sabato 1 aprile 2023

Il grafene esiste? Una voce autorevole

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Volentieri pubblichiamo integralmente un articolo a firma del dottor Stefano Scoglio su uno degli argomenti più controversi e dibattuti di questi ultimi anni : il grafene.

Molto abbiamo letto al riguardo, sono stati fatti studi, analisi e probabilmente non sono mancate le speculazioni su un argomento così delicato e sul quale insistono tutt’oggi grandi incertezze.

Abbiamo parlato spesso del grafene, qui alcuni dei nostri articoli:

Oggi vogliamo dare voce al dottor Scoglio, un ricercatore con all’attivo numerose pubblicazioni nonché candidato al Nobel per le sue ricerche, che getta numerose ombre addirittura sulla reale esistenza dell’elemento noto come “grafene”. Il dottor Scoglio ha pubblicato di recente uno studio sul sito di Poliphylia Publishing.

IL GRAFENE NON ESISTE“, dichiara lapidario.

Scopriamo perché.


IL GRAFENE NON ESISTE

Dr. Stefano Scoglio, Ph.D.

Introduzione

Di recente si è molto parlato della questione del grafene nei vaccini, e la discussione ha assunto toni molto polemici, quasi violenti, nei confronti di coloro che, come il sottoscritto, hanno negato che ci sia alcuna prova sulla presenza del grafene nei vaccini, o che addirittura, che indicibile mostruosità, negano l’esistenza stessa del grafene.

Si tratta di due questioni collegate ma distinte: il grafene potrebbe anche esistere, ma ciò non toglie, come vedremo, che le presunte prove sulla sua presenza nei sieri Covid sono tutte chiaramente infondate. Ma la questione è più profonda, e investe l’esistenza stessa del grafene e, in definitiva, delle cosiddette nanotecnologie, non a caso pilastro di quella auspicata Quarta Rivoluzione industriale che Klaus Schwab ha posto al centro del Great Reset, e dunque al centro del progetto totalitario e tirannico manifestatosi in maniera evidente negli ultimi anni.1

La rilevanza della questione grafene e nanotecnologie in generale è evidente: se davvero i banchieri occulti riusciranno a generare la “polvere intelligente” e a iniettarla alla gran parte della popolazione del pianeta, allora il controllo, sia in termini informativi che, addirittura, comportamentali, sarebbe totale. Non a caso si è parlato della “smart dust” come cavallo di Troia per l’avvento del Transumanesimo.2

Poniamo subito qui una domanda che diventerà cruciale: ma non è che attribuiamo ai poteri occulti, quel gruppo di banchieri che va sotto il nome di “cricca di Davos”, “Rothschild & Co.”, etc., poteri quasi sovrannaturali che sono in realtà impossibili, alimentando così una mitologia del potere che finisce per farci sentire impotenti e alla mercé di forze che, letteralmente, agiscono nel regno dell’invisibile?

Il grafene, proprio come la smart dust, trae gran parte del suo potere e del suo fascino proprio dalla sua invisibilità, come d’altra parte accade con tutta la mitologia virologica. Promuovere presunte forze invisibili ha molti vantaggi, non ultimo quello dell’impossibilità della verifica diretta. In effetti, la scienza moderna, anche grazie alla fuoriuscita sempre più spinta oltre i confini del visibile, ha ormai superato quel principio di falsificablità che Popper aveva posto come perno del metodo scientifico.3

E la questione del grafene nei vaccini ha lo stesso significato della smart dust. Rigettare la mitologica esistenza del grafene significa far crollare la mitologia delle nanotecnologie e della ‘polvere intelligente’, ed è posizione molto più radicale di quella intrapresa da coloro che vogliono indurre la resistenza a focalizzarsi sul grafene nei vaccini come nuova forma di ‘smart dust’.

La questione del grafene nei vaccini

I più importanti sostenitori del grafene nei vaccini sono stati in Europa la Quinta Columna spagnola, basata sulla studio del prof. Campra, e il dr. Giovannini in Italia tramite le sue analisi al microscopio a campo oscuro. Liquidiamo questa seconda metodica, non perché non sia valida, tutt’altro, ma perché l’interpretazione delle strutture visibili nel sangue dei vaccinati, o nei vaccini, è chiaramente soggettiva, e senza nessuna analisi biochimica di conferma nessuno può onestamente affermare che si tratti di grafene o di qualsiasi altra sostanza.

