lunedì 25 settembre 2017

Germania. Elezioni tedesche: dove passa l’unità di classe europea?

Il sistema politico tedesco è così efficiente che si sa il vincitore la sera delle elezioni, quelle di quattro anni prima però. Nessuno infatti, a parte inguaribili romantici socialdemocratici o ossessionati dalla comunicazione politica, negli ultimi quattro anni ha mai messo veramente in discussione la certezza della rielezione della Merkel al suo quarto cancellierato. 

La prima analisi, la più semplice è: la Germania regge, è economicamente forte, mantiene agli occhi di tutti la sua egemonia nel progetto UE, la disoccupazione è ai minimi storici e lo stato sociale garantisce una vita degna; perché dunque mai l’elettorato tedesco non avrebbe dovuto riconfermare Angela per garantirsi altri quattro (e chissà quanti altri) di sicurezze e crescita?
La verità che esce dai dati, e che sarà oggetto di riflessioni per l’immediato futuro, è però ben più complessa, e suggerisce che qualcosa abbia smosso diverse sicurezze tedesche. Questo il quadro: la CDU-CSU in “leggero” calo, dal 41,5% al 33, un tracollo di quasi 9 punti percentuali che però non riesce a spostarla dal primo posto; l’SPD guidato dall’uomo della “speranza” Martin Schulz, che secondo i sopracitati romantici avrebbe rinvigorito tutta la socialdemocrazia europea, fa il suo peggiore risultato di sempre (20,5%); l’ovviamente preoccupante ascesa dell’Alternative fuer Deutschland (AfD) che è riuscita a riunire tutti i vosti dell’estrema destra, e evidentemente di molti disaffezionati della CDU, e portarle per la prima volta al 12,6%; seguono i Liberali, la Linke e i Verdi.
Non ci interessa ipotizzare quale tremenda coalizione verrà fuori da questa elezione, quanto capire cosa se qualcosa sta cambiando dentro la Germania, se è possibile che abbia effettoìi che si prolungheranno nel tempo, e quali siano le conseguenze e le sfide per le classi lavoratrici, sia tedesche che europee.

