giovedì 28 marzo 2019

Ambiente. “Noi, soli contro il mostro”. A Taranto attivisti pronti a bloccare le portinerie dell’ex Ilva.

Si allunga l'elenco dei caduti nella lotta contro le emissioni inquinanti dallo stabilimento. Parlano i genitori di Miriam e Alessandro, morti giovanissimi.

 


Ci sono giorni in cui su Taranto cala una cappa grigio rossastra, come una nebbia, che però con la nebbia niente ha a che vedere. C'entra invece il vento, li chiamano "wind days", suono esotico, quasi un rimando a paesi lontani, per un fenomeno al contrario strettamente legato al territorio, a quello stabilimento, l'ex Ilva oggi ArcelorMittal Italia - il più grande complesso siderurgico d'Europa, 15.000 ettari, 200 ciminiere e circa 11 mila dipendenti - che sovrasta la città dal 1965 e che qui tutti chiamano "il mostro".
Tra i cittadini tarantini si respira anche paura e un gran senso di solitudine, perché qui negli anni si è come consolidata l'idea di essere da soli a combattere una battaglia troppo grande, eppure necessaria. Qualche giorno fa però la seduta di Consiglio comunale monotematica sulla questione inquinamento, si è conclusa con un nulla di fatto. Le associazioni e i cittadini speravano in un provvedimento che bloccasse lo stabilimento. Niente da fare. A imprimere nuovo vigore all'attività delle associazioni è stata la sentenza della Corte Europea dei diritti dell'uomo che ha condannato l'Italia.
Le associazioni ambientaliste avevano chiesto al sindaco Rinaldo Melucci di firmare un'ordinanza per chiudere l'area a caldo. Ma mancano i dati aggiornati sull'inquinamento, in particolare quelli relativi alla diossina. "I provvedimenti politici - ha spiegato il sindaco - se non supportati da dati e dalla norma fanno poca strada". Il governatore pugliese Michele Emiliano ha rilanciato la proposta di procedere alla de-carbonizzazione dello stabilimento, secondo lui ostacolata "dalla lobby del carbone che spaventa anche i giganti del petrolio".
Poco convinti gli ambientalisti e gli attivisti presenti, che hanno comunque incassato il via libera alla costituzione dell'Osservatorio sulla mortalità. Ora pensano a un'azione eclatante, a quanto risulta ad HuffPost: bloccare le portinerie dell'ex Ilva. Corpo a corpo con il mostro. "Quella struttura è incompatibile con la vita. Vorremmo organizzare una grande manifestazione a Roma sotto Palazzo Chigi, ma non è semplice. Siamo soli. Avevamo chiesto un tavolo urgente per Taranto ai ministri Costa e Grillo, ma non ci hanno risposto", spiega Maria Aloisio, vice presidente dell'associazione "LiberiAMO Taranto". Il blocco delle portinerie è in programma per gli inizi di maggio, manca oltre un mese. E chissà quanti altri "wind days".
I "giorni di vento", la vita sospesa. Quando soffia da nord ovest, cioè dall'area industriale, il vento disperde nell'aria sostanze altamente inquinanti. I Pm10, ossia i particolati fini, ma pure il benzo(a)pirene, idrocarburo aromatico, derivato dalla lavorazione dell'acciaio e cancerogeno. In quei giorni, specie nei quartieri Tamburi e Paolo VI, oltre 15 mila persone che abitano praticamente a ridosso dello stabilimento "mostro", vivono come sospesi, il futuro legato alle previsioni pubblicate sul sito dell'Arpa, sia mai che domani arrivi un "wind day". E quindi scuole spesso chiuse - anche dieci volte in tre mesi - genitori costretti a organizzarsi per tenere i figli quanto più possibile al riparo, che vuol dire rinchiusi in casa - la stessa Asl locale nei "consigli utili" diramati per "i giorni di vento" ribadisce che gli anziani ultrasessantacinquenni, i soggetti "affetti da patologie croniche, defedati e immunodepressi, e i bambini sono i più colpiti dall'inquinamento atmosferico urbano". Si rinuncia a stendere i panni, si prepara da mangiare con le scorte fatte nei giorni precedenti e chi deve uscire, per andare al lavoro, lo fa a proprio rischio e pericolo. Ingoiando gli inquinanti e la paura di scoprirsi ammalati, il sentimento con cui hanno imparato a convivere tutti i tarantini.