L’unico studio che ha pretese scientifiche è quello di Campra, ma stiamo per vedere come sia facilmente falsificabile.4

Campra ha preso 7 vaccini e li ha analizzati con la metodologia spettroscopica micro-Raman:

PFIZER 1 (RD1). Batch EY3014. Sealed

PFIZER 2 (WBR). Batch FD8271. Sealed

PFIZER 3 (ROS). Batch F69428. Sealed

PFIZER 4 (ARM). Batch FE4721. Sealed

ASTRAZENECA (AZ MIT). Batch ABW0411. Sealed

MODERN (MOD). Batch 3002183. Not sealed

JANSSEN (JAN). Batch number Not available. Not sealed

Quindi, 4 vaccini Pfizer, e uno ciascuno di Astra Zeneca, Moderna e Janssen. Come spiega Campra:

“Per ciascuna fiala, quattro diverse aliquote da 10 μl ciascuna sono state estratte con una micro-siringa dal 50 μl, depositate sui vetrini del microscopio ottico, e lasciate a seccare in una camera a flusso laminare asettico a temperatura ambiente.” (p.8).

È importante ricordare come ciascuno dei 7 vaccini sia stato suddiviso in 4 parti, per un totale di 28 aliquote che sono state sottoposte ad analisi micro-Raman. Il primo passaggio è stata l’analisi visuale delle 28 aliquote attraverso un microscopio ottico, con ingrandimenti da 100x a 600x, “…alla ricerca di oggetti compatibili con strutture grafitiche o grafeniche.

Qui abbiamo già un grosso problema: tutta la ricerca sullo sviluppo del grafene si fonda sulla radicale distinzione di grafene e grafite, sul fatto che il grafene, proprio per la sua struttura a strato infinitesimale, ha proprietà, specie di tipo conduttivo, enormemente maggiori della grafite, oltre ad essere enormemente più resistente.5

Lo stesso Campra sottolinea questa distinzione:

“La differenza tra l due tipologie non è dovuta alla loro composizione chimica, essendo entrambe derivati della grafite, ma solo al diverso grado di esfoliazione dell’iniziale materiale grafitico e al numero di strati super-imposti, assumendo un limite di circa 10 strati come riferimento per considerare il materiale grafite.” (p.9)

Quindi, cercare strutture indifferentemente grafitiche o grafeniche è già un’implicita ammissione della realtà dei fatti, ovvero del fatto che ciò che viene spacciato per grafene non è altro che grafite, senza nessuna delle mirabolanti proprietà del grafene, ma solo col nome di grafene.

C’è un altro problema: la ricerca delle strutture grafeniche, che ricordiamo dovrebbero essere strutture nanometriche non superiori allo spessore di 1 nanometro (1 milionesimo di millimetro!), con un microscopio ottico, la cui definizione non può superare il livello micrometrico, è di nuovo un modo per lavorare nel possibile, ovvero nel livello visibile della grafite, spacciandola poi per grafene.

Che questa sia la realtà dei fatti lo si evince dal processo di selezione degli oggetti “grafenici o grafitici” rilevanti:

“I criteri di selezione dei oggetti erano:

1. Locazione nei   resti  della   goccia   o   nell’area   esterna   del trascinamento mediante asciugatura;
2. Due tipi di apparenza grafenica: oggetti bidimensionali traslucidi, o corpi opachi simili a carbonio scuro”

Quindi, la ricerca è stata per due tipi di oggetti opposti: o talmente sottili da essere trasparenti; o talmente opachi da assomigliare al carbone. Insomma, un po’ come volere la botte piena e la moglie ubriaca! Già, perché se il grafene è, come viene definito ufficialmente, a strato mono-atomico, o al massimo 9-atomico, ha uno spessore talmente infinitesimale da essere di fatto invisibile, come vedremo; quindi, ammesso e non concesso che sia in qualche modo visibile, può al massimo essere trasparente, e certo non “scuro”. Quindi, uno studio corretto avrebbe dovuto usare solo la categoria “oggetti traslucidi”; invece, è proprio quella categoria che, dopo averla introdotta, Campra elimina perché non responsiva alla tecnica micro-Raman:

“Un limite nell’ottenere definiti modelli spettrali con questa tecnica è stata l’intensità della fluorescenza emessa da molti oggetti selezionati. In numerosi fogli traslucidi con apparenza grafenica non è stato possibile ottenere spettri Raman liberi da rumore fluorescente, quindi la tecnica non ha consentito in molti di loro di ottenere segnali Raman specifici con picchi ben definiti. Perciò, per questi oggetti la presenza di strutture di grafene non può essere né affermata né negata.” (p.9).

