giovedì 30 maggio 2019

Lavoro e conflitto, così si cambia l’Europa.

È una discussione ignorata dai media e dalle forze progressiste, eppure se si concepisce il lavoro non come uno strumento di mera sussistenza ma come il principale vettore di cittadinanza, dunque di democrazia e di politicizzazione, non si può che affermare il valore della democrazia economica. Ecco nove proposte per democratizzare l'economia e l’Unione Europea.





micromega Rosa Fioravante

Da tempo nel dibattito pubblico in Italia, specialmente in occasione di elezioni europee come quelle di Maggio 2019, non si distingue più fra i concetti di euro, Unione Europea ed Europa. Di più: non si tiene in gran conto la differenza fra la dimensione della democrazia formale, elettorale, che riguarda il vivere in un regime dove si svolgono libere consultazioni, e la sua dimensione sostanziale, quella che riguarda il come si “usi” la democrazia e a vantaggio di chi. Allo stesso modo, è sempre più difficile scindere la discussione sulla dimensione formale-istituzionale dell’assetto dell’Unione Europea, che riguarda che poteri hanno e debbano avere la Commissione e il Parlamento, come sia fatta e come sarebbe riformabile l’eurozona e altri dibattiti simili, dalle prese di posizione inerenti la dimensione dell’Europa politica: quest’ultima non ha a che vedere con le argomentazioni favorevoli o contrarie ad un ipotetico futuro federalismo, ma ha tutto a che vedere con i rapporti di forza interni ai singoli paesi e fra di essi.

La discussione sull’Europa politica ha infatti a che fare con il tema del lavoro e di come è organizzato il potere, ed è una discussione ignorata dai media e dalle forze politiche progressiste per ciò che riguarda il tema di come si possano politicizzare i conflitti sociali. Cioè, per dirla in breve, intorno a quanto potere abbiano oggi i lavoratori, di come possano usarlo e di come potrebbero averne di più. Tanto spesso si sentono appelli a “democratizzare l’Europa” e tanto poco sovente si sentono programmi e piani di mobilitazione per “democratizzare l’economia”, un’occasione continuamente mancata per coloro che vorrebbero contrapporre un’idea forte e un’organizzazione capillare alla tesi della cosiddetta “democrazia illiberale” che contraddistingue le destre estreme europee, da Orban a Salvini e non solo.

Infatti, se si concepisce il lavoro non come uno strumento di mera sussistenza ma come il principale vettore di cittadinanza, dunque di democrazia e di politicizzazione, non si può più evitare di discutere di democrazia economica. Il nome altisonante nasconde un’idea molto semplice: quella per la quale i lavoratori devono e possono scegliere cosa, come e per chi produrre. È un tema centrale rispetto al dibattito europeo poiché, ad esempio, se consideriamo che la quasi totalità delle delocalizzazioni dall’Italia (e non solo) avviene all’interno dei confini dell’UE, capiamo quanto sarebbe rilevante che i lavoratori avessero voce in capitolo su queste scelte aziendali e di politica industriale. Di più, è un tema che permette di eliminare alla radice il problema della contrapposizione fra “sovranisti” e “cosmopoliti”: se anche infatti lo Stato nazionale avesse ancora un controllo dell’economia paragonabile a quello dei “trenta gloriosi” del compromesso keynesiano, questo non risolverebbe ancora il problema democratico più pressante per il nostro tempo, poiché a fronte di un maggiore agio del pubblico nel redistribuire redditi e ricchezze (non che questo sia poco o un punto trascurabile) non vi corrisponderebbe automaticamente un maggiore protagonismo politico delle classi lavoratrici.

Allo stesso modo, specularmente, la democratizzazione dell’Unione Europea non può che passare da una riforma radicale dei meccanismi di decisione intorno agli assetti produttivi, alle loro modalità, alle ipotesi di investimento. Rafforzare le possibilità democratiche in capo ai lavoratori non avrebbe solo il grande merito di ridare potere contrattuale a questa parte, all’interno di un sistema che è stato definito “capitalism without a working class opposition” (capitalismo senza opposizione della classe lavoratrice, A. Reed), ma di usare il valore del lavoro come vettore di popolarizzazione dell’importanza di vivere in un sistema di pluralismo, stato di diritto, tutela dei diritti civili ecc. Lo stesso appello alla “democratizzazione” del livello sovranazionale è del tutto velleitario se non si accompagna ad un piano di contrasto alla depoliticizzazione e alla progressiva perdita di fiducia dei cittadini nei confronti del sistema democratico tout court.

