo della dittatura. Eppure, anche dopo la promulgazione della Costituzione spagnola che inaugurava la democrazia nel 1978, il traffico di bambini proseguì indisturbato. Questo aberrante giro di affari cominciò a concludersi soltanto nel 1987, quando i legislatori democratici decisero di modificare la legge e di rendere pubbliche le adozioni, che a partire da quel momento passarono sotto il controllo dello Stato. 

Sembra incredibile, ma si tratta di una storia che arriva fino alle soglie degli anni Duemila. Lʼultimo furto di neonato risale, infatti, al 1999. Proprio in quellʼanno la Corte Suprema stabilì per la prima volta il diritto di ogni figlio a conoscere le proprie origini biologiche in base al diritto alla famiglia e allʼidentità, contenuto nellʼarticolo 39 della Costituzione spagnola. 

Tuttavia, anche se la legge obbliga le istituzioni religiose a svelare lʼidentità delle vere madri, la priora della Casa Nido Santa Isabel, che conosce la verità sulla nascita di Enrique, continua a non rivelarla. In base al Concordato del 1953 tra la Spagna franchista e la Santa Sede, revisionato solo in parte dopo la morte di Franco, è in vigore infatti un “principio di inviolabilità degli archivi religiosi” che permette a queste suore di continuare a tacere. Sono in molti, dʼaltronde, a essere complici di questo silenzio. Così Enrique Vila Torres – e con lui altre migliaia di persone – ancora oggi cerca la donna che lo partorì. 

Lʼeditore Castelvecchi ha deciso di rompere il silenzio e di pubblicare, nel libro Lettere di un bastardo al Papa (traduzione di Luigi Contadini, 2018), le 15 lettere che Enrique ha indirizzato in questi anni a Papa Bergoglio, senza ottenere alcuna risposta. Sono lettere accorate, in cui lʼavvocato spagnolo supplica il Papa di dargli la possibilità di conoscere la sua vera madre, prima che sia troppo tardi. 

Sono pagine intense, che denunciano i crimini commessi nella Spagna di Francisco Franco, ma anche piene di amore e di umanità, che mirano al cuore del Papa, nella speranza di smontare lʼindifferenza di ciascuno di noi. Mentre ci restituiscono, infatti, la storia di una macabra dittatura che ha avuto ripercussioni anche ad altre latitudini del globo (basti pensare ai figli rubati dei desaparecidos argentini), narrano anche la storia personale di Enrique. Quella di un uomo che, giunto sulla soglia dei cinquantʼanni, spera ancora di poter abbracciare la propria madre. 

Perché Bergoglio non risponde? Le lettere sono arrivate nelle mani del Papa? Perché la Chiesa non obbliga la priora della Casa Nido Santa Isabel a parlare? Perché questo silenzio invincibile? 

Riportiamo di seguito un estratto della Introduzione al libro, nella speranza che possa essere condiviso da molti e destare così lʼattenzione del Papa e di tutta la Chiesa sulla storia di questi uomini in cerca della verità. 

*** 

Estratto da: Lettere di un bastardo al Papa* 

di Enrique Vila Torres 

Sono nato il 18 maggio 1965 a Valencia. È una città di luce, ma io sono venuto al mondo nell’oscurità. All’interno della sala parto della Casa Nido Santa Isabel. Senza il sole che viene da fuori, in modo occulto e menzognero, sono stato separato dal seno della mia madre biologica e consegnato in adozione il giorno seguente alla mia nascita. Rigorosamente, nel senso letterale del dizionario, io sono un bastardo fin dal momento della mia nascita. Un figlio nato fuori dal matrimonio. 

Le suore Religiose Serve della Passione, che gestivano la Casa Nido, sono state le intermediarie e a causa loro ho cambiato famiglia per sempre. A causa loro sono stato separato dalla mia vera madre biologica. Nonostante questa drammatica separazione, sono cresciuto felice. Ero un adottato inconsapevole di non essere figlio biologico dei miei genitori. 