Di tutto ciò che non esiste non si può né affermare né negare l’esistenza, anche perché l’inesistenza è impossibile da dimostrare. Ma il vero problema è dunque che gli unici oggetti che potevano avere qualche relazione col fantomatico grafene, quelli trasparenti , sono eliminati dalla scena, e restano dunque solo quello scuri e carbonici che già per la loro apparenza non possono che essere grafite.

La stessa tecnica micro-Raman è estremamente arbitraria. Ad esempio, questa è la definizione delle bande micro-Raman:

semplificando un argomento complicato, le bande G e 2D possono corrispondere sia alla grafite sia al grafene. Nella banda G  ciò che differenzierebbe il grafene dalla grafite sarebbe una differenza colorimetrica, una sfumatura rossa per la grafite e blu per il grafene.

Quanto alla banda 2D “…la presenza di grafene mono-atomico (SLG) è stata associata con la presenza di un picco isolato e acuto, che aumenta di ampiezza con l’aumentare del numero di strati.” (p.6).

Dato che sopra i 9 strati si tratta di grafite, e dato che la micro-Raman interpreta la presenza di grafene sulla base dell’ampiezza del picco, sarebbe necessario definire in maniera precisa a quale ampiezza il grafene diventa grafite, perché 9 strati mono-atomici sono uno spessore infinitesimale. Invece, nessun parametro viene indicato, il che significa che leggere il picco come grafene o grafite è atto del tutto arbitrario. E infatti, la cosa è talmente contraddittoria, che subito dopo Campra scrive:

“I picchi G e 2D della grafite sono più acuti e ristretti di quelli del grafene.” (p.6)

Avete capito bene? Prima ci viene detto che maggiore è l’ampiezza del picco maggiore è il numero di strati di grafene, al punto che da una certa ampiezza in poi gli strati devono essere superiori a 9 e deve dunque trattarsi di grafite; ora ci viene detto il contrario, che minore è l’ampiezza del picco, più probabile è che si tratti di grafite.

E va be’, abbiamo capito che il rigore metodologico non fa parte di questa ricerca. E così arriviamo alla dimostrazione definitiva della completa inaffidabilità di questo studio sul grafene nei vaccini.

Campra afferma:

“Un totale di 110 oggetti dall’apparenza grafenica sono stati selezionati… Di questi, ulteriori 28 oggetti sono stati selezionati per il loro più elevato grado di compatibilità spettrale con i materiali grafenici come riportati in letteratura…” (p.9).

Di questi 110 oggetti solo 28 sono stati considerati abbastanza grafenici, e guarda caso proprio quelli ‘scuri’ e ‘opachi’ che, come abbiamo visto, non possono che essere grafite. Ma procediamo:

“…I 28 oggetti considerati potenzialmente grafene sono stati distribuiti in 2 gruppi, secondo il grado di correlazione con lo spettro RAMAN del modello utilizzato di ossido di grafene ridotto (rGO, reduce Graphene Oxide, TMSIGMA ALDRICH). Il GRUPPO 1 include gli 8 oggetti il cui spettro era simile allo spettro del modello rGO, e quindi la presenza di ossido di grafene (nº 1-8) può essere affermata con certezza.”

Utilizzare una mera similitudine per affermare una certezza, mi sembra una forzatura, come apertamente confessa lo stesso Campra, che dalla certezza scende alla “elevata probabilità”:

“Perciò, possiamo affermare. con un alto grade di fiducia, che l’identificazione del materiale grafenico nei campioni analizzati del Gruppo 1 è definitiva, e le strutture di ossido di grafene posso essere attribuite alle nanoparticelle con un’elevata probabilità.”