Insomma, non si può democratizzare né lo Stato nazionale né l’Europa se non si argina quello che è stato definito “Democratic Disconnect”: nel loro commento a recenti rilevazioni dei World Value Survey, gli analisti hanno estesamente sottolineato come la sfiducia nel sistema democratico in Occidente sia in aumento soprattutto fra i giovani, come la porzione delle persone che preferirebbero vivere in un regime militare stia aumentando anche in democrazie considerate solide e mature come la Germania e la Svezia, come un crescente numero di cittadini considerino la democrazia un sistema inservibile per risolvere i propri problemi quotidiani e al quale rivolgere le proprie istanze a prescindere dal colore dell’esecutivo in carica.

Da un punto di vista più teorico, questi trend evidenzierebbero l’opportunità di aprire “[…] conceptual space for the possibility of “democratic deconsolidation.” In theory, it is possible that, even in the seemingly consolidated democracies of North America and Western Europe, democracy may one day cease to be the “only game in town”: Citizens who once accepted democracy as the only legitimate form of government could become more open to authoritarian alternatives. Stable party systems in which all major forces were once united in support of democracy could enter into phases of extreme instability or witness the meteoric rise of antisystem parties.” (Foa, Mounk 2016). Lungi dall’occuparci in prima istanza dell’euroscetticismo, potrebbe essere opportuno indagare le cause e le possibili soluzioni del più profondo scetticismo democratico, che potrebbe lentamente divenire la regola e non l’eccezione.

Come scriveva Erik Olin Wright, sociologo statunitense recentemente scomparso, nel suo ultimo volume “How to be Anticapitalists in the XXI Century” (ed. ita. Punto Rosso “Per un nuovo socialismo e una reale democrazia”), le elezioni sono un modo per subordinare il potere statale a quello sociale, ma, in regime capitalistico, il potere di decidere come si produce, come si investe e come si distribuiscono le risorse rimane in capo al potere economico. Nei regimi statalisti queste decisioni sono prese dal potere statale, mentre nel sistema socialista, che egli propone, queste decisioni sono prese dalla società. L’idea della democrazia economica è ovviamente un’idea-limite, verso cui si può tendere per prove e approssimazioni, ma che in molte sue parti può essere attuata concretamente subito, ricorrendo a modeste riforme o a forme di organizzazione sociale alternative che contribuiscano ad aumentare il potere dei lavoratori. Ne ricordiamo alcune:

  • Un reddito di base incondizionato: molto distante dall’idea del reddito di cittadinanza, è una forma di redistribuzione che permette di percepire un reddito per il solo fatto di risiedere in un dato territorio. È finanziato dalle tasse e permetterebbe di porre fine anche all’annosa discussione sul salario minimo o su altre forme di sostegno al reddito.
  • Economia cooperativa di mercato: forme economiche adatte in particolare al comparto alimentare ma anche al tema del co-housing (la crisi della dimensione abitativa sta scoppiando come una vera e propria emergenza in tutte le nostre città). Questa forma permette di scorporare la proprietà dalle mani del privato per porla in quelle dei soci. Questo settore secondo una ricerca ONU del 2014 coinvolge già un terzo dei lavoratori fra USA ed Europa, e dunque andrebbe ripensato e migliorato.
  • Economia sociale e solidale: se adeguatamente sostenuto il mondo del no-profit e del mutualismo è un mondo che permette di creare lavoro stabile, dignitoso e continuativo. Di più, veicola un’idea di economia pienamente al servizio della comunità e inserita in valori collettivi.
  • Democratizzare l’impresa capitalistica: erodere l’insieme dei diritti che accompagnano la proprietà dei mezzi di produzione. L’esempio classico è quello della co-determinazione tedesca che andrebbe approfondita e migliorata e che ha particolare rilevanza sui temi della sicurezza sul lavoro e della salute. Questo tema è tanto più rilevante se inserito in una logica per la quale si pone fine alla trasformazione degli enti pubblici in aziende private (in Italia i danni di questo sistema sono sotto gli occhi di tutti con la distruzione del Sistema Sanitario Nazionale) e si inverte la rotta, rendendo le aziende private sempre più simili a enti pubblici inserendo significativi margini di democrazia rappresentativa interni.
  • Banca come servizio pubblico: oggi il sistema finanziario e bancario tende alla massimizzazione del profitto, in un’economia socialista sarebbe subordinato ad obiettivi di utilità sociale. Finanziando anche tutte le forme di economia alternative già elencate.
  • Equilibrio fra economia non di mercato e di mercato, la quale non viene eliminata.
  • Fornitura statale di beni e servizi, diretta o indiretta in un contesto di partenariato statale-sociale. Difesa del welfare e ripubblicizzazione di settori cruciali (es. il settore autostradale).
  • Espansione e sostegno dell’economia collaborativa Peer to Peer (sull’esempio di Wikipedia e Linux).
  • Sapere come bene pubblico: seppur l’istruzione, lo sviluppo e la ricerca dovrebbero essere difesi e finanziati a norma del dettato costituzionale, l’ultimo punto non si esplicita solo per ribadire una banalità ma per sottolineare come l’innovazione essendo un fatto tutto sociale non può che essere anche un fatto pubblico.

