giovedì 30 maggio 2019

Libro. Una politica oltre la nazione.



Per reagire alla globalizzazione non bisogna guardare al passato ma immaginare nuove politiche. Un’intervista a Donatella Di Cesare su migranti, stati-nazione, diritto all’abitare e su costruire comunità senza pretese di immunità.

L’intervista è a cura di Valerio Renzi

jacobinitalia.it
Donatella Di Cesare insegna filosofia teoretica alla Sapienza di Roma ed è uno dei pochi intellettuali italiani a prendere parola di fronte al degrado della politica e del dibattito pubblico. Lo fa con nettezza, senza sconti al pensiero egemone. 
Un suo testo sul sovranismo come forma di ideologia proprietaria all’ennesima potenza comparirà sul numero tre di Jacobin Italia che è appena andato in stampa (del numero parleremo a breve). 
La nostra discussione comincia ricordando di quando, al convegno per i vent’anni di vita della Fondazione Italiani Europei, le sue parole sembrano aver dato fastidio all’ex ministro dell’interno Marco Minniti che ha lasciato la sala rinunciando all’intervento. 
«In quell’occasione – esordisce – ho semplicemente svelato l’ipocrisia di chi da un lato denuncia il razzismo all’interno del paese, e dall’altro persegue una politica sull’immigrazione come quella del governo Gentiloni per la quale si firmano accordi per i rimpatri e per fermare i flussi con paesi come la Libia. 
È un comportamento davvero assurdo. Credo che questa sia una ferita per la sinistra davvero difficile da rimarginare».

Non hanno ancora fatto i conti con quelle scelte?
Sappiamo bene che nel Pd non si mette ancora in discussione quel trattato e quella stagione politica. E si continua a usare un certo linguaggio: c’è chi sottolinea i mancati rimpatri per attaccare Salvini, chi parla di immigrati «irregolari», o addirittura di «clandestini». Si dovrebbe invece mettere in discussione queste formule. L’idea dei confini chiusi, di una comunità che si difende, si immunizza nei confronti dell’immigrazione, si è imposta a partire dall’estate del 2015, nei mesi della grande crisi migratoria. Mentre paesi come la Germania aprivano i propri confini ai profughi siriani, in Italia si praticava una politica ostile ai migranti, ostile non solo ai confini esterni ma anche all’interno. Come dimenticare quelle terribili scene violente quando la polizia ha sgomberato lo stabile di Piazza Indipendenza a Roma dove avevano trovato rifugio centinaia di cittadini provenienti soprattutto dall’Eritrea? Un paradosso per la coscienza storica di questo paese – se è rimasta ancora una coscienza.

In Stranieri residenti. Una filosofia della migrazione, (Bollati Boringhieri, 2017) sostiene che la filosofia «in nessun modo riesce a giustificare [l’argomentazione sovranista, ndr], perché mai dovrebbero prevalere i diritti di chi appartiene a una comunità statuale rispetto a quei diritti universali riconosciuti dalla politica dei giacobini». Seppur fallaci filosoficamente gli argomenti sovranisti riescono ad aver presa sulla società. Colpa della falsa alternativa offerta dal pensiero liberale, che si interroga non su una cittadinanza universale ma su come dividere e differenziare i meritevoli da i non meritevoli di essere accolti? Così non si gioca sul terreno dell’avversario?
Certamente. Questo è proprio il punto del mio libro. È ovvio che se guardiamo ai fenomeni migratori esclusivamente in un’ottica statocentrica, cioè a partire solo da quel che avviene all’interno dei confini di una nazione, ad esempio l’Italia, finiamo per essere fuorviati. Perché è inevitabile difendere i privilegi che abbiamo come cittadini. Da una parte lo Stato ci protegge, dall’altra ci chiede di sostenerlo contro chi lo metterebbe in pericolo. Qui sta lo scontro epocale tra i cittadini dello Stato-nazione e i migranti, uno scontro che si sta trasformando in una vera e propria guerra. Se si accetta la logica della selezione dei flussi, la migrazione diventa solo un problema di governance: quanti rimpatri riusciamo a fare, quanti migranti riusciamo a respingere, quanti ne sbarcano. Su questo terreno è evidente che la sinistra rincorre la destra. Succede in Italia, ma anche in Germania, dove questi argomenti sono sposati dalla socialdemocrazia e persino da una parte della Linke. Se si segue questa logica il miglior risultato possibile non può che essere quello dei porti chiusi. Il problema sono i flussi migratori o lo Stato nazione che è una forma politica assolutamente obsoleta? Dobbiamo ribaltare la prospettiva. Il sovranismo nasce esattamente qui: dalla volontà di tenere in vita lo Stato-nazione, mentre si dovrebbe guardare, nel contesto della globalizzazione, a forme politiche post-nazionali.

