Sfruttate sui campi di giorno per pochi euro all’ora, minacciate e molestate di notte da padroni che le tengono in pugno in cambio della certezza di un lavoro.
Sono le braccianti del Mediterraneo, le mani e il sudore che si nascondono dietro le fragole, i pomodori, la frutta e gli ortaggi, in altre parole tutto “l’oro rosso” che arriva sulle tavole d’Europa e che spesso ha origine da storie di violenza e di ricatto. 
A portare alla luce una realtà di cui molti, soprattutto nel settore, preferiscono non parlare, è Stefania Prandi, giornalista e fotografa che si occupa di questioni di genere e negli anni ha collaborato, tra gli altri, anche con Ilfattoquotidiano.it. Il suo libro Oro Rosso – Fragole, pomodori, molestie e sfruttamento nel Mediterraneo (pubblicato dalla casa editrice Settenove), è un’inchiesta internazionale sullo sfruttamento delle braccianti che tocca Italia, Spagna e Marocco, che di questi prodotti sono massimi esportatori.
“In questo tipo di coltivazioni la manodopera è in prevalenza femminile. – spiega l’autrice – Nel settore si dice che è perché le donne sono più delicate nella raccolta e nell’impacchettamento, la realtà è che da sempre sono più sottomesse e più ricattabili”.

Le lavoratrici spesso sono madri single, oppure con i mariti lontani, o ancora donne con figli, che quindi “non possono permettersi di non lavorare”. Ma sul posto di lavoro quello che le aspetta è un inferno da cui è difficilissimo uscire, una spirale di violenza che le vede completamente inermi e che solo in poche riescono a fermare.
Lo raccontano nel libro le oltre centotrenta testimonianze raccolte attraverso interviste a lavoratrici, sindacalisti e associazioni. Ci sono le storie di Kalima, bracciante di Palos de la Frontera, in Spagna, stuprata ripetutamente dal suo supervisore, che alla fine ha il coraggio di scappare anche se non trova protezione né aiuti, nemmeno tra le forze dell’ordine.
Qui, si legge nel libro, il Centro di Salute registra un aumento di aborti tra le immigrate proprio in corrispondenza dei mesi di raccolta, ma nessuno dice chiaramente che vi sia un collegamento con le violenze sulle braccianti.
Nei campi poi, in Spagna, come in Marocco e in Italia, si trovano condizioni al limite: senza possibilità di fare pause, o anche una doccia, e tutto per paghe da fame, mascherate spesso da cifre fasulle sulle buste paga, da cui solitamente viene detratta una quota da dare ai caporali. Il sistema in queste terre è consolidato, come ha dimostrato la storia di Paola Clemente” continua Prandi.
Il reclutamento della forza lavoro avviene attraverso cooperative o caporali, oppure è lo stesso datore che pensa a portare sul posto le braccianti.
E i meccanismi di ritorsione e molestia scattano già dal trasporto: “Ad Andria la ‘donna prescelta’ siede nel posto davanti – racconta la giornalista – Le viene offerta la colazione, se la mangia vuol dire che è disposta a stare con il padrone. Se la rifiuta, può perdere il lavoro”.
Spesso le donne durante i periodi di raccolta dormono sul luogo di lavoro, nelle serre, e se hanno il compagno vengono separate da loro, “in modo da avere un rapporto diretto con il datore di lavoro, che le può ricattare”, spiega Prandi. Così non c’è scelta per donne come Elena, lavoratrice di Vittoria, in Sicilia, e madre di due bambini, ricattata e violentata per due anni dal proprietario terriero per cui lavorava, che abusava di lei minacciando di uccidere i suoi figli con acqua avvelenata dai fitofarmaci.
“Solo con l’aiuto di un’amica questa donna è riuscita a denunciare e ad allontanarsi, ma le minacce dell’ex padrone a lei e alla sua famiglia sono continuate”.
Il problema è che è quasi impossibile spezzare il silenzio e l’omertà che fanno andare avanti da anni un sistema di cui sono complici anche i territori stessi: “Chi trova il coraggio di denunciare, viene additata come ‘prostituta’, e spesso non trova possibilità di giustizia dopo la denuncia”.
Difficile trovare testimonianze tra colleghe, che parimente subiscono le minacce dei caporali, difficile dimostrare di essere state vittime di violenze o di ricatti, o sfuggire al controllo delle “fattore”, donne a cui sono subordinate le braccianti e che si comportano come kapò.
Del resto anche portare alla luce le storie di Oro rosso non è stato un lavoro facile. Non ci sono nomi di aziende, né contraddittori con proprietari o responsabili, che hanno rifiutato di rispondere alle interviste: “Ho trovato molta difficoltà per riuscire a parlare con qualcuno. C’è omertà non solo tra i lavoratori – racconta l’autrice -. Anche le istituzioni negano che esista il problema. Quei territori si sono arricchiti con l’esportazione e cercano di minimizzare quello che succede, non hanno interesse che la loro economia venga intaccata da scandali”.
E la dimostrazione è anche nelle prime reazioni che il lavoro di Stefania Prandi sta avendo sui territori coinvolti: “Ho fatto delle inchieste con la collega tedesca Pascale Muller uscite su BuzzFeed Germania Correct iv, un’associazione di giornalismo investigativo tedesca, nella quale abbiamo ricostruito parte della filiera. Dalla zona di Huelva, in Spagna, nei giorni scorsi le associazioni di categoria hanno reagito con un comunicato, a firma anche di due sindacati unitari, preoccupate per la reputazione del territorio. Attivisti e politici si stanno mobilitando. La deputata di Izquierda Unida Isabel Salud (Podemos) ha interpellato il governo sul caso e ha chiesto quali misure intende prendere per tutelare le lavoratrici migranti di Huelva. La settimana scorsa il governo marocchino ha fatto uscire un comunicato dove viene detto che i nostri video non sarebbero attendibili ”.