domenica 27 aprile 2014

Saviano. Lettera aperta a un poliziotto bugiardo.

Lettera aperta  a un poliziotto bugiardo

Hai calpestato una ragazza caduta a terra. E hai dichiarato di essere “inciampato”. Perché hai mentito? Non sarebbe stato meglio ammettere l’errore e chiedere scusa? Devi capire che le istituzioni sono credibili solo se dicono la verità.


R.Saviano L'Espresso











Dalle immagini diffuse sulla manifestazione di sabato 12 aprile a Roma, molti hanno pensato che tu fossi un dirigente di Polizia. Non indossavi l’uniforme, ma un giubbino di pelle marrone scuro e pantaloni chiari. Eri in borghese. Se non fosse stato per il casco azzurro e il manganello, sarebbe stato impossibile riconoscerti come poliziotto. Avevi quindi in strada - è molto probabile sia così - un ruolo di responsabilità. Sei salito sulla pancia di una ragazza. Una ragazza che era terra. Ci sei salito sopra quasi a volerne testare la consistenza. I colleghi che erano in strada con te (e quelli a casa) ti hanno riconosciuto, prima o poi sarebbe uscito il tuo nome, ma ti sei autodenunciato. Gesto corretto, eppure secondo quanto riportano le agenzie, avresti detto di essere inciampato. Inciampato? Perché mentire in questo modo?

È evidente quello che hai fatto. Hai abbassato la visiera, eri fermo, poi hai proceduto salendo sul suo corpo. Non eri di corsa, non c’era concitazione. È stato un gesto gratuito. Provo a immaginare i pensieri che lo hanno accompagnato. Provo a immaginare cosa hai pensato d’istinto. Cosa sarà mai? Dopo aver ricevuto bombe carta, bottiglie incendiarie, sampietrini spesso grandi quanto il cranio di un uomo, dopo aver visto costruire barricate con oggetti divelti in strada… cosa sarà mai una pedata? Questo ti sarai detto. O forse no, ma è quello che ripete chi ha cercato di difendere il tuo intento. È quello che ripete, incredibilmente, il segretario generale del sindacato di polizia, il Siulp. Non funziona così. La violenza non è una questione sindacale. In piazza possono esserci persone violente - lo sappiamo benissimo - qualcuno per motivi politici, moltissimi ultras, la tensione è un frullatore. Sfasciare tutto sembra l’unica risposta quando ci si sente marginali e impotenti, quando non si hanno o non si riescono a trovare risorse e a scorgere prospettive.

Il problema è che tu appartieni alle forze dell’ordine e probabilmente sei un dirigente. Dovresti aver studiato cosa significa la violenza, come si manifesta e dovresti saper riconoscere un pericolo reale da uno inesistente.

Non solo, dovresti sapere che le frange estremiste è proprio attraverso gesti come il tuo che ottengono il consenso dei manifestanti non-violenti, è proprio in conseguenza di gesti come il tuo che i manifestanti pacifici cominciano a considerare barricate e sassaiole come espedienti fondamentali per proteggersi.

Per questo ti chiedo: come hai potuto? Hai provato disagio o vergogna per quello che hai fatto? Ti sei sentito ridicolo e senza onore? Una donna a terra… che ingiustificabile vendetta la tua. Speravi di non essere notato? Credevi che telecamere e cellulari non ti stessero inquadrando? Che l’attenzione fosse su altro?
Questa mia lettera probabilmente rimarrà senza risposta o forse mi risponderanno altri e non tu. Da una parte mi diranno che con queste parole delegittimo le forze dell’ordine, dall’altra che vivo con gli sbirri e ormai sono uno sbirro. Non ti nascondo che sarei davvero interessato ad ascoltare la tua di versione. La versione di un uomo che forse si è pentito. In un paese che odia, la violenza genera solo altra violenza. Vendetta e repressione distruggono la forza. Vendetta genera vendetta. Non se ne esce e una democrazia è tale solo se non è tortura, se conosce la violenza per evitarla. So che ci sono situazioni in cui è difficilissimo mantenere la calma, ed è proprio in quei frangenti che la calma deve essere l’unica strada possibile.

