lunedì 30 dicembre 2019

2020

Ha ragione Miguel Benasayag, dobbiamo smettere di concepire l’impegno come un proposito per l’anno nuovo. Il cambiamento in profondità di cui abbiamo bisogno comincia da noi, dalla vita di ogni giorno, dalla ribellione alla pigrizia e all’indifferenza. La rivoluzione, per dirla con Holloway, è un processo interstiziale. Si tratta di cominciare a non voltare le spalle per costruire relazioni sociali diverse, qui e ora.

comune-info.net Emilia De Rienzo

A volte ci nascondiamo dietro alla complessità dei problemi che diciamo sono più grandi di noi, ma in realtà quello che rifiutiamo è l’inizio di un nuovo percorso, temiamo di lasciare le nostre abitudini, le nostre sicurezze e indietreggiamo di fronte al rischio di andare contro corrente. 
Ecco allora che il nostro impegno nei confronti dell’”altro” rimane chiuso nelle nostre case e si esprime nell’indignazione verbale, nelle discussioni infinite come in un eterno talk-show, e la nostra vita continua nella più assoluta disillusione.
Meglio rimanercene a guardare dall’esterno senza coinvolgerci troppo, meglio aspettare che qualcuno pensi per noi.
Vincere la nostra pigrizia vorrebbe dire ribaltare i luoghi comuni, le parole già dette, le frasi fatte.

Vincere la nostra pigrizia vorrebbe dire non solo “informarsi”, ma a mettersi al posto dell’altro, imparare ad affrontare la realtà senza pensare che nulla è possibile.
Vincere la nostra pigrizia vuol dire operare il cambiamento prima di tutto dentro di noi per imparare a guardare con occhi privi di pregiudizi o schemi mentali.
Natale 2020: il Claun il Pimpa è tornato a trovare i suoi amici di Unponteper… in Iraq

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Vincere la nostra pigrizia forse vuol dire non aspettare i grandi gesti, quelli eclatanti, ma accontentarci di quel poco che è nelle nostre concrete possibilità della vita di ogni giorno, quelli fatti lontano dagli applausi.
Vincere la nostra pigrizia può voler dire sentirci responsabili e cambiare anche piccoli comportamenti un giorno dopo l’altro (la rivoluzione, per dirla con John Holloway, è un processo interstiziale…”, ndr).

Asilo Bosco Caffarella di Roma. Foto di Francesca Lepori
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Miguel Benasayag, filosofo e psicoanalista francoargentino, dice che alla domanda “che fare?” si può rispondere soltanto in un modo:
“Qual è il mio prossimo piccolo passo?… Bisogna smettere di concepire l’impegno come un proposito per l’anno nuovo, una risoluzione di completo cambiamento (…). È sempre in nome del grande impegno che avrò domani per la libertà che volto le spalle a un modo di vita che costruisce a poco a poco dei divenire di liberazione…”.
Beh, l’augurio di cui abbiamo tutto bisogno (che faccio prima di tutto a me stessa e a tutti), è quello di non voltare le spalle, di non lasciarci vincere dalla pigrizia che è madre dell’indifferenza.
Tanti auguri per l’anno nuovo.
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*Insegnante, qui altri suoi articoli. Ha aderito alla campagna Un mondo nuovo comincia da qui. Cura questo blog e, insieme ad altri e altre, il sito ArsDiapason, associazione di Torino che lega diversi centri di iniziativa per giovani, genitori, persone con disabilità (quali punti di aggregazione in cui i soci promuovono incontri, opportunità conviviali, dibattito culturale, programmi di educazione permanente…).

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