Alessandro Marescotti, presidente della rete ecopacifista "Peacelink", rende noto, dati dell'Arpa Puglia alla mano, che tra gennaio e febbraio si è registrata, rispetto allo stesso periodo dell'anno scorso, una impennata nelle emissioni inquinanti provenienti dall'ex stabilimento a gestione pubblica oggi nelle mani di ArcelorMittal: gli idrocarburi policiclici aromatici (Ipa) sono cresciuti del 195%, con la concentrazione di benzene salita del 160% e quella dell'idrogeno solforato del 111%. In una nota ArcelorMittal ha garantito controlli, monitoraggi e rispetto delle prescrizioni di legge e dell'Aia, ricordando gli investimenti per fare dell'ex Ilva lo stabilimento tecnologicamente più avanzato d'Europa, ma non è servito a tranquillizzare gli ambientalisti. "L'aumento della produzione ci preoccupa - aggiunge Marescotti - e procedere al buio e senza dati previsionali degli impatti sanitari, come sta facendo questo governo non è responsabile". E anche i livelli di diossina, stando ai dati registrati, sembrano tornati al periodo precedente il sequestro dell'ex Ilva, quando - era il 2010 - furono abbattuti quasi 2000 capi di bestiame contaminati e fu vietato il pascolo nel raggio di 20 km attorno alla fabbrica.
L'indice è puntato soprattutto contro i Cinque Stelle, "che alle ultime Politiche qui - sottolinea Massimo Castellana, di "Genitori tarantini" - hanno fatto il pieno dei voti (il partito raggiunse il 50 per cento, con punte del 70 per cento tra gli operai, ndr). Abbiamo incontrato il ministro della Salute, Giulia Grillo, il vicepremier Di Maio, ma è stato inutile". Tra le associazioni c'è chi parla esplicitamente di "tradimento dei grillini", ricordando che la posizione iniziale dei pentastellati sull'ex Ilva era netta: chiusura con riconversione dello stabilimento e bonifica dell'area. Poi, ai primi dello scorso settembre, l'accordo con AncelorMittal per la cessione. "Di Maio - ricorda Marescotti, che ha partecipato ai primi meet up grillini a Taranto - diceva che erano state installate delle tecnologie che avrebbero tagliato del 20% le emissioni inquinanti dell'acciaieria. Ma questo inquinamento a decrescere non trova riscontro nei dati dell'Arpa". Dal dietrofront sul futuro dell'acciaieria è scaturita anche la scomparsa del M5S al Comune: il 19 marzo si è dimessa Rita Corvace, l'ultima portavoce in Consiglio comunale, che ha contestato ai Cinque Stelle "il tradimento" sull'ex Ilva e la scelta di allearsi con Salvini.
La Spoon River di Taranto. Non c'è una mamma a Taranto che non confessi di pensare al peggio ogni volta che un figlio accusa anche solo un mal di testa. L'elenco dei morti continua ad allungarsi - tre nelle ultime settimane. C'è Alessandro, l'unico figlio di Loredana e Aurelio e Rebuzzi, mancato nel 2012 a 16 anni. C'è Miriam, figlia di Antonella Massaro, stroncata nel 2008 a 5 anni e mezzo da un neuroblastoma.
