sabato 22 luglio 2017

Restituire il futuro a una generazione? Servono risposte radicali e di sistema.

In una lettera che ha avuto larga diffusione sui social network e che è stata in seguito ripresa da Repubblica, lo storico dell’integrazione europea Massimo Piermattei annunciava il suo addio alla ricerca e all’Università italiana. Ricercatore precario a 39 anni e senza prospettive di stabilizzazione, Piermattei ha denunciato nella sua lettera le condizioni di sfruttamento e incertezza comuni a migliaia di ricercatori universitari in Italia. La Ministra dell’Istruzione, Università e Ricerca, Valeria Fedeli, ha risposto alla lettera del ricercatore, evidenziando la volontà del governo attuale - in continuità con quello precedente - di “invertire la rotta”, citando fra gli altri interventi come il piano straordinario per ricercatori in tenure track, lo sblocco del turnover dei ricercatori di tipo A e il piano per il finanziamento dei dipartimenti di eccellenza. In questa nota, il segretario nazionale dell’ADI (Associazione Dottorandi e Dottori di Ricerca Italiani) ricorda alla ministra che gli interventi del governo sono stati minimi se non controproducenti, e che diverse altre iniziative rivelano tutto fuorché una reale volontà di affrontare alla radice il dramma del precariato della ricerca nell’Università italiana.

micromega Giuseppe Montalbano *

Cara Ministra,
Voglio innanzitutto ringraziarla per aver risposto personalmente alla lettera di Massimo Piermattei, ricercatore in Storia dell'Integrazione Europea.

Quella di chi decide di abbandonare l’accademia piuttosto che continuare a lavorare in condizioni di precarietà e sfruttamento non è purtroppo una storia isolata o eccezionale. Oggi sono decine di migliaia i lavoratori precari che permettono al sistema universitario di funzionare, senza avere alcuna certezza e prospettiva chiara per il loro futuro. Ricercatori che inseguono il sogno di poter lavorare nell’università italiana e che non hanno ancora abbandonato la loro carriera, ma che saranno probabilmente costretti a farlo per sottrarsi al mortificante ricatto della precarietà, delle aspettative rinviate e poi tradite, di contratti a breve termine che si susseguono per troppi anni per poi rivelarsi - troppo tardi - dei binari morti. Per questo la Sua risposta a Piermattei ci riguarda tutti.

Lei si chiede giustamente se vogliamo essere un Paese che investe con forza sulla conoscenza e ci dice che il governo di cui fa parte sta cercando finalmente di “invertire la rotta”. Non intendiamo negare l’importanza di alcuni interventi che Lei cita, primo fra tutti il piano straordinario di 861 ricercatori a tempo determinato di tipo B (RTDb) del 2016. Tuttavia la reale volontà di cambiamento nelle politiche sull’Università e la ricerca pubbliche è messa in forte dubbio dal carattere limitato, occasionale e in alcuni casi intrinsecamente problematico delle misure adottate in questi anni, unito a tutto ciò che il governo ha scelto deliberatamente di non fare sino ad ora.

Innanzitutto è bene evidenziare come i ricercatori a tempo determinato di tipo B (RTDb, contratti tali da consentire l’effettivo ingresso a posizione strutturate) del piano straordinario 2016 siano del tutto insufficienti a soddisfare il fabbisogno del sistema universitario, stimato dal CUN in 1300 posizioni da ricercatore tenured all’anno, e risultino di impatto trascurabile rispetto al taglio di oltre 13 mila docenti dal 2008 ad oggi. Inoltre, degli 861 RTDb, 729 sono stati assegnati sulla  base dei risultati della VQR, contribuendo così a desertificare ulteriormente interi atenei del nostro Paese. Alla stessa logica rispondono i circa 400 RTDb in più previsti dal fondo per i dipartimenti eccellenti: personale che non sarà necessariamente inquadrato nei dipartimenti che ne hanno più bisogno e che risulterà comunque difficilmente sostenibile per gli atenei in mancanza di ulteriori risorse per garantirne l’effettiva stabilizzazione. In secondo luogo, la “liberalizzazione” degli Ricercatori a tempo determinato di tipo A, da Lei evidenziata, non è una misura affatto positiva in sé, in assenza di veri canali di reclutamento: in questo modo i dipartimenti sono incentivati ad adottare contratti più economici e che non permettono alcun passaggio a posizioni di ruolo (a differenza degli RTDb), rappresentando quindi un “binario morto” per la carriera dei giovani ricercatori.