Sarà utile e interessante spulciare i dati disaggregati per regione e status sociale quando usciranno, ma possiamo iniziare a fare alcuni ragionamenti.
La vittoria dell’AfD è l’evidente conseguenza dell’indebolimento della CDU. Su cosa ha perso consenso (9 punti!) la Cancelliera? La questione più evidente è quella dei migranti. La politica della Merkel, che è stata applaudita da tutti come “umanitaria” e “responsabile”, sappiamo bene essere stata uno strumento per garantire agli industriali manodopera qualificata a basso costo, con la selezione accurata di professionisti siriani filtrati dal rubinetto dell’accordo con la Turchia.
L’AfD è riuscita a conquistare voti proprio sull’odio provocato da questa non dichiarata competizione. Quale competizione?
Qualche verità incomincia a emergere dal velo di perfezionismo che copre la Germania. Solo pochi giorni fa riportavamo un articolo da vocidallestero che presentava una situazione tutt’altro che idilliaca per i lavoratori non qualificati, la cui vita è completamente controllata dagli uffici di collocamento: i quali ti obbligano ad accettare lavori dequalificanti e spesso umilianti, pena la revoca di tutti i benefici, condannandoti a una spirale di occupazioni temporanee a bassissima produttività (e salario) da cui non è possibile uscire.
Anche in Germania, dunque, l’immigrazione sta diventando il capro espiatorio di classi subalterne che non riescono a capire perché sono sempre più povere mentre tutti dicono che il loro paese è sempre più ricco.
Per comprendere meglio questo pericoloso sfogo dobbiamo però tornare al 2009, quando una pesante campagna denigratoria finanziata dalla Bundesbank e dalla Confindustria, con il supporto di buona parte del sistema mediatico, si abbatteva contro il popolo greco, colpevole di “star rubando i soldi dei contribuenti tedeschi”, obbligati “forzosamente” a coprirne i debiti. La verità era ben diversa: il governo tedesco, dopo avere salvato nel 2008 le sue banche con almeno 100 miliardi di euro (dei contribuenti tedeschi), si apprestava a garantire i crediti che queste avevano nei confronti delle banche greche: un doppio salvataggio, grossomodo, pagato sempre dalle tasse dei lavoratori (e in seguito dal sangue dei Greci).
Così come nel 2009 il carrozzone Bundesbank-Confindustria-CDU era riuscito a scaricare sul popolo greco la responsabilità di centinaia di miliardi spostati dalle tasche dei lavoratori (e professionisti, picole imprese, ecc) alle banche, allo stesso modo oggi AfD sta scaricando sui migranti le responsabilità dell’impoverimento delle fasce popolari causato dai governi di Grande Coalizione e dai terribili patti fra Confindustria e sindacati. In questo senso l’humus culturale in cui è cresciuta il neonazismo dell’AfD – la colpevolizzazione dello straniero – è proprio quello costruito nel tempo dalle stesse istituzioni “liberali”. Il copione è lo stesso recitato nei paesi del Mediterraneo: alimentare la guerra fra poveri per distrarre qualunque possibilità di conflitto sociale verso i veri nemici di classe, il capitale con dimensioni multinazionali (forma societaria in cui “i padroni” sono stati quasi ovunque soppiantati dai manager).
Evidentemente il nemico numero uno rimane la famosa “riforma Hartz”, modello di riferimento per tutte le deregolamentazioni del lavoro in Europa, a cui la sinistra tedesca ha dato a lungo un avallo sostanziale, dopo averla varata in prima persona, quando guidava il governo di Berlino con Gerhard Schroeder. Schulz aveva provato ad abbozzare una timida critica, per poi finire la campagna elettorale a braccetto dell’ex cancelliere Schroeder quando aveva visto che, nell’SPD, non era aria.
I sindacati (a partire dalka potente IGM) hanno avuto come contropartita la comoda posizione di gestire i “consigli di fabbrica” (ovvero la contrattazione a livello aziendale che garantisce la moderazione salariale) e più volte hanno ribadito la loro aperta ostilità a mobilitare i lavoratori per ragioni “politiche” (in realtà per qualsiasi ragione non strettamente aziendale).
Rimane la Linke, che si presentava con un programma di aperta rottura, con proposte a favore del lavoro e dello stato sociale, e da cui tutti si aspettavano un exploit ma che ha guadagnato pochissimi voti, rimanendo in quinta posizione; pagando così in buona parte la sua scarsa efficacia nelle varie regioni in cui era al governo, ma anche il non aver saputo dare una risposta convincente al problema della globalizzazione, di cui anche i lavoratori tedeschi incominciano ora a sentirsi vittime. Non è riuscita cioè a dare credibilità alle proprie proposte – sulla carta abbastanza interessanti – inserendole in un contesto generale di opposizione allo statu quo, facendole dunque apparire come parole vuote senza nessuna reale possibilità di essere applicate, senza riuscire a indicare chi e cosa bisogna combattere per riuscire ad affermarle.
Peggio ancora, la Linke si è infilata in un gioco pericoloso proprio sulla questione migranti, con la leader Wagenknecht più volte criticata per le sue dichiarazioni considerate apertamente razziste, concedendo in chiave tattica molto terreno alle posizioni proprio dell’AfD. Tattica che evidentemente ha giovato molto di più alla destra, cosa che dovrebbe incominciare a preoccupare la nostrana “sinistra dell’immigrazione controllata”. Non è riuscita cioè a indicare il nemico di classe, o peggio, ha indicato quello sbagliato.
Qui sta il punto su cui richiamiamo l’attenzione, anche a costo di sembrare ripetitivi, dato che la globalizzazione – per i popoli europei – ha una forma istituzionale ben precisa: quella dell’Unione Europea.
Se infatti lo sfruttamento dei lavoratori tedeschi, elegantemente chiamato competitività o dumping salariale, ha garantito alla Germania (ovvero alla sua classe capitalista) la sua posizione egemonica nella UE grazie a un’economia votata all’export e al ridisegno della divisione del lavoro europea intorno alle proprie filiere produttive, dobbiamo anche tener conto che – senza la possibilità per la Germania di approfittare di una moneta artificialmente svalutata e di un mercato allargato da cui comprare semilavorati a basso costo per poi rivendere merci complete ad alto valore aggiunto – il modello neomercantilista (alti profitti garantiti dall’export a sua volta garantito da bassi salari) riceverebbe un duro colpo.
Un’analisi di classe deve dunque affrontare seriamente il seguente dilemma: la rottura della UE significherebbe davvero, come alcuni ancora temono, un “arretramento delle posizioni internazionaliste”, o al contrario – dato che la struttura che garantisce lo sfruttamento dei paesi del centro su quelli della periferia è esattamente la stessa che garantisce lo sfruttamento di una classe sull’altra – la lotta contro l’Unione, condotta anche in ogni singolo paese, se proprio non si riesce a farla in modo coordinato, non sia in realtà la lotta di e per tutta la classe lavoratrice europea.
Fonti.
https://www.jacobinmag.com/2017/05/die-linke-germany-afd-migrants-xenophobia-racism
https://www.jacobinmag.com/2017/03/die-linke-germany-immigration-sahra-wagenknecht-oscar-lafontaine-afd-merkel/

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