A parte la contraddizione logica di affermare che qualcosa è definitivo, cioè sicuro, con un’elevata probabilità, il vero problema è un altro. Gli oggetti definiti “molto probabilmente” grafenici sono solo 8 su 110. Ora, abbiamo visto come i 110 oggetti siano stati trovati in 28 frazioni, 4 per ogni vaccino. Dato che solo 8 di quegli oggetti sono stati considerati grafene, vorrebbe dire che al massimo solo 2 dei 7 vaccini contengono grafene, dato che 8 / 4 fa 2, cioè solo in due vaccini si possono trovare oggetti grafenici in tutte le 4 frazioni. Ma non è così. Gli 8 oggetti molto probabilmente grafenici sono così distribuiti:

– PFIZER 2 WBR UP GO2
– PFIZER 3 Ros 2hy GO1
– PFIZER 3 Ros 2hy GO1b
– PFIZER 3 Ros 2hy b GO2
– AZ MIT UP CARB1
– AZ MIT UP CARB4
– AZ MIT DOWN CARB2
– MOD lum

Cioè:

– 1 oggetto si trova nel secondo dei 4 vaccini Pfizer, e si trova solo in una delle sue 4 frazioni;
– 3 oggetti si trovano nel terzo dei vaccini Pfizer, in 3 delle sue 4 frazioni;
– 3 oggetti si trovano nell’unico vaccino Astra Zeneca, in 3 delle sue 4 frazioni;
– 1 oggetto si trova nell’unico vaccino Moderna, in solo 1 delle sue 4 frazioni.
– 0 oggetti si trovano nei restanti 3 vaccini: Pfizer 1, Pfizer 4, Janssen.

Qui casca l’asino: non è più il problema del fatto che il grafene sarebbe presente in soli 4 dei 7 vaccini analizzati; il problema è che nei vaccini in cui ci sarebbe il grafene, questo sarebbe presente solo in alcune delle frazioni di tali vaccini, e questo è materialmente impossibile!

Prendiamo l’esempio del Pfizer 2 o del Moderna: il grafene che presuntivamente avrei inserito in un vaccino è un materiale nanomolare, cioè costituito da una quantità enorme di nanoparticelle. Nel momento in cui lo inserisco in un vaccino di 40 μl, è chiaro che le innumerevoli nanoparticelle di grafene si devono distribuire in tutto il liquido del vaccino. Non è quindi possibile ritrovarlo solo in 1 o al massimo in 3 delle 4 frazioni! Il grafene è così intelligente da decidere autonomamente di rintanarsi in una sola delle 4 frazioni? Forse ci racconteranno anche questo, ma ovviamente il grafene non può essere intelligente, e l’unica spiegazione possibile è che la presenza del presunto grafene, così come rilevata dal micro-Raman, è semplicemente un falso positivo.

Francamente, la domanda da porsi è: ma è possibile che quelli de La Quinta Columna non si siano accorti di questa esiziale incongruenza?

Possibile abbiano deciso di procedere con la costruzione di un movimento di opinione, portando la gente a credere al pericolo del grafene, su queste basi così poco scientifiche e chiaramente manipolate?

La questione dell’esistenza del grafene

Ma anche se non c’è nessuna prova sull’esistenza del grafene nei vaccini; e se non c’è nessuno bisogno del grafene per spiegare la iper-tossicità di questi vaccini Covid, data l’estrema tossicità di mRNA sintetico e lipidi sintetici dichiaratamente contenuti negli   stessi;6 si   può   almeno ragionevolmente accettare che il grafene esiste ed è ampiamente usato, come ci viene ripetuto da più parti? Come sto per mostrare, il grafene è una chimera ideologica e propagandistica, e tutto ciò che esiste sono strati sottili di grafite spacciati per grafene.

Il grafene sarebbe stato concretamente scoperto nel 2004, in uno studio i cui autori affermano di aver isolato un foglio di grafene mono- atomico7:

“Grafene è il nome dato al singolo strato di atomi di carbonio densamente impacchettati in una struttura ad anelli di benzene…Il grafene planare stesso si presumeva non potesse esistere nello stato libero…Siamo stati in grado di preparare fogli di grafite di spessore giù fino a pochi strati atomici (incluso il grafene mono-strato).”. (pp. 666-7).