  • Concettualmente, il tema della democrazia economica che sottende tutti questi provvedimenti, comporta la scelta di concepire come preminente il tema delle relazioni sociali e della comunità e non come un risultato degli assetti economici. Come scrive Giulio Sapelli con ispirazione chiaramente polanyiana, “tutto il contrario sia delle ipotesi marxiste più dozzinali, sia di quelle neoclassiche ideologicamente liberiste” (“Oltre il capitalismo”, Guerini e Associati, 2018).

    Politicamente, porre questa tensione al centro della costruzione di una forza progressista e persino al centro dell’agenda sindacale (come in realtà sta in parte già facendo Maurizio Landini), significa proporre un modello che, accanto ad altri provvedimenti quali ad esempio la riduzione dell’orario di lavoro, è l’unico contemporaneamente in grado di offrire una risposta alla crisi della socialdemocrazia – portando i suoi valori fondativi alle estreme conseguenze – e di salvare l’impianto liberale delle nostre democrazie. Lo farebbe permettendo ai lavoratori di riacquisire il senso materiale del valore di ciò che fanno, ma soprattutto il senso dell’impatto della loro opera e delle loro decisioni per la comunità più ampia e dunque anche per il sistema democratico. Per quanto riguarda il dibattito sui destini dell’Europa, significherebbe proporre una visione immediatamente comprensibile ai cittadini dei singoli paesi ma che, se ampliato a livello europeo, diviene un facile vettore di una battaglia comune e dunque internazionale.

    Infatti, se si tiene come punto fermo il potere del lavoro, si riesce immediatamente a rimettere in prospettiva tutte le false divisioni politiche che affollano il dibattito pubblico e che fingono di scontrarsi a livello europeo. Si capisce immediatamente che l’unica divisione politica rilevante è quella fra coloro che sostengono il sistema economico vigente e coloro che lo vogliono cambiare, cioè non esiste alcun duello fra democratici e populisti, né è interessante quello fra sostenitori della dimensione nazionale e della dimensione sovranazionale. D’altro canto, come suggerisce Gianpaolo Baiocchi nel suo “We The sovereign” (Polity, 2018), per riaffermare il tema della sovranità popolare, bisogna guardare oltre contemporaneamente allo Stato-nazionale e alla proprietà privata.

    Si noti qui che John Mc Donnell, Ministro dell’Economia Ombra del Labour Party UK, sta a lungo ragionando delle frontiere dei “modelli alternativi di proprietà” e di sistema cooperativo. Rispetto a quanto suggerito in apertura, non è un caso che la più avanzata teorizzazione politica di questa prospettiva venga sviluppata in seno al partito socialista che più soffre, a causa della dinamica innescata dalla Brexit, proprio di esser costretto ad un dibattito pubblico imperniato sul tema nazionale/sovranazionale e dilaniato fra le posizioni dei leavers e dei remainers, faticando (seppur con qualche successo) nell’imporre all’agenda pubblica un asse di conflitto differente. In questo senso, un piano di democratizzazione dell’economia può diventare un prezioso terreno di ripoliticizzazione nel chiarificare come e perché il potere può essere distribuito e utilizzato, ovvero aprendo una contraddizione palese fra coloro che vogliono diffonderlo fra i cittadini/lavoratori e coloro che difendono un potere concentrato che al massimo può essere oggetto di contesa su chi è titolato a controllarlo. Non è un caso che Lelio Basso, autore del secondo comma dell’Articolo 3 della nostra Costituzione, ammonisse: “non bisogna che il popolo sia governato meglio, ma che il popolo abbia gli strumenti per governarsi da sé”. La democrazia economica è uno strumento che non ha appartenenze nazionali ma che crea appartenenze politiche: proviamo a ragionare di usarlo. *

    * un estratto di questo intervento è stato tenuto al seminario “Europa a un bivio, fine o rinascita?” che si è svolto a Roma il 10 e 11 maggio 2019.

    (22 maggio 2019)

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