lunedì 11 maggio 2020

Come uscire dalla casa che brucia? Non giocando con la benzina

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volerelaluna
La casa brucia e i bimbi giocano con la benzina. Potrebbe essere la metafora di quello che sta accedendo in Europa, di vertice in vertice, e in Italia, stante il dibattito pubblico sulle misure per la cosiddetta “ripartenza” che vede impegnati sindacati, politica, governo, organizzazioni datoriali.

1.

La crisi nella quale ci stiamo infilando non ha niente a che vedere con le ultime cento crisi che hanno interessato il capitalismo mondiale negli ultimi trent’anni. Non è una crisi valutaria, non è una crisi finanziaria che si trasmette all’economia reale. Escludendo le due guerre mondiali, per capirci qualcosa dovremmo andare indietro di qualche secolo, quando altre catastrofi sociali hanno avuto come causa scatenante una malattia alla stadio epidemico diffuso o pandemico. È inutile spiegarla con categorie ripescate nello scatolone delle teorie economiche sulle crisi. Il suo innesco è stato provocato dallo stop imposto dai Governi alle attività produttive e commerciali e alla mobilità delle persone, a livello interno e internazionale. È come quando la notte, prima di addormentarci, spegniamo la luce. Clic! Certo, le specifiche caratteristiche del sistema economico dominante hanno influito sulla diffusione del virus e, soprattutto, stanno influendo sul decorso della crisi economica, ma questo discorso merita, a ben vedere, una trattazione a parte.
Il problema, adesso, è il risveglio. Solo un folle potrebbe pensare che il “giorno dopo” sarà uguale al “giorno prima”. E infatti, tutte le cifre sull’entità della crisi che dovremo affrontare sono da capogiro. Numeri da fare impallidire quelli della “crisi” per antonomasia, la Grande Depressione degli anni Trenta del secolo scorso. In Europa si prospetta una caduta del PIL che non ha precedenti in tempo di pace. Trilioni di ricchezza finanziaria in fumo, un’ecatombe di ore lavorate, milioni di lavoratori a rischio di finire per strada. I sindacati europei hanno stimato che, dai primi di marzo ad oggi, 17 milioni di persone hanno già perso il posto di lavoro o hanno usufruito di forme di sostegno al reddito in ambito UE. E siamo solo all’inizio. La crisi inopinata ed eccezionale, a mano a mano che riapriranno fabbriche, i laboratori e gli esercizi commerciali, diventerà sempre più convenzionale, fino a sfociare in una gigantesca crisi di domanda. La caduta verticale dei redditi privati renderà sempre più squilibrato il rapporto tra capacità produttiva delle imprese e domanda effettiva di beni e servizi, complice anche la contrazione della domanda estera. Hai voglia di dare garanzie alle imprese e soldi alle banche per fare credito, se fuori dalle fabbriche e dai negozi non ci sono persone con i soldi in tasca pronti ad acquistare i loro prodotti! La chiave della ripresa non sarà nella “riduzione degli spread”, né nell’ammontare degli incentivi e degli sgravi per le aziende, ma nel reddito delle persone fisiche e nella risposta fiscale degli Stati. Prendendo a prestito le parole di Paul Krugman, possiamo sintetizzare così il concetto: «Il reddito di ognuno deriva da cose che vendiamo a qualcun altro. La tua spesa è il mio reddito, la mia spesa è il tuo reddito». Ovviamente intendendo per “cose” che si vendono anche il prodotto del lavoro intellettuale. L’offerta, insomma, non ha mai creato la domanda, nemmeno ai tempi di Jean-Baptiste Say, che su tale assunto aveva costruito le sue fortune di economista nel pieno della Rivoluzione industriale. Figuriamoci adesso.
Non solo bonus una tantum e cassa integrazione, pertanto. Siamo già oltre queste incombenze. L’eccezionalità della situazione richiede almeno tre scelte strategiche: reddito di base incondizionato, riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario, creazione diretta di lavoro da parte dello Stato, attraverso agenzie sul modello della Works Progress Administration (WPA) americana che funzionò negli anni del New Deal. È il momento di ripensare i rapporti di produzione e fare del denaro pubblico una leva per rimettere in sesto l’economia. Torna Keynes? In parte sì. Adesso serve sia il Keynes che sollecitava «l’impiego generoso del denaro pubblico», sia quello che, riflettendo sull’accelerazione delle scoperte scientifiche e tecniche a partire dal secolo XVII e sulla «disoccupazione dovuta alla scoperta di strumenti economizzatori di manodopera», preconizzava l’avvento di una società in cui gli uomini avrebbero avuto più tempo a disposizione per «cogliere l’ora e il giorno con virtù». Non è la rivoluzione, ovvero la riappropriazione integrale della propria vita da parte degli uomini e delle donne, ma ciò che in questo momento serve affinché questa crisi non abbia effetti devastanti sui ceti più deboli, più vulnerabili, della nostra società. Finora, però, nei consessi europei la notte del lockdown sembra non aver portato consiglio, mentre in Italia è già partita l’offensiva padronale contro le “vecchie ideologie” che impedirebbero di uscire presto e bene dalle difficoltà in cui ci troviamo.

