martedì 22 ottobre 2019

12 dicembre strage a Piazza Fontana. Non sarà mai una data qualunque su calendario.


Quella data, che non sarà mai come le altre sul calendario, rappresenta un salto di qualità nella “guerra non dichiarata” da parte dello Stato italiano, insieme ai servizi militari Usa e alle organizzazioni fasciste, contro il movimento operaio, la sinistra e i comunisti nel nostro paese.
La Rete dei Comunisti e la rete universitaria Noi Restiamo hanno deciso di ripubblicare, dieci anni dopo, il volume curato da Contropiano e dalla Libreria Quarto Stato di Aversa, cercando di mettere a disposizione delle nuove generazioni politiche un materiale storico e politico utile per comprendere la storia recente del nostro paese. Ma soprattutto per contrastare apertamente la manipolazione politica che con ogni mezzo (dai mass media alla storiografia, dalle sentenze alla retorica dei partiti politici) continua a negare un punto di vista alternativo sui fatti ed a strumentalizzarlo tuttoggi come elemento di deterrenza verso chi non intende abbassare la testa davanti agli orrori del sistema dominante.

Già nei primi venticinque anni del dopoguerra, nelle manifestazioni e nelle proteste operaie e contadine, molto spesso la polizia aveva sparato uccidendo decine di manifestanti. I morti di Avola, Reggio Emilia, Battipaglia sono lì a testimoniarlo.
Il 12 Dicembre rappresenta però un inasprimento del livello di scontro, ciò che le dottrine controinsurrezionali statunitensi definiscono “guerra a bassa intensità”, che provocò in diciotto anni (1969-1987) quasi 500 morti, centinaia di feriti, migliaia di prigionieri politici.
I tempi e il contesto storico raccontano molto di questa guerra che lo Stato, le organizzazioni padronali, le forze politiche e i giornalisti – oggi come allora –  continuano a negare ed a esorcizzare.
Fino al 1974 nei paesi dell’Europa euromediterranea c’erano dittature militari apertamente sostenute dagli Stati Uniti: in Grecia, Portogallo, in Spagna fino al 1979.
In Italia nel 1964 (De Lorenzo) e nel 1970 (Junio Valerio Borghese) misero in atto due tentativi di colpo di stato andati a male.
Dopo piazza Fontana, nel dicembre 1969, nel 1974 ci furono altre due terribili stragi di Stato: a maggio ‘74 in piazza della Loggia, a Brescia, contro una manifestazione antifascista e ad agosto dello stesso anno sul treno Italicus, diretto a Bologna contro ignari passeggeri.
Fino al 1974 in Italia c’erano state pochissime azione armate da parte delle organizzazioni clandestine della sinistra, solo in un caso mortale (il commissario Calabresi ritenuto corresponsabile della morte dell’anarchico Giuseppe Pinelli nella Questura di Milano nel dicembre del 1969).
Tuttalpiù erano frequenti durissimi scontri di piazza, contro la polizia o i fascisti. Una escalation particolare va segnalata nell’aprile del 1975 quando in tre giorni fascisti, carabinieri e polizia uccisero in circostanze diverse quattro militanti di organizzazioni della sinistra a Milano, Torino, Firenze.
Era necessario  annichilire un movimento operaio in ascesa sul piano delle conquiste sindacali, sociali e politiche, liquidare i militanti e le avanguardie che avevano intravisto la possibilità “dell’ assalto al cielo” e terrorizzare la popolazione.
Quella guerra, iniziata dagli apparati dello Stato in collaborazione con i servizi militari Usa che non avevano mai contemplato una possibile “via democratica al socialismo,” usò ampiamente i gruppi neofascisti come manovalanza. Il ricorso alla violenza da parte delle organizzazioni della sinistra  rappresentò quindi l’accettazione del livello che l’avversario aveva imposto contro il movimento che avanzava verso il rovesciamento dei rapporti di forza sociali nel paese.
Il clima politico internazionale rendeva visibile – e temibile per il potere – una trasformazione rivoluzionaria. La vittoriosa resistenza del Vietnam contro gli Usa, i movimenti di liberazione anticoloniali in Africa, movimenti giovanili e di lotta in molti paesi europei, si sviluppavano parallelamente alla più profonda crisi del sistema capitalista, quella del 1973, che appare tutt’oggi irrisolta. Per il potere e il capitalismo sono stati gli anni della “grande paura”, talmente profonda da riaffermare, anche cinquanta anni dopo, una vocazione vendicativa verso la storia, i soggetti e i contenuti di quei movimenti.
Di questo vogliamo parlare diffusamente nei prossimi mesi con una campagna di incontri, pubblicazioni, colloqui, forum dedicati alla dichiarazione di guerra e alla Strage di Stato del 12 dicembre 1969
Per impedire la rimozione e la manipolazione della storia recente del nostro paese e ristabilire una verità storica e politica sui fatti, spesso nascosta sotto una “verità giudiziaria” sagomata sulla “ragion di Stato”.

Nessun commento:

Posta un commento