È la prima volta che Antonella racconta la storia di Miriam, la sua bambina, a un giornale. "Ho scelto di farlo perché vorrei non capitasse mai più, magari può aiutare altri genitori a combattere", dice. È convinta che le emissioni inquinanti dell'ex Ilva, che arrivano fino a Martina Franca, 27 chilometri da Taranto - "ma quando soffia il vento è come stare là" - abbiano provocato il male che le ha portato via Miriam in un meno di un anno. "Mio marito ha lavorato nello stabilimento per quasi dieci anni per una ditta appaltatrice dell'ex Ilva e i medici mi hanno detto che l'esposizione ad agenti cancerogeni può modificare il codice genetico che si trasmetterà così ai figli - fa notare - E poi la notte qui arrivano nubi di sostanze provenienti da quel "mostro" che ci tolgono l'aria". Antonella racconta di quando Miriam cominciò lentamente a spegnersi, delle difficoltà per arrivare alla diagnosi, della decisione di intraprendere un viaggio della speranza a Genova per ricoverare la bambina al Gaslini. Il trasferimento, la figlia più grande trascurata, l'angoscia per la diagnosi feroce, la sofferenza nel vedere altri bambini non farcela e la gioia di una passeggiata al sole quando, dopo il trapianto riuscito, Miriam chiede di andare al mare. Poi la dimissione, il ritorno a casa in Puglia e in due mesi la recidiva che non dà scampo alla sua piccola.
Sono tanti i genitori tarantini costretti ai viaggi fuori regione e purtroppo in molti casi a rassegnarsi a seppellire un figlio e a convivere col dolore che resta. Il 18 marzo è toccato alla mamma e al papà di Marzia Rebuzzi, 5 anni, morta per un tumore. "È la figlia di un mio cugino, ma mi hanno chiesto di non parlarne. Si sono chiusi nel loro dolore, bisogna capirli", dice piano Aurelio Rebuzzi.
Aurelio invece di suo figlio Alessandro ha scelto di parlare sin dall'inizio "perché è come averlo con me". Alessandro malato di fibrosi cistica e che nonostante il consiglio dei medici di trasferirsi "perché l'aria inquinata non gli avrebbe certo giovato", vuole restare a Taranto, "la città che amava tanto". Alessandro che organizza iniziative, partecipa a cortei per rivendicare il diritto alla salute e alla tutela dell'ambiente. Alessandro che aspettava il trapianto di polmoni anche per giocare da attaccante come il suo mito Alex Del Piero e non più in porta come era costretto a fare per il respiro corto e intanto rassicurava i genitori - "andrà tutto bene, vedrete". Alessandro che continuava a lottare e pochi mesi prima di morire, nel giorno in cui iniziava il procedimento penale sull'inquinamento dell'Ilva, si arrampica su una ringhiera davanti alla Procura di Taranto, gridando in mezzo alla folla: "Noi vogliamo aria pulita". "Se continuo a vivere è solo per portare avanti la sua battaglia", piange Aurelio, che ha 67 anni e dalla morte del figlio, il 2 settembre 2012, ha tentato per sette volte il suicidio. "Non vedo l'ora che questo sterminio finisca, così potrò chiudere gli occhi, tornare da mio figlio per dirgli che la sua battaglia è vinta".
"Ogni giorno questa città seppellisce morti per patologie legate all'inquinamento. È una questione di giustizia e rispetto dei diritti sanciti dalla Costituzione. Taranto fa parte dell'Italia o no?", chiede Cinzia Zaninelli, di "Genitori tarantini - Associazione ETS (Ente terzo settore). Il riferimento è a quanto è accaduto a Cornigliano, Genova, nel 2002: la magistratura ordinò la chiusura della cokeria, l'impianto in cui si produceva carbone, di uno degli stabilimenti della società Ilva poiché alcuni studi avevano dimostrato il nesso tra gli inquinanti emessi e il tasso di mortalità della popolazione. Tre anni dopo fu chiuso anche uno degli altiforni dello stabilimento genovese e l'intera produzione della zona a caldo fu trasferita a Taranto. "Se non va bene per la salute dei genovesi - ragiona Zaninelli - perché dovrebbe andare bene per quella dei tarantini? L'area a caldo dell'ex Ilva va chiusa".

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