La necessità di una «filosofia della migrazione» nasce proprio da qui: dal fatto che le migrazioni non solo sono un fenomeno storico presente dall’inizio della storia umana, ma che sono anche un diritto. Serve però che il discorso filosofico venga incarnato da una politica concreta, da una prassi, altrimenti rischiamo di affrontare le sfide presenti sempre da una posizione di minorità. Abbiamo bisogno di un nuovo internazionalismo?
Vorrei precisare che io non difendo semplicemente la «libertà di movimento». Il diritto alla circolazione è una posizione astratta, speculare al liberalismo. Chi emigra è spinto a muoversi da cause gravi, individuali e collettive, spesso intrecciate tra loro: guerre, cambiamenti climatici, carestia, persecuzioni ecc. Migrare è un atto esistenziale e politico, che è determinato da alcuni fattori, ma è pur sempre una scelta. Lo ius migrandi è una delle grandi battaglie del nostro secolo: il punto non è semplicemente la possibilità di attraversare le frontiere, ma il diritto a una nuova chance di vita, a una nuova possibilità. Occorre garantire il diritto non solo a circolare, ma a essere accolti, a risiedere dove si desidera. Io sono contrarissima a vedere la questione delle migrazioni come una questione di etica – come ha fatto tanta filosofia – ma anche attraverso il bel gesto della carità cristiana. Il punto è politico: bisogna mettere in discussione lo Stato. Perciò è necessario rovesciare i termini: il problema è lo Stato-nazione, non le migrazioni. Si tratta di radicalizzare quello che Hannah Harendt già aveva intuito, ed è questa la novità del lavoro che sto discutendo in Italia e all’estero. Non riusciamo però a fare passi avanti nel costruire un’innovazione della prassi politica perché c’è una sinistra che pensa che il welfare si possa garantire solo nei confini dello Stato nazione. Quindi sì, serve un nuovo internazionalismo ma questo si darà solo in presenza di una nuova sinistra che faccia suoi questi assunti.

Alcuni a sinistra invece, nella crisi della globalizzazione, riscoprono lo Stato forte. In quest’ottica solo la sovranità statuale e nazionale riuscirebbe a garantire politiche redistributive e soprattutto a rendere effettivo il processo democratico. Quali sono i problemi sollevati da questa posizione?
Si può raccontare la storiella che lo Stato-nazione è un palliativo: dato che il capitalismo è globale, e il capitale non conosce più frontiere, il movimento opposto e contrario dovrebbe essere quello di rinsaldare stato e frontiere. C’è una sinistra – forse la maggioranza a livello mondiale in questo momento – che pensa che per arginare il capitale globale, per far fronte ai problemi complessi della globalizzazione, occorra ripartire da una forma politica che conosciamo e che ha dimostrato di funzionare. Un ragionamento che apparentemente ha dei punti di forza, a cominciare dal fatto che i ceti popolari e anche la classe media potrebbe comprendere questa impostazione sul breve termine nella speranza di vedersi protetti. Ma ci sono due enormi problemi. Anzitutto i migranti vengono sacrificati sull’altare della riconquista della sovranità statale. Questo è un atteggiamento reazionario, cioè proprio regressivo, perché si limita a reagire alla realtà della globalizzazione, senza guardare alla possibilità di nuove forme politiche. In secondo luogo si tratterebbe di rafforzare l’indebolito Stato-nazione. Il che si traduce in un surplus di sovranismo. Fili spinati, muri, torrette con uomini armati, vigilantes sono una drammatica teatralizzazione della sua forza per mascherarne le debolezze.

Insiste molto sulla categoria di abitare, opponendola alla cittadinanza fondata sul sangue e suolo. Come si fa ad abitare nel mondo senza che questo voglia dire possedere?
Siamo stati abituati a quelle metafore che vengono da miti potentissimi. Soprattutto il mito dell’autoctonia. In greco essere autoctoni vuol dire proprio fare tutt’uno con il suolo. La terra diventa madre e il suolo patrio. Diventare proprietari di un luogo però vuol dire soprattutto diventare sovrani, conquistando il diritto di dire a chi arriva dopo «tu non puoi abitare qui». Da almeno un secolo, con l’aumento vertiginoso della mobilità umana, viviamo ormai tutti in un esilio planetario. La mobilità è accentuata dalla comunicazione: discutiamo, abbiamo scambi, conosciamo e frequentiamo persone che non sono solo i nostri vicini e i nostri concittadini più prossimi. Questa nuova condizione esistenziale è diventata assolutamente egemone. Per questo dobbiamo interrogarci sul significato attuale del coabitare con l’altro. Tanto più che, lo voglio ricordare – ed è un grande tema del comunismo classico troppo spesso trascurato – essere cittadini non vuol dire essere proprietari del luogo in cui si risiede.

