domenica 27 ottobre 2019

Cile, Libano e Iraq, rabbia popolare nelle piazze del mondo

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-Cile, stato d’emergenza e il governo chiama i riservisti.
-Libano. Nono giorno di piazza, non solo Beirut: da nord a sud è ribellione popolare.
-La rabbia dell’Iraq occupa piazza Tahrir. Decine di migliaia manifestano a Baghdad e nel sud, uniti sotto la bandiera irachena.

La rivolta cilena

L’Instituto Nacional de Derechos Humanos ha presentato denunce per omicidio, per violenza sessuale e diverse altre per tortura e violenza spropositata, come nel caso di quattro manifestanti, tre adulti e un minorenne, «crocifissi sulla struttura metallica dell’antenna del commissariato» di Peñalolén. Il Cile non è più Pinochet, insistono in molti, ma la cronaca di Claudia Fanti fa temere che qualcosa di allora tre le forse armate e di sicurezza sia rimasto. O la morte del 39enne Alex Núñez Sandoval, sorpreso dal coprifuoco mentre manifestava pacificamente, percosso dai carabineros, che si erano accaniti su di lui mentre era a terra. Morto il giorno successivo per trauma cerebrale, dopo aver vomitato sangue.

Stato di emergenza continuo

Nessuna revoca dello stato d’emergenza  e anzi, la chiamata in servizio dei riservisti. ‘Reprimere stanca’. L’Instituto Nacional de Derechos Humanos (Indh) parla di 18 morti – ma potrebbero essere di più -, 582 feriti, di cui 295 con colpi di arma da fuoco, 2.840 arrestati, di cui oltre 270 minorenni. Reprimere stanca e costa. L’esercito ha dovuto spendere 50 milioni di dollari in meno di 24 ore per l’acquisto di 56.725 cartucce antisommossa. Amnesty International in campo, con l’invio di una missione. Innumerevoli infatti le denunce di tortura e detenzione illegale. E di torture, aggressioni, cure mediche negate e vessazioni sessuali ha parlato anche l’Associazione di avvocate femministe, denunciando il rifiuto del governo di consegnare le informazioni richieste sui detenuti: «Siamo in uno stato di diritto, non in guerra».

Libano, non solo Beirut

«Per la prima volta da anni, Beirut non è l’unico e il primo centro del dissenso: Tripoli si gonfia, la Bekaa ribolle, e il sud, inaspettatamente, contesta», osservano sul Manifesto Sonia Grieco e Pasquale Porciello. «Una delle caratteristiche più salienti dei nove giorni di mobilitazione del Libano, innescata dalla grave crisi economica e dalla corruzione dilagante, è la sua diffusione nazionale». Mobilitazione ovunque e antichi poteri messi di fatto in discussione, come nel sud dove, nel feudo di Hezbollah e Amal, i due partiti sciiti che controllano il meridione sin dalla guerra civile, continua la mobilitazione. Da ricordare che il Libano è ufficialmente in guerra con Israele invasore sconfitto proprio su quel fronte sud per mano militare Hezbollah. È in fermento anche la Valle della Bakaa.

Esercito nazionale libanese

Le piazza che si riempiono di proteste trasversali, contro una alleanza di poteri religioso clanistici corrotti, e -sorpresa assoluta- un consenso popolare aperto all’esercito come simbolo di unità nazionale credibile. In alcune piazze, al fianco della bandiera libanese inizia a sventolare anche quella dell’esercito. Altri temono che le forze armate vogliano ritagliarsi un ruolo di primo piano nella crisi. Bandiere dell’esercito sventolano anche alla manifestazione di Jaleddib, località cristiana poco a nord di Beirut. Hezbollah attraverso il loro leader Nasrallah escludono dimissioni di governo e di elezioni anticipate, evocando il caos, il collasso dell’economia già in crisi e persino guerra civile. 

Piazza Tahrir in Iraq

Decine di migliaia manifestano a Baghdad e nel sud, uniti sotto la bandiera irachena. Date alle fiamme le sedi dei partiti. Il governo promette riforme e poi spara sui cortei: almeno 30 morti e coprifuoco. L’Iraq raccontato da Chiara Cruciati. Una protesta cominciata all’inizio di ottobre, pausa per la festa sciita dell’Arbaeen, «e ripresa ieri con il suo carico di rabbia e violenza». Almeno 27 gli uccisi da polizia e milizie sciite filo-iraniane, oltre 2mila feriti. «I poliziotti hanno aperto il fuoco sulle marce, sparato lacrimogeni e proiettili di gomma, annullando le promesse che poche ore prima il premier Adel Abdul Mahdi metteva sul tavolo sperando di evitare la ribellione: riforme economiche non meglio identificate e rimpasto di governo».

Tra i più alti tassi di corruzione

Iraq, paese mai ricostruito dopo l’invasione statunitense del 2003, con uno dei più alti tassi di corruzione al mondo, e dove il 60% della popolazione vive con meno di sei dollari al giorno avendo sotto ai piedi le quinte riserve al mondo di petrolio. Follia. E in Iraq «sembra non esserci spazio per la mediazione con un sistema politico che mentre promette riforme, apre il fuoco». Dal sud, Amarah e Nasiriyah, fino a Baghdad, almeno 25 uccisi: si aggiungono ai 149 manifestanti (più otto agenti) uccisi da inizio ottobre. Il 70% delle vittime, si legge nel rapporto, è morto per colpi d’arma da fuoco alla testa o al petto. Volontà d’uccidere. Il governo blocca Internet e impone in coprifuoco, mentre i giovani in piazza «chiedono una nuova carta costituzionale, un tribunale per processare i corrotti e riforme reali di redistribuzione della ricchezza». 
Un filo invisibile sembra legare la maggior parte delle proteste sociali che in questi mesi stanno investendo mezzo mondo.

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