2.

In Europa, il denaro scorre a fiumi lungo i canali che conducono alle banche, ma per i cittadini non sgocciola niente. Eppure, ci sono dei giudici a Karlsruhe che, paventando questo “rischio”, hanno solennemente interrogato i vertici della BCE. Temono che alcuni Stati, risparmiando sugli interessi che pagano ai mercati per finanziarsi, possano avere qualche spicciolo in più da spendere nei loro bilanci. Eh no, non si fa così in Europa! Chi vuole più soldi deve chiederli in prestito alle istituzioni preposte. Accettare la sorveglianza esterna sui propri bilanci e impegnarsi a risanare le proprie finanze quando l’emergenza sarà finita. I conti in ordine vengono prima del diritto a mangiare, bere, vestirsi, vivere. Il laboratorio greco da questo punto di vista è stato un “successo”, o no?
Sembra assurdo, ma c’è una precisa filosofia dietro. È il principio secondo cui la consapevolezza dei rischi connessi all’indebitamento deve fare da freno alle ambizioni di spesa dei Governi, fonte di inflazione e di squilibri macroeconomici. Se tutti sono occupati e hanno un reddito come la si mette con la curva della produttività marginale? Debitocrazia. Se lo Stato è come una famiglia, prima di fare debiti ci pensa due volte: o si accontenta della tasse che pagano i cittadini o paga pegno ai mercati finanziari. E se i mercati non si fidano, il pegno lo paga alle istituzioni che mettono a disposizione le linee di credito alternative. Salvo che un po’ di debito non serva per salvare banche e imprese private, tanto poi il conto verrà comunque spalmato su tutta la società.
È storia. L’ultima crisi è stata chiusa esattamente in questo modo. Buchi nei bilanci bancari diventati buchi nei bilanci statali, imprese che hanno socializzato largamente le perdite, tenendo al riparo i propri profitti. Rischio d’impresa? Ma dove, ma quando? Forse per le piccole realtà, piccole imprese e artigiani che si sbattono da mattina a sera per tenere alzata la serranda, non certo per le grandi aziende che sguazzano nell’economia globalizzata e finanziarizzata. Sì, quelle che attraverso le loro associazioni di categoria già chiedono meno burocrazia, più flessibilità, meno tasse, soldi a fondo perduto, regole snelle, e fanno appello alla “responsabilità” dei sindacati. Giustamente, la crisi è forte e i lavoratori qualche sacrificio lo devono fare… I lavoratori, mica loro. Che poi, un aumento degli occupati influenzerebbe la dinamica salariale. Quindi, meno tasse e più flessibilità, ma anche qualche occupato in meno per reggere la sfida della competitività sui mercati esteri, giocando sul costo del lavoro. Schema classico, che però non tiene conto di un dato: anche fuori dai confini nazionali la domanda sarà indebolita dagli effetti di questa crisi pandemica. A meno che non si scommetta sull’indebitamento privato (ampliamento della platea dei “consumatori indebitati”), preparando, a catena, una nuova crisi finanziaria.

3.

Scenario troppo pessimistico?
Al momento non ci sono segnali di una inversione di rotta. Anzi, c’è di peggio. Il rischio che, a differenza delle crisi precedenti, le esigenze di contenimento del contagio possano giustapporsi alle esigenze di contenimento di eventuali proteste sociali. Nelle attuali condizioni, solo per fare un esempio, sarebbe possibile un’Acampada come quella di Plaza de Puerta del Sol a Madrid nel 2011?
C’è molto da riflettere.

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