A fronte di questi interventi minimi e, come abbiamo visto, di natura problematica, il governo ha attuato scelte di spesa pubblica contestate da gran parte della comunità accademica. Per anni ci siamo sentiti dire che la coperta dei finanziamenti era corta e le risorse andavo distribuite col contagocce. Poi 75 mln di euro all’anno sono stati destinati alle cattedre Natta per bandire in tutto 500 posizioni da professori strapagati rispetto ai comuni docenti: con quegli stessi soldi il MIUR avrebbe potuto reclutare 500 RTDb in più ogni anno. Quasi un miliardo di euro è stato addirittura stanziato all’Istituto Italiano di Tecnologia (IIT) per la realizzazione dello Human Technopole di Milano, secondo una filosofia tipica dei governi che si sono succeduti dal 2008 ad oggi: creare minuscole nicchie di “eccellenza” mentre il sistema universitario nel suo complesso affonda. Inoltre il MIUR ha promesso il recupero di solo la metà dei 450 milioni di euro di fondi non spesi dall’IIT per destinarli al finanziamento della ricerca pubblica, ma prioritariamente negli ambiti di interesse dell’IIT. Si tratta di iniziative molto discutibili, che purtroppo non serviranno a dare un futuro alle migliaia di ricercatori precari delle nostre università.

In tutto questo il problema del reclutamento non è ancora stato affrontato in maniera strutturale. La selva di contratti non stabili introdotti con la legge 240/2010 ha allungato incredibilmente il periodo del cosiddetto “pre-ruolo”, creando un esercito di precari della ricerca con scarsissime o nulle prospettive di carriera. Secondo le stime della VI indagine ADI su Dottorato e Post-Doc, oltre il 93% degli attuali assegnisti di ricerca sarà espulso dall’università anche dopo 12 anni di lavoro precario. Proprio gli assegnisti rappresentano la categoria di precari più numerosa (più di 12 mila persone) e meno tutelata: dalla fine del 2017 per migliaia di loro non sarà neanche più possibile ottenere un rinnovo del contratto per via dei limiti alla loro prorogabilità, e in assenza di un autentico sblocco del reclutamento saranno dunque costretti ad abbandonare l’università.

Cara Ministra, bisogna uscire dalla logica degli interventi di natura emergenziale che in questi anni ha caratterizzato l’attività del ministero. Il ruolo del suo dicastero deve essere quello di ripensare strutturalmente il sistema universitario, partendo dal pre-ruolo e dal reclutamento. Negli scorsi mesi insieme a tutte le organizzazioni rappresentative del mondo universitario abbiamo chiesto l’istituzione di un tavolo di confronto sul pre-ruolo, per discutere seriamente di come rifondare il reclutamento accademico. Nonostante le ripetute promesse, quel tavolo ad oggi non è stato convocato. Abbiamo poi promosso, insieme ad FLC-CGIL ed ARTeD, la petizione #ricercaèfuturo, che Le chiede di investire i fondi non spesi dall’IIT e quelli stanziati per le Cattedre Natta nel reclutamento di RTDb, e che in pochi giorni ha raggiunto più di 6000 firme. Se veramente il governo ha la volontà di invertire la rotta, questo è il primo passo da fare: dia riscontro alla petizione, e convochi un tavolo di confronto per riformare il pre-ruolo e il regime di reclutamento.

Apprezziamo la sua disponibilità al dialogo, ma crediamo sia giunto il momento per il ministero di smetterla di rispondere solo ai pochi singoli che ottengono attenzione dalla stampa denunciando l’inaccettabile situazione del precariato universitario, e di impegnarsi invece a dare risposte serie e strutturali. La situazione dell’Università italiana richiede risposte radicali e immediate, per fermare un'emorragia di risorse deleteria per il sistema stesso, oltre che per le migliaia di ricercatori e ricercatrici a cui da anni viene impedito di mettere a disposizione il loro talento per il futuro del nostro Paese.

* Segretario nazionale ADI - Associazione dei Dottorandi e Dottori di Ricerca Italiani.

(19 luglio 2017)

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