mercoledì 26 dicembre 2018

Così i manager «pentiti» di Facebook attaccano la dipendenza da social

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Solo un innocuo fuoco di paglia o un incendio in grado di bruciare i big del digitale, come accadde ai colossi della sigaretta al tempo delle crociate antitabacco? Negli Stati Uniti la marea delle polemiche sulla dipendenza da smartphone e social sta crescendo di giorno in giorno, rischiando di diventare uno tsunami, in particolare per Facebook.

I segnali abbondano. L’anno scorso, ben l’87% delle persone presenti al Consumer Electronics Show di Las Vegas ha dichiarato che i bambini stanno troppo “incollati” ai device tecnologici (e se lo dice il pubblico di nerd del Ces, dev’essere proprio vero). La scorsa settimana, un fondo pensione e un asset manager “socialmente responsabile” - quest'ultimo con la rockstar britannica Sting nell’advisory board - hanno scritto ad Apple chiedendo che ponga un limite alla dipendenza dei giovani dall’iPhone, dando ai genitori precise linee guida e sviluppando software per facilitare il “parental control”.
Ma questo è solo l’antipasto. Tra i colossi del digitale ormai ci sono anche i “pentiti”. A partire da Sean Parker, fondatore di Napster e primo presidente di Facebook, che ha accusato il social di Zuckerberg di aver sfruttato le vulnerabilità della psicologia umana. «Ormai abbiamo tutti bisogno di quella piccola scarica di dopamina provocata dal “like” o dai commenti su una foto che postiamo - ha spiegato - è un “feedback loop” di validazione sociale». Facebook sfrutta insomma le debolezze della psicologia umana, chiarisce senza mezzi termini Parker, «gli inventori l’avevano capito perfettamente ma sono andati avanti per la loro strada».


A fare ancora più rumore sono state le dichiarazioni di Chamath Palihapitiya, ex vicepresidente di Facebook, che oggi si sente «terribilmente in colpa» per aver contribuito a fare crescere il colosso delle reti sociali digitali. «Abbiamo creato strumenti che stanno facendo a pezzi il tessuto sociale», ha spiegato davanti all’incredula platea di studenti della Stanford Graduate School of Business, raccomandando a tutti di prendersi una bella pausa di riflessione dai social media. E non solo da quelli.
Secondo Palihapitiya, oggi venture capitalist, è l’intero ecosistema digitale a rappresentare un pericolo. «Il “feedback loop” di dopamina che abbiamo creato sta distruggendo il modo in cui la società lavora», spiega l’informatico nato in Sri Lanka ed emigrato in Canada all’eta di sei anni. «Nel dialogo non ci sono più argomentazioni civili ma solo disinformazione e falsità, e non è solo un problema americano ma una questione globale». L’ex vicepresidente di Facebook ha messo sul banco degli accusati lo stesso «onnipotente» sistema del venture capital della Silicon Valley, intento secondo lui a pompare denaro in società «inutili e idiote» anziché cercare di dare risposte a problemi reali come il cambiamento climatico o il benessere delle persone.
Ma la lista di “pentiti” di Facebook è ancora lunga. Un altro nome eccellente è quello di Roger McNamee, fondatore della società di venture capital Elevation Partners e grande investitore della prima ora nel social di Zuckerberg: ancor oggi Mark gli è eternamente grato per la sua «carica empatica» e per il fatto di averlo convinto a non vendere Facebook nell’estate 2006, quando pare che Microsoft fosse pronta a staccare un assegno da 750 milioni di dollari per il giovane social network.
Ecco, quello stesso McNamee che contribuì a far nascere Facebook oggi spiega che i social non solo creano dipendenza, ma «hanno anche dato vita a miliardi di canali individuali, ciascuno dei quali può diventare negativo ed estremista senza alienarsi l’audience dei suoi follower».
Quelle piattaforme insomma aiutano la gente ad autosegregarsi in “bolle” di persone che la pensano come loro, riassume il venture capitalist, mortificando il dialogo, il contraddittorio, il confronto di idee. Secondo McNamee, gli algoritmi di Facebook hanno contribuito non poco alla vittoria dei brexiters, facendo circolare sul social solo i messaggi più negativi. Un copione simile a quello della vittoria di Trump, dove tra l’altro ha pesato anche lo zampino della “disinformatzia” russa.
«Sembra un racconto di fantascienza - conclude amaramente McNamee riflettendo su come si sono svolte le presidenziali sui social - : una tecnologia celebrata per unire la gente viene utilizzata da poteri ostili per mettere le persone l’una contro l'altra, minando la democrazia e crando povertà». Solo un racconto di fantascienza?

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