Quindi, il grafene viene definito, nel suo stato puro, come un “singolo strato di atomi di carbonio”; e anche se sino ad allora si riteneva impossibile che tale singolo strato di carbonio potesse esistere, gli autori affermano di essere riusciti a superare la sfida, preparando fogli di grafite (“graphitic sheets”) ad un livello di sottigliezza pari ad alcuni strati atomici, fino al singolo strato atomico chiamato grafene.

Qui notiamo già una prima discrepanza: i fogli sottili sono ancora definiti “di grafite”, quindi non è chiaro a che punto la grafite diventa grafene. Questo viene chiarito in un articolo degli stessi autori principiali di 3 anni dopo:

“È stato dimostrato che la struttura elettronica evolve rapidamente con il numero degli strati, avvicinandosi al limite 3D della grafite già a 10 strati…Questo consente di distinguere tra grafene a singolo- doppio- o pochi- (da 3 a <10) strati, dato che ci sono diversi tipi di cristalli 2D (“grafene”).

Strutture più   spesse devono essere  considerate, a tutti gli effetti, come sottili strati di grafite.”8

La prima è una notazione filosofica: è evidente che in un mondo tridimensionale come il nostro, non possono esistere realtà bidimensionali. Le realtà bidimensionali sono entità puramente matematiche, e quindi definire il grafene come “semi-metallo bidimensionale” è ovviamente una forzatura logica inaccettabile. A questa obiezione mi viene spesso risposto che il termine “bidimensionale” ha qui una valenza metaforica; al che rispondo che non pensavo che la metafora avesse un ruolo così essenziale nella scienza, che fosse invece un artificio letterario, come per le carte bidimensionali e viventi di Alice nel Paese delle Meraviglia. Quando la scienza inizia a lavorare di metafore, meglio fare attenzione alla fregatura nascosta!

Qui gli autori chiariscono che può essere considerato grafene solo fino a 9 strati monoatomici, sopra diventa grafite, perdendo dunque tutti i grandi presunti vantaggi di trasmissione elettronica del grafene. Ora, per mettere le cose in prospettiva: un atomo si presume (perché non è mai stato visto) abbia le dimensioni di 0.1 nanometro; e questo comprendendo anche i suoi giri di elettroni (anche questi mai visti, ma solo teorizzati); la parte “solida”, cioè il protone dell’atomo, è 10.000 volte più piccola; quindi sarebbe 0,00001 nanometri. Per capire quanto è grande un nanometro: è la milionesima parte di un millimetro. Quindi, per arrivare a un atomo, dovete prendere un millimetro, dividerlo per un milione, e avrete un nanometro; poi dividete il risultato per 10, o per 10.000 se volete considerare solo la parte solida, e avrete il vostro atomo: 1/1.000.000 = 0.0000001 / 10 = 0.00000001 millimetri.

Quindi, lo spessore massimo perché si possa parlare di grafene è di 0.9 nanometri (9 strati di 0.1 nanometro), meno di 1 nanometro.

Il problema è che l’occhio umano ha una definizione massima di 100 micrometri, ovvero può distinguere grandezze e spessori non inferiori a 100.000 volte un nanometro, in pratica 1/10 di un millimetro. Quindi, ciò che viene definito grafene non può che essere invisibile per noi, e anche per il microscopio ottico, la cui risoluzione massima è di 0.3 micrometri, o 300 nanometri; cioè oltre 300 volte la dimensione del grafene.

Qualcuno potrebbe controbattere: ma col microscopio elettronico si deve potere vedere. Beh, in realtà la massima definizione del microscopio elettronico a scansione, SEM, è di 10 nanometri, quindi siamo sempre 10 volte lo spessore massimo del grafene; e gli stessi “inventori” del grafene affermano che “…il microscopio elettronico a scansione non è adatto per l’assenza di chiari riconoscimenti del numero di strati atomici.” (p. 3).