Ho pianto, ho riso, ho amato e ho studiato. Come chiunque. Ho ricevuto una buona educazione dai miei genitori adottivi, così come il loro amore distante, un po’ freddo. E ho avuto dei parenti che mi hanno trattato e continuano a trattarmi come se fossi del loro sangue. Malgrado ciò, la mia infanzia e la mia adolescenza sono state dipinte di menzogna. Per chiunque io ero quel povero bastardo, abbandonato chissà da chi e chissà perché, che era stato preso dalla Casa delle suore. 

A circa ventitré anni, appena terminati i miei studi in diritto, Enrique, mio padre adottivo, si è ammalato improvvisamente di cancro ai polmoni. Noi familiari facevamo i turni all’ospedale per assisterlo nei suoi ultimi giorni di vita. Una notte di maggio del 1988 sua sorella era con lui. Mia madre e io riposavamo in casa in quelle giornate così tristi e faticose. Mancavano tre giorni alla sua morte e sette giorni al mio ventitreesimo compleanno. Non potevo dormire e ho cominciato a esaminare le carte e i documenti di casa, prima dell’imminente epilogo che i medici mi avevano pronosticato. Ho esaminato contratti, polizze assicurative, scritture di proprietà, conti della banca: volevo ordinare tutti quei documenti che erano stati affidati al capofamiglia poiché ormai lui non avrebbe più potuto occuparsene. 

Improvvisamente, tra il mare magnum di carte, i miei occhi hanno notato un documento che sembrava essere una vecchia istanza giudiziaria. La carta era ingiallita e ancora risaltava, vistoso nell’intestazione, un vecchio timbro dello Stato. Io ero un avvocato appena uscito dalla Facoltà e la scoperta di tale documento ha destato in me una naturale curiosità. In quel momento è cambiata la percezione della mia vita. Ho letto fugacemente quel vecchio foglio e ho sentito un tuffo al cuore. Era una copia della richiesta di adozione di “Enrique J. Vila Torres”. La mia adozione! Io non ero ciò che credevo di essere! I miei amati genitori, una malata e l’altro morente, non erano i miei genitori biologici! 

Ventitré anni nella più assoluta ignoranza. La mia storia, le mie radici, tutto è crollato in quella frazione di secondo nella quale ho scoperto l’incredibile verità. Ero stato adottato. In quel momento ho sentito un nodo in gola. Chi ero io? Non potevo chiederlo al mio padre adottivo, e neppure dirgli che “ormai l’avevo scoperto”, perché le metastasi gli avevano offuscato la mente […] è stato allora che mi sono reso conto di non avere radici e ho compreso la necessità di trovare le vere origini del mio sangue. Ripresomi dallo shock iniziale, sono andato a parlare con mia madre. Le ho mostrato l’istanza della mia adozione. «Mamma, cos’è questo? Perché per ventitré anni non mi avete detto neanche una parola?». Lei si è messa a piangere, in preda alla paura del rifiuto e del rimprovero. La mia amata madre adottiva aveva voluto occultare la realtà anche a se stessa, convincendosi che fossi veramente figlio del suo ventre, coprendo con una spessa coltre di menzogne la verità delle mie origini. L’ho compresa, non ci sono stati rimproveri o distacchi, né l’amore per i miei genitori è diminuito di una virgola. Al contrario, è cresciuta in me una sensazione di orgoglio e pacatezza, poiché ho apprezzato ancor di più l’immenso amore e l’immensa cura con i quali mi avevano educato, “malgrado io non fossi sangue del loro sangue”. In quel momento ho abbracciato la mia madre adottiva, mia madre, le ho detto che l’amavo, che non si doveva preoccupare, che io ero suo figlio per sempre, per l’eternità. Mio padre è spirato tre giorni dopo. Non ha mai saputo che suo figlio conosceva la verità. 

