giovedì 21 dicembre 2017

Il mito dell’Australia e la dura realtà del lavoro nelle farm


 

dinamopress  di Federica Cossu
Il racconto di un’esperienza tra campi dove le arance si raccolgono e fabbriche dove le arance si impacchettano. Con la lezione che, al di là di ogni illusione, in questi luoghi la vere merce sei tu

Quando alle 10 del mattino, nell’aranceto della farm sotto il sole cocente australiano, bardata da testa a piedi per non essere graffiata dai rami o punto da qualche insetto/ragno velenoso, ti ritrovi a pensare: «incredibile l’anno scorso a quest’ora, questo stesso giorno, mi trovavo seduta in ufficio con l’aria condizionata ed oggi sto raccogliendo migliaia di arance» inizi a mettere in discussione molte esperienze della tua vita. Allo stesso tempo, mentre raccogli le arance alla tua massima velocità non hai molto tempo per pensare, perché generalmente hai la musica che ti accompagna e la fatica fisica non ti permette di viaggiare troppo lontano. Inoltre, vieni pagato a seconda di quanto raccogli, quindi più sei veloce, più soldi.
Raccogliere arance ti distrugge a livello fisico.
Nello shed (in fabbrica) invece, le arance le impacchetti. Quando stai impacchettando, la tua mente vola. Qua il lavoro, rispetto alla raccolta, è più facile. Mentalmente inizi davvero a viaggiare, pensare e rimuginare. Il lavoro è talmente automatico che potresti tranquillamente spegnere il tuo cervello. Ma questo è impossibile, perciò pensi e si scatenano dentro di te innumerevoli emozioni a seconda di come ti svegli, di come procede la giornata e dei pensieri che appaiono davanti a te. La routine della fabbrica entra dentro di te, I rumori delle macchine diventano la tua musica, perché tu la musica non la puoi ascoltare. Devi essere in grado di sentire ogni minima differenza fra i molteplici rumori per essere pronto a chiamare il supervisor se qualcosa non funziona. Qua sei pagato a ore, ma devi comunque essere veloce, quindi non puoi neanche parlare.
Impacchettare arance ti distrugge a livello mentale.
Ma perché ti ritrovi a svolgere questo tipo di lavoro che, alcuni di noi, non avrebbero mai pensato di fare né voluto fare?
L’obiettivo: 3 mesi o 88 giorni di lavoro in zone remote dell’Australia (= dove nessuno vuole andare e c’è bisogno di mano d’opera) in cambio del visto per rimanere un secondo anno e continuare a vivere il tuo sogno australiano. Il governo, dal suo punto di vista, è stato intelligente con tale misura. Infatti, i farmers hanno bisogno di personale giovane, flessibile, temporaneo, disposto a lavorare con il minimo sindacale in tasca e contenti di vivere questa nuova esperienza: chi meglio dei backpakers?
Tutto ciò si trasforma in un’indimenticabile esperienza sotto tutti i punti di vista. Per me personalmente, in senso positivo, perché son stata molto accurata durante la ricerca della farm e sono scesa a compromessi con me stessa riguardo alla zona in cui traslocare (a 60 km dal primo supermercato per rendere l’idea) . Il calore umano ha superato le difficoltà del lavoro. Diciamolo pure: è stata molto dura, ma mi è andata molto bene.
Tutto cambia se non trovi il posto giusto e non è così difficile capitare in questa situazione. La maggior parte dei racconti che ho sentito, infatti, mi avevano quasi convinta a non provarci neanche a cercare il posto giusto.
Vieni pagato molto meno del minimo sindacale, insultato, chiamato schiavo e trattato come tale, obbligato moralmente a lavorare e costretto a vivere nelle condizioni che i Paesi europei riservano agli immigrati che vengono da ciò che nella retorica ufficiale viene chiamato “Terzo Mondo”.
Giorgia, una mia amica incontrata lungo il viaggio della vita australiana, non ha avuto la mia stessa “fortuna”.
Nella prima farm le condizioni non erano così terribili, ma dopo un mese di lavoro saltuario non l’hanno pagata. Volendo denunciarli, ha cercato aiuto presso i sindacati e il famoso fairwork (tribunale del lavoro). Nessuno di loro è stato in grado/ha voluto prendere in carico il suo problema, che è quello di tanti altri in fondo. Disperata e intestardita per motivi di principio, ha contattato la madre di una backpaker uccisa l’anno scorso in uno degli ostelli sotto inchiesta per le brutali condizioni di vita. Sono ostelli che gestiscono la mano d’opera e mandano i ragazzi a lavorare nelle farm (spesso ti fanno stare promettendo lavoro che non esiste, perché la stagione non è cominciata) e letteralmente hanno il controllo delle farm della zona, a cui non puoi chiedere lavoro se non attraverso questi ostelli.
Nella seconda farm, finalmente la pagano. Ma le condizioni sono ai limiti dell’estremo: da mattina a sera, all’aperto sotto il sole del Queensland dove alle 7 del mattino sei già in maniche corte per raccogliere basilico con due pause di 20 minuti in tutto (giornata lavorativa di 10 ore). Il supervisor urla e sbraita costantemente contro tutti, sostenendo che non si stanno guadagnando il loro stipendio e che sono solo degli schiavi, che quindi devono lavorare duro. A lei il boss ha addirittura detto che era 1 minuto più lenta dello standard e che se non migliorava nel giro di due giorni sarebbe stata out. Una maniera come un’altra per provare a motivare i dipendenti.
Nella terza farm sembra vada meglio. Si trovava nello shed, quindi, pagata a ore. Soprattutto pagata. Di lavoro ce n’è, e tanto. Ma non si lamenta… dopo le altre due esperienze, impacchettare meloni 13 ore al giorno senza qualcuno che ti urla dietro sembra un lusso.
Morale della favola? Il sistema di immigrazione australiana con i visti 417 e 462 (Working Holiday Visa) è un sistema funzionale solo a se stesso. Sostiene le esigenze economiche del Paese, fino ai suoi angoli più lontani e desolati, ma condanna noi, gli immigrati temporanei e generalmente in viaggio, a un terribile sfruttamento. Noi che aiutiamo il sistema svolgendo i lavori che i cittadini australiani non vogliono fare, in cambio di un secondo visto. Noi che aiutiamo le aziende agricole a funzionare e il mercato a crescere economicamente. Insomma noi che facciamo anche girare l’economia.
Una prospettiva che, comunque, è solo a brevissimo raggio. Se per puro caso volessi restare in Australia: auguri. Inizia a pensare a un modo efficace per fare soldi. Perché a differenza di ciò che si pensa nel Bel Paese, qua, nella giovane nazione delle generazioni rubate (agli aborigeni) sino agli anni ’90, non è tutto rose e fiori. Se non hai soldi, un’assicurazione privata, un buon lavoro dove si guadagna più del minimo sindacale, la vita non è poi così differente da qualsiasi altro Paese.
Anche qui, viene da chiedersi: quando serve, il welfare australiano dov’è? Non c’è da stupirsi, forse, delle statistiche del WHO: 11,8 persone su 100mila si suicidano. Non c’è da stupirsi, forse, se quando arrivi nel down under, scopri che i senza tetto e i detenuti delle carceri sono quasi tutti aborigeni. Non c’è da stupirsi, forse, se le fasce di popolazione più deboli e a rischio sono quelle escluse dallo stato sociale, inclusi disabili e anziani. Ciò che stupisce, invece, è la persistenza del mito della terra dell’oro, dove si va a lavorare imparando l’inglese e guadagnando palate di soldi. Dietro il mito, però, la realtà è ben più dura.

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