L’unico strumento che potrebbe “vedere” il grafene è il TEM (microscopio elettronico a trasmissione), che si dice abbia una risoluzione di 0.2 nanometri, quindi quasi a livello atomico. Ma anche ammettendo che funzionasse, nella pratica si dovrebbe poi lavorare con un materiale invisibile, e diventerebbe difficilissimo da gestire praticamente. La realtà però è ancora più cruda, perché il TEM ha enormi problemi in rapporto al presunto grafene. Questa è un immagine del grafene al TEM9:

Questa è un immagine di una materiale definito grafene a HRTEM (Microscopio elettronico a trasmissione ad alta risoluzione), che consente di vedere al livello atomico. In realtà vedere è una parola grossa, perché in realtà il microscopio elettronico recepisce le resistenze metalliche al raggio elettrico/elettronico e le trasforma attraverso uno specifico software di design. Questo vene ammesso anche dai ricercatori:

”…in un microscopio elettronico a trasmissione, l’immagine ottenuta nel detector non è necessariamente una immagine diretta delle posizioni atomiche o dei potenziali proiettati.”10

Ma ammettiamo anche che ciò che è riportato sia una ricostruzione sufficientemente fedele della realtà. Vediamo, anche se in maniera non molto definita, la struttura a nido d’ape, o a lattice esagonale; ma vediamo anche due grossi buchi che attraversano entrambi gli strati, e due buchi ancora più grossi nello strato superiore dei due.

Il problema dei difetti del grafene all’analisi del TEM è ancora più ampio. Questa è un’immagine che evidenzia le distorsioni della struttura grafenica:

In questa sezione vediamo come degli atomi evidenziati, quasi la metà (quelli bianchi), hanno perso la loro struttura esagonale passando a strutture pentagonali, eptagonali o comunque distorte.

Inoltre, la linea tratteggiata in fondo mostra una distorsione della struttura a lattice.

Quindi, alterazioni e difetti diffusi sotto forma di buchi del tessuto, distorsioni della forma a lattice esagonale,  e distorsioni  della struttura generale a foglio piano. Scrive l’autore:

“Guardiamo prima a difetti del carbonio con una configurazione che devia dall’ideale struttura a lattice esagonale…e sono apparsi sin dai primi studi sul grafene al microscopio elettronico come difetti presumibilmente causati dall’irradiazione”11

Ma non è solo il raggio elettronico a danneggiare la struttura del presunto grafene. Anche il metodo di produzione e del grafene, il cosiddetto CVD (per deposizione di vapori chimici) ma anche il processo di ossido-riduzione necessario a produrre l’ossido di grafene ridotto (RGO), genera danni:

“Nel processo di ossidazione, zone fortemente ossidate e amorfe sono prodotte, lasciando altre parti del lattice grafenico intatte. Dopo la riduzione, queste zone sono ridotte a networks a legami sp2…Tuttavia, queste zone non ritornano ad un lattice esagonale ben ordinato, ma a inclusioni causali e quasi amorfe.“12

Insomma, sia il raggio elettronico che il processo di produzione danneggia una maniera significativa la struttura grafenica.

Ma a questo punto occorre chiedersi: ma se un raggio elettronico o un processo ossidativo alterano in maniera così significativa queste strutture, possiamo davvero parlare di grafene? Una delle caratteristiche primarie che differenzierebbe il grafene dalla grafite è la durevolezza, perché mentre la grafite viene definita come friabile, il grafene sarebbe il materiale più duro e resistente in assoluto, ben 40 volte più duro e resistente del diamante, praticamente indistruttibile. Invece abbiamo appena visto che questo materiale, pur essendo definito grafene, si degrada facilmente sotto impulsi elettrici o processi ossido-riduttivi, e sembra dunque essere caratterizzato proprio da quella fragilità che caratterizza la grafite.

Quindi, non solo il TEM, l’unico metodo che sarebbe in grado di rendere il grafene visibile, non è adatto ad analizzare adeguatamente il grafene (anche se dicono che tenendo la potenza del raggio più bassa si può in parte ovviare al problema, ma a discapito della potenza di risoluzione); è che proprio questo metodologia rivela come il materiale definito come il super-resistente grafene in realtà altro non è che grafite nella sua forma più sottile.