Vivo da otto anni tra carabinieri. Molti degli uomini che mi scortano hanno fatto nella loro vita servizio di ordine pubblico. Anni fa uno di loro mi aveva raccontato dei “gavettoni di piscio” che gli avevano gettato addosso. Altri mi hanno raccontato di alluci rotti quando un sampietrino cade rimbalzando sullo scudo. Sputi, petardi, bombe carta che ti stordiscono, aggressioni continue durante le partite di calcio. E poi le manifestazioni, dove si sentivano spesso scudo, e quindi bersaglio di poteri e istituzioni che dovevano difendere ma di cui non condividevano nulla. Il tuo ruolo era disinnescare l’odio, smontare il parafascismo che talvolta serpeggia nei reparti mobili, non alimentarlo.

Mi sono allenato a lungo nelle palestre dove probabilmente i tuoi colleghi o tu stesso ti sarai allenato. Ho condiviso ore con loro, ho imparato il loro modo di agire e di pensare. Ci siamo scontrati per le nostre idee e a volte persino riconosciuti. Anche in quei luoghi il tuo gesto è visto con profondo disprezzo, credo tu lo sappia. Magari pubblicamente cercheranno di difenderlo, ma calpestare una ragazza a terra non può essere onorevole nel tuo codice di valori. Del resto non credo esista un codice di valori in cui questo gesto sia ritenuto onorevole. Ecco perché ti chiedo, piuttosto che mentire dicendo che sei inciampato, magari per sperare in un’assoluzione al processo che ti aspetta, spiegati.

Credo che sia utile per tutti sapere che cosa si agita nella testa di un dirigente di polizia che in strada compie un gesto tanto assurdo. Che le tue parole, che le tue spiegazioni, che le tue scuse prendano il posto delle solite frasi che in queste circostanze saturano l’aria. Non siamo abituati a sbirri che si pentono, a poliziotti che chiedono scusa, che comprendono che il loro dovere, la loro missione è un’altra. È lungo l’elenco delle persone che mi scrivono quando ragiono e non semplicemente tifo: “difendi gli infami”, mi dicono, “difendi chi picchiava gli operai durante il biennio rosso, polizia e carabinieri erano col fascismo, torturano innocenti e baciano i piedi ai potenti”. E poi c’è l’altra parte che invece ricorda il sacrificio delle scorte dei giudici, i poliziotti uccisi dai terroristi rossi, chi per mille euro rischia la vita.

Le due fazioni contrapposte: da una parte Acab (All cops are bastards), e dall’altra chi sta sempre e comunque con i poliziotti anche quando sbagliano. In realtà è tutto più complesso di così perché le istituzioni sono organismi vivi e non possono essere valutati come monoliti. Vivono, mutano, cambiano con le persone che ne fanno parte. Anni fa, il capo della Polizia Antonio Manganelli aveva iniziato un percorso raro: chiedeva scusa dinanzi a crimini commessi da poliziotti o in caso di errori. Che la polizia chieda scusa non deve risultare scontato o banale: la fragilità delle istituzioni quando sbagliano può diventare la loro forza e solidità quando rimediano. Chi è nel mondo sbaglia. È naturale. Il Capo della polizia, Alessandro Pansa, dandoti del cretino ha creato separazione tra un comportamento e il corpo. Importante. Ora però mi rivolgo a te. Ti chiedo, perché non chiedere scusa, perché mentire parlando di inciampo?

Sai di far parte di un corpo che tredici anni fa si è reso protagonista della vicenda più oscena e vergognosa della recente storia democratica italiana: i crimini di Bolzaneto e della Diaz sono stati il frutto di una furia cieca che a quanto pare sembra non aver insegnato nulla. A te e agli altri appartenenti alle forze dell’ordine spetta ogni giorno dimostrare che Genova è realmente il passato e non una infamia destinata a ripetersi in eterno.

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