Però sembra che sorgano delle isole in cui l’identità non è solo esclusione. Città, quartieri, paesi, case dove l’identità della comunità si basa al contrario sulla disponibilità ad accogliere. Che cosa ne pensa?
A me non piace la parola identità, la trovo sempre pericolosa e inquietante, soprattutto in Italia. L’identità è solo un mito. Fondamentale invece è la comunità. Se lo stato perde terreno, l’alternativa è proprio la comunità. Ma non quella fondata sull’identità e l’immunizzazione, ma una comunità fondata sull’ospitalità. Dobbiamo anche superare il diritto d’asilo per guardare a un’ospitalità che diventi un dato costitutivo delle nostre società. Non è un caso che, in questa battaglia, all’avanguardia siano le città, le grandi metropoli. Come sapeva bene Walter Benjamin, le città sono costituite per lo più da stranieri residenti, estranei che ricevono il diritto di residenza, e non solo quello di visita, costituendo così un nuovo paesaggio umano e politico.

Saskia Sassen ci ha insegnato a guardare alle città globali come abitate anche da un’élite la cui caratteristica è proprio la mobilità. E proprio i bisogni di questa élite ridisegnano le metropoli globali in senso esclusivo. La mobilità è oggi un privilegio che disegna nuove geografie. Lo ius migrandi di cui parlava ci pone soprattutto il tema delle diseguaglianze e della redistribuzione, ma fa emergere anche lo sciovinismo del benessere che fa diventare senso comune lo slogan una volta appannaggio esclusivo dell’estrema destra «aiutiamoli a casa loro»…
Per questo serve una nuova Internazionale! Sarebbe comodo decidere di agire solo all’interno del territorio nazionale. Ma è possibile farlo nel mondo globale? Non si può far finta di non vedere le disuguaglianze globali. Così come non si può far finta di non vedere che le bombe costruite in Italia vengono sganciate in Yemen. Le periferie planetarie dove è concentrata la povertà sono i luoghi da cui partono i migranti, per lo più giovani depositari degli investimenti e delle speranze delle famiglie. Possiamo far finta che non ci siano, ma ci sono. Va bene un mondo così? Dove c’è un’élite globale non trova mai un ostacolo e invece milioni di persone sono condannate all’immobilità, ma anche all’invisibilità? Un mondo fatto di Stati-nazione e di sterminati campi profughi? La sinistra deve fare un passo al di là dello Stato.

Nel volume parla della nostra come di un’epoca «post nazista» ma al contempo di un «nuovo hitlerismo». Cosa lo contraddistingue?
È una domanda difficile. In questi anni mi sono spesso occupata dell’ideologia dell’ultradestra. Si tratta di fenomeni nuovi solo in parte, perché a ben guardare vengono ripresi e rilanciati temi radicati nel nazionalsocialismo. Dobbiamo stare molto attenti: se suona ridicolo dire «sta tornando il fascismo di ieri», non possiamo neanche escludere l’arrivo di un fascismo contemporaneo. Io vedo una continuità tra le idee di ieri e quelle di oggi, prima di tutto nella pretesa di decidere con chi si vuole abitare. In altri termini: stiamo vivendo una pulizia etnica ai nostri confini. Non solo con le politiche dei porti chiusi, ma anche ai confini terrestri. È una pulizia sistematica richiesta, fuori e dentro, dallo Stato-nazione, che altrimenti non potrebbe esistere.

*Donatella Di Cesare insegna filosofia teoretica alla Sapienza di Roma. Ha studiato il tema della violenza nelle sue diverse forme e ha affrontato la questione della Shoah indicando nella disumanizzazione dell’universo concentrazionario un nuovo indispensabile punto di avvio per la filosofia. Collabora con il Corriere della Sera. Tra i suoi ultimi libri ricordiamo Heidegger e gli ebrei. I «Quaderni neri» (2014 e 2016) e Tortura (2016), entrambi usciti da Bollati Boringhieri. Per Einaudi ha pubblicato Terrore e modernità (2017) e Marrani (2018).

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