Questo emerge chiaramente anche dagli studi degli “inventori” del grafene, e dalla pratica. Nell’articolo originale del 2004, gli autori affermano di aver creato “…fogli di grafite di spessore fino a pochi strati atomici (incluso il grafene monostrato)… attraverso l’esfoliazione meccanica (peeling ripetuti) di piccoli piani di grafite piritica ad alto orientamento.”13

A ulteriore chiarimento, nel successivo articolo del 2007, è scritto:

“In assenza di wafers di grafene di qualità, la gran parte dei gruppi sperimentali usano campioni ottenuti attraverso uno sfaldamento micro-meccanico della massa di grafite, la stessa tecnica che ha permesso l’isolamento del grafene per la prima volta…la tecnica appare niente di più sofisticato che disegnare con un pezzo di grafite (NdR., una matita) o fare un peeling ripetuto con un nastro adesivo (scotch tape) fino a quando non si ottengano i fiocchi più sottili.”14

La tecnica dello sfogliare la grafite con una nastro adesivo fino a ottenere fiocchi molto sottili appare in effetti molto rudimentale. Soprattutto, dato che non si parla di TEM come strumento di controllo, è chiaro che la determinazione della sottigliezza dei fiocchi deve fermarsi al controllo oculare, il che significa che si tratta di fiocchi micrometrici, e dunque assolutamente di grafite e non di grafene.

In effetti, questo viene riconosciuto esplicitamente dagli autori:

“Questo approccio è stato trovato essere altamente affidabile, e ci ha consentito di preparare films di FLG (few layers graphene- grafene a pochi strati) fino alla dimensione di 10 micrometri. Films più spessi (≥ 3 nm) hanno raggiunto anche 100 micrometri di larghezza ed erano visibili a occhio nudo.”15

In altre parole, gli autori dicono che hanno prima costruito un foglio largo 10 micrometri costituito da pochi strati di grafene, ma non ci dicono quanti, e si tratta di un’informazione decisiva, dato che loro stessi hanno scritto che sopra i 9 strati non è più grafene ma grafite. Poi, quando entrano più nel concreto, arrivando a fogli di 100 micrometri, “…dimensione sufficiente per la gran parte delle attività di ricerca”, lo spessore considerato è da 3 nanometri in su. Anche qui, l’estrema genericità è sospetta, dato che da 3 nanometri in su può voler dire anche 1 metro! Ma se anche fossero il minimo strato considerato, ovvero 3 nanometri, questo spessore conterrebbe già 30 strati di grafene, e sarebbe dunque, in base alla definizione e stessa degli autori, normale grafite. Che sia grafite lo si evince anche dal fatto che tali fogli larghi 100 micrometri erano addirittura “visibili a occhio nudo”, il che significa che avevano necessariamente anche uno spessore di 100 micrometri (1/10 di 1 millimetro), pari a 100.000 strati atomici!

Le stesse immagini che vengono presentate parlano di questa intrinseca contraddizione, che viene affermata senza nessun imbarazzo e con l’apparente consapevolezza di voler fare passare per grafene quello che loro stessi sanno essere grafite.

Qui vediamo un wafer di silicio dove ci viene detto che il fiocco che vi si appoggia sopra è detto avere uno spessore di circa 3 nanometri. Ma non è evidente che a 3 nanometri siamo già a 30 strati atomici e che quindi non si tratta di grafene ma di grafite?

Possibile che nessuno, tra quelli che hanno conferito il Nobel agli autori, o tra quelli che hanno publicato l’articolo, abbia notato questa enorme discrepanza, questa intrinseca contraddizione che inficia tutto il costrutto e la presunta invenzione?

Il mercato del grafene

Che ormai il business del grafene si fondi sulla truffa di spacciare normale grafite per grafene è reso evidente anche dal mercato del grafene. Questa è la pubblicità per la vendita di un foglio di grafene:

Nella descrizione del prodotto è scritto:

“Foglio di grafene

Dimensione: 5 cm x 5 cm, Altamente conduttivo; Spessore: 35 μm

I fogli di grafene sono essenzialmente il materiale più sottile del mondo. I fogli di grafene sono fogli piani di carbonio dello spessore di un atomo, densamente impacchettati in una struttura a lattice esagonale…”.