In quel maggio di trent’anni fa è cominciato il cammino finora più duro e lungo della mia vita: quello della ricerca dei genitori, quelli di sangue, che mi hanno dato la vita e mi hanno permesso di amare, crescere, vivere e godere della sfolgorante luce e dell’aria pura della terra nella quale sono cresciuto […] 

La mia ricerca personale non ha trovato il suo epilogo. Nonostante, leggi alla mano, abbia diritto di conoscere la mia madre biologica, inciampo ancora nell’ostinazione di alcuni settori della Chiesa che non vogliono aprire gli archivi ecclesiastici. Non posso conoscere le mie radici, non posso abbracciare la donna che mi ha messo al mondo, alla quale devo la vita. Entrambi meritiamo di stare insieme, per quanto ciò avvenga solo alla fine delle nostre vite, per poterci comunicare il nostro amore. Per raggiungere questo scopo, come ho appena raccontato, ho usato tutte le armi legali, sociali e giuridiche a disposizione. Nella mia ricerca ho aiutato centinaia di persone e sono diventato un esperto di ricongiungimenti. Ma non ho risolto il caso delle mie origini. Perché proprio io? 

Oramai non si tratta di una questione di legge. È una questione di umanità. Non pretendo rimproveri né castighi, ma solo la verità che cancellerebbe il male che è stato compiuto in passato. Quel che non voglio è che si ripeta il dramma di essere separato da mia madre, ora, in altro modo, cioè privandomi della possibilità di sapere chi sia. Mi ero reso conto che la Casa Nido Santa Isabel, dove si trovano gli archivi, non avrebbe mai ceduto. Mi restava, quindi, soltanto la possibilità di appellarmi alla massima autorità della Chiesa, al Santo Padre. Nel 2013 ho cominciato a scrivere una serie di lettere al Vaticano, sia alla Segreteria di Stato sia direttamente a Sua Santità, il Papa Francesco. Le prime erano più formali, con un tono giuridico e rivendicativo dei diritti generali di chi cerca. Dal momento che sono state ignorate, ho cambiato il tono puntando al cuore, ai sentimenti. Ho smesso di scrivere in qualità di avvocato o di attivista di varie ONG e l’ho fatto come un uomo che cerca la propria madre biologica. 

In totale sono quindici lettere, che riportiamo con la speranza che, in tal modo, possano arrivare a Sua Santità Francesco. Né io né il mio editore cerchiamo proseliti o una facile pubblicità. Nessuna delle quindici lettere ha avuto risposta fino alla data di pubblicazione di questo libro. Né una riga né una spiegazione. Il Santo Padre le avrà lette? Tutte le ricevute mi sono arrivate con il timbro della Segreteria di Stato e una firma, ma poi cosa? Non mi resta altro rimedio che farle diventare pubbliche affinché così, in qualche modo, tramite le librerie e i mezzi d’informazione, possano arrivare a conoscenza del Papa. 

Ho fede. Non conosco Sua Santità di persona, ma sono convinto che, se le leggesse, gli arriverebbero al cuore. Se Cristo abita in lui, e non può essere altrimenti, sono sicuro che vorrà aiutarmi. Almeno ascoltarmi. Non si tratta solo della mia ricerca. Come me, migliaia di figli in Spagna si imbattono nel problema degli archivi occulti della Chiesa, irraggiungibili, e pertanto non possono saziare la loro sete di verità, il desiderio di abbracciare le donne che li hanno portati dentro il proprio grembo e che forse, chissà, non hanno mai smesso di pensare a loro. So che una sola parola del capo della Chiesa basterebbe per sanare la nostra inquietudine, per dare compimento al nostro anelito. Come ho detto, ci sono esponenti della Chiesa che si sono impietositi, hanno applicato la legge e favorito i riconoscimenti. Sono una minoranza, sono i più umani, e credo che Francesco la pensi come loro. Sicuramente penserà che non c’è niente di più bello che riunire una madre con suo figlio. Sono nelle sue mani. 

Queste lettere sono un grido di fede e, forse, la mia ultima speranza. Sono state scritte col computer, ma irrigate con il sangue del mio cuore e con le lacrime dei miei occhi poiché, mentre le redigevo e ogni volta che mi recavo all’ufficio postale per spedirle, parte di me viaggiava con loro fino a Roma. Eccole qui. Eccole qui, Santità. Continuo ad aspettare la sua risposta. Continuo ad aspettare mia madre. 

Enrique Vila Torres, Lettere di un bastardo al Papa, traduzione di Luigi Contadini, Castelvecchi, Roma 2018.

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