lunedì 11 giugno 2018

L’opposizione possibile al populismo



collettivo militant
Ci fosse stato Cottarelli, sarebbe stato tutto molto più facile. La sinistra sarebbe comunque scomparsa, divorata dal populismo a quel punto straripante, ma avremmo potuto inserire il pilota automatico della lotta “al governo delle banche” o qualcosa del genere. Il governo populista complica notevolmente le cose. Non è solo il consenso popolare di cui gode, il problema: una quota importante (maggioritaria?) di questo consenso è, in un modo o nell’altro, consenso di classe, voto di classe.
Con questo consenso dobbiamo imparare a farci i conti. Ma c’è dell’altro. L’attuale governo incarna, in maniera distorta, la critica allo status quo di larga parte delle classi subalterne del paese. L’alternativa materiale a Conte è Cottarelli, non il comunismo. Era evidente già prima del tentato golpe euro-presidenziale, ma dopo quel passaggio se ne ha l’empirica certezza. Di più, quel passaggio traumatico ha veicolato questa certezza persino nei disinteressati alla politica, cioè nella società reale. La situazione è dunque per ora la peggiore per chi decide di porsi sul terreno dell’opposizione. La possibilità di venire accomunati allo statu quo ante è fortissima, diremmo una quasi certezza. Al momento il fronte contrario al populismo è esclusivamente l’accrocco euro-liberista di Berlusconi e Renzi-Gentiloni, coalizioni declinanti senza più credibilità nel paese (grazie al cielo).
Ad ogni modo un’opposizione va tentata, fosse solo per salvare l’onore di chi non si arrende all’egemonia politica piccolo-borghese sui destini del proletariato. Prima o poi tornerà quell’indipendenza politica che rimane – oggi possiamo dirlo con maggiore respiro storico visto il dilatarsi dei tempi – il lascito principale del comunismo del Novecento: per quanti errori possa aver compiuto il movimento operaio, i suoi dirigenti, i principali partiti e movimenti organizzati, erano errori compiuti in autonomia.
Ci sembra che non sia questo il tempo di giocarci la partita dell’ideologia. La lotta ideologica, l’opposizione fatta sui “principi”, sarebbe al momento incomprensibile. L’opposizione “a prescindere” non funziona, perché non c’è alcuna alternativa materiale da appiccicare a dei valori che si vorrebbero universali. Il cosmopolitismo opposto al famigerato “sovranismo” è oggi sinonimo di globalizzazione. La “società aperta” con cui si vorrebbe ribattere alle minacce leghiste di chiusure, dazi e respingimenti corrisponde oggi a Unione europea, libero mercato, vincoli monetari e austerity. L’opposizione, in altre parole, ha senso solo se accetta il piano della lotta all’euro-liberismo fatta propria dal populismo, senza timori di ambiguità. La sovranità – intesa come difesa politica dal mercato, dalla libera circolazione dei capitali – è una nostra parola d’ordine, il nostro tentativo di sottrarre alla proprietà privata il diritto di decidere le relazioni umane della popolazione. Tutto questo è vagamente agitato dal populismo, che però non potrà mai fare i conti davvero con le conseguenze di ciò che paventa. Tsipras docet, e quello era pure “di sinistra”. Figuriamoci questa accozzaglia di professori universitari e prestigiatori elettorali che hanno come limite il terrore – il vero e proprio terrore – di doversi trovare un lavoro vero, nel caso andasse tutto davvero in fumo.
Il diabolico contratto di governo è la sintesi di due principi ispiratori. Da una parte si programma una stretta securitaria che abbozza un vero e proprio Stato di polizia, come lo ha definito Zagrebelsky. Dall’altra è presente una spinta sconclusionata ma reale di superare i vincoli di bilancio che frenano gli investimenti, la spesa pubblica e la riduzione del welfare. Una spinta sconclusionata perché per un verso vorrebbe ampliare i diritti sociali (ad esempio la reintroduzione dell’articolo 18, la riforma della legga Fornero, l’abolizione del Jobs act), mentre dall’altra vorrebbe agire sulla fiscalità generale riducendo le tasse. Le due cose evidentemente non stanno insieme, ma il principio ispiratore è il medesimo: combattere l’austerità.
Mentre sulla stretta repressiva-giustizialista l’opposizione non potrà che essere senza mediazioni, difendendo quegli spazi – siano essi politici, giuridici o sociali – di garanzia e di agibilità, sulla “parte sociale” del programma ci sembra difficile al momento ingaggiare battaglie di principio. Al contrario, il senso di un’opposizione credibile, un’opposizione cioè che nello stesso momento in cui contrasta un governo costruisce un’alternativa praticabile, radicale e generale, sta nell’incalzare il populismo sullo stesso piano da questi scelto per vincere elettoralmente e governare politicamente il paese. Volete combattere l’austerità? Benissimo, fatelo! Non saremo certo noi a ridere dei vostri tentativi, magari sconclusionati, ma ispirati da un bisogno materiale, condiviso da milioni di proletari.
E’ questa tensione che dovrebbe suggerire le mosse di un’opposizione molto pratica e molto poco ideologica, che sceglie, ahinoi proprio in virtù della nostra attuale debolezza, di vedere le carte del populismo, costringendolo alla crisi. E’ con questo spirito che scenderemo in piazza il 16 giugno alla prima manifestazione della sinistra di classe contro questo governo. Se invece tutto si risolverà nel comodo rifugio delle nostre parole d’ordine, sprecheremmo l’ennesima occasione che si presenta davanti a noi. Coscienti che niente, al momento, può farci uscire da una crisi storica di cui non si vede soluzione.