Quindi, anche qui si ripete che il grafene, uno dei materiali più sottili del mondo, è un piano di carbonio con lo spessore di un atomo, organizzato in una struttura a lattice esagonale. Poi, come se niente fosse, e anzi come se fosse la cosa più naturale del mondo (d’altra parte per quella bugia è stato conferito un Nobel, quindi nessuno si azzarderà a gridare che il Re è nudo), il venditore chiarisce che lo spessore del foglio di grafene che loro vendono è di 35 micrometri!

Si tratta di uno spessore enormemente maggiore di un atomo, infatti uno spessore di 35 micrometri, pari a 1/30 circa di un millimetro, non solo difficilmente potrebbe essere visibile (il che fa pensare he lo spessore reale sia superiore a quello dichiarato), ma dovrebbe contenere ben 350.000 strati mono-atomici di carbonio. Ci pensate? Una frazione minuscola e pressoché invisibile di un millimetro, un milionesimo di millimetro, che contiene 350.000 strati! Difficile da credere…

Ma anche la scusa per cui in tale materiale i 350.000 strati atomici sono comunque 350.000 strati di di grafene sovrapposti non tiene, perché abbiamo visto come nel momento in cui la sovrapposizione di strati supera il numero di 9 non si può più parlare di grafene ma solo di grafite.

Quindi, qui si conferma che, sia nella ricerca sia nel mercato, si spaccia per grafene ciò che è solo e meramente grafite.

Resta un’ultimo ed esiziale problema per l’esistenza del grafene. Anche nel caso in cui si trattasse veramente di strati mono-atomici di grafene, come con lo studio su TEM e grafene, non si capisce come faccia ad essere grafene, teoricamente il materiale più duro e resistente conosciuto, se poi si rompe e si distorce irreparabilmente sotto il raggio elettrico-elettronico del microscopio elettronico, o in un normale processo di ossido-riduzione.

In altre parole, il grafene non solo non esiste perché non può essere né prodotto né isolato in condizioni normali, ma perché anche in condizioni sperimentali e di laboratorio, come col TEM, ha dimostrato di non possedere affatto quelle caratteristiche che teoricamente lo contraddistinguono, come l’estrema durezza e resistenza.

In conclusione, basta applicare un po’ di buon senso per capire che il grafene è un materiale impossibile nella realtà, e che si tratta di un materiale mitologico e para-magico che, nella realtà concreta, non è che l’unico materiale realmente esistente, la grafite, con un altro nome.

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1. Klaus Schwabe, La Quarta Rivoluzione Industriale, Franco Angeli, 2016.

2. Dan Armstrong, Smart Dust. The Dawn of Transhumanism, Amazon, Kindle Edition.

3. Karl Popper, Logica della scoperta scientifica, Einaudi, 2010 (ed. orig. 1959).

4. Campra P (2021), DETECTION OF GRAPHENE IN COVID19 VACCINES BY MICRO-RAMAN SPECTROSCOPY, Technical Report, University of Almeria, Spagna. Detección de grafeno en vacunas COVID19 por espectroscopía Micro-RAMAN

5. Difference Between Graphite and Graphene | Compare the Difference Between Similar Terms

6. Scoglio S., Apandemia. Dalla falsa scienza alla più grande truffa della storia. Poliphylia, 2021.

7. Novoselov, K. S. Et al (2004). Electric Field Effect in Atomically Thin Carbon Films, Science, 22 October 2004, Vol 306, pp. 666-669

8. Geim A.K, Novoselov K.S. (2007). The Rise of Graphene, Nature Materials, March; 6(3): 183-91, p.2.

9. Meyer J.C. (2014). Transmission electric microscopy of graphene, Woodhead Publishing Limited, DOI : 10.1533/9780857099334.2.101, p. 110.

10.  ibid., p. 107.

11.  ibid, p. 113.

12.  ibid, p. 114.

13. Novoselov, K. S. Et al (2004). Electric Field Effect in Atomically Thin Carbon Films, Science, 22 October 2004, Vol 306, pp. 666-669, p. 667.

14. Geim A.K, Novoselov K.S. (2007). The Rise of Graphene, Nature Materials, March; 6(3): 183-91, p.3.

15. Novoselov, K. S. Et al (2004). Electric Field Effect in Atomically Thin Carbon Films, Science, 22 October 2004, Vol 306, pp. 666-669, p. 667.

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