venerdì 28 luglio 2017

Acqua semi-pubblica. La rete idrica fa acqua da tutte le parti. Non più rinviabili gli interventi.

Fa una certa impressione constatare, in presenza di una crisi climatica sempre più evidente e quindi anche dell'aumento dell'intensità e della durata delle siccità, in presenza di rischi ambientali delle fonti di prelievo e di rischi di scarsità e razionamento della distribuzione idrica in diverse città, che le nostre reti acquedottistiche continuino a buttare via acqua potabile.
 

Nel 2015 è andato disperso il 38,2% dell'acqua potabile immessa nelle reti di distribuzione, con un peggioramento rispetto al 2012, quando era il 35,6% (Istat, Focus 2017), con perdite del 26% al Nord, del 46% al Centro e del 45% al Sud (Utilitalia-2017). E non c'è da stupirsi visto che il 22% delle condotte ha più di 50 anni e un altro 36% ne ha fra 31 e 50 (Autorità per l'Energia Elettrica, il Gas e i Servizi Idrici, Relazione annuale sullo stato dei servizi, 2017).
Il fabbisogno finanziario pianificato del comparto idrico dal 2016 al 2019 è stato stimato in 12,7 miliardi (Relazione annuale dell'Autorità EEGSI, 2017 citata) il 19% destinato alla distribuzione, il 25% alle fognature e il 28% alla depurazione, il resto per altre voci – pari a 3,2 miliardi annui. L'importo medio annuo è significativo per le fognature e la depurazione anche perché l'Italia sta affrontando procedure di infrazione europee in queste materie e cerca di evitare di arrivare alle condanne e alle sanzioni. Il 19% del fabbisogno per la distribuzione (circa 600 milioni annui) è invece insufficiente.

Occorre rivederlo, insieme alle pianificazioni che l'hanno generato, alla luce della gravità del nuovo contesto. Occorre anche rendere più veloci ed efficienti le procedure di spesa (vedi in materia il Rapporto di Italiasicura sullo sviluppo delle infrastrutture idriche, 2015). Questi interventi dovrebbero essere compresi nel programma operativo di misure di adattamento al cambiamento climatico.
Una parte dei costi per questi interventi straordinari di adeguamento della rete è già reperibile nella tariffa per i servizio idrico. Nel 2016 dei 290,9 euro all'anno pagati in media da una famiglia per l'acqua con un costo di 1,94 euro al metro cubo, 114,4 servivano, infatti, per gli acquedotti (captazione, adduzione e distribuzione), 37,5 per le fognature, 84,5 per la depurazione, il resto per quota fissa e Iva.
Secondo il Censis, tuttavia (Diario della transizione, 2014) le tariffe idriche italiane sarebbero "le più basse d'Europa", meno della metà di quelle della Francia, della Germania e del Regno Unito. Quindi, pur tenendo conto che parliamo di un bene pubblico indispensabile che va comunque assicurato a tutti, anche ai meno abbienti con fasce tariffarie basse, e che i suoi costi per i cittadini stanno già aumentando (del 4,57% nel 2016), un margine ulteriore di copertura dei maggiori investimenti necessari per la rete - se non vogliamo fare gli struzzi – può essere ragionevolmente trovato anche nelle tariffe.
Ma non solo. L'entità complessiva (fondi nazionali, risorse Ue, delle Regioni e dei Comuni) dei finanziamenti pubblici effettivamente stanziati e già disponibili per i servizi idrici per il periodo 2016 al 2019 sarebbe di soli 2,2 miliardi di euro (Rapporto annuale citato, 2017): il 17,3% del fabbisogno, troppo poco. Con una ricognizione attenta di tutte le diverse fonti disponibili, questi finanziamenti pubblici vanno decisamente incrementati e resi effettivamente spendibili per un rinnovo delle reti che va reso più rapido ed esteso. Investire di più e meglio per non sprecare una risorsa naturale, sempre più scarsa e preziosa, è una scelta non più rinviabile.

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