martedì 29 marzo 2022

Come il neoliberismo arrivò in Italia.

Un’attualissima (e inedita) intervista ritrovata a Luciano Gallino: su come la sinistra postcomunista è divenuta neoliberista e sulla «lotta di classe dopo la lotta di classe».


jacobinitalia.it Dario Colombo Enrico Gargiulo Luciano Gallino

Quest’intervista a Luciano Gallino, scomparso nel novembre del 2015, è stata condotta da Dario Colombo ed Enrico Gargiulo a inizio giugno dello stesso anno per essere inserita in un volume collettivo dedicato ai vari aspetti della penetrazione del neoliberismo in Italia. Il libro, purtroppo, non ha mai visto la luce. L’intervista qui pubblicata, inoltre, è stata creduta irrimediabilmente persa: il dispositivo usato per la registrazione è stato rubato durante un viaggio in treno e il disco rigido su cui era stata copiata, poco dopo, è rimasto danneggiato. A diversi tecnici è stato chiesto di recuperare il file, senza successo. Sette anni dopo, un vecchio pc, quasi per caso, è capitato nelle mani di una persona che, inaspettatamente e fortunatamente, è riuscita a recuperare il prezioso contenuto che, proprio nei giorni in cui cade il decimo anniversario dell’uscita del suo Lotta di classe dopo la lotta di classe, qui finalmente pubblichiamo. 

Caro professor Gallino, prima di tutto le chiediamo una definizione complessiva di neoliberismo: cosa si intende con questo termine? Cos’è il neoliberismo come fenomeno globale degli ultimi decenni e cosa, soprattutto, non è?

Dagli anni Ottanta del secolo scorso, con l’avvento al potere di leader politici come Ronald Reagan negli Stati uniti e Margaret Thatcher nel Regno Unito, si usa designare come neoliberismo o neoliberalismo un’ideologia universale che afferma che qualunque settore della società, ciascun individuo in essa e, infine, la società intera in quanto somma dei due elementi precedenti, può funzionare meglio, costare meno, presentare minor problemi, essere più efficace ed efficiente qualora sia governata in ogni momento dai principi di una razionalità economica e strumentale. 

La razionalità strumentale ha a che fare soprattutto con il rapporto tra mezzi scarsi – rispetto all’attore che li vuole utilizzare – e fini alternativi – che possono dare esiti molto diversi. Qualunque altro ragionamento passa in secondo piano dinanzi a questo impegno e presupposto. Non solo l’economia, l’impresa o il commercio dovrebbero essere organizzati e gestiti secondo il principio della razionalità economica ma anche i servizi pubblici: scuola, sanità, ricerca, beni culturali. E così tutte le azioni degli individui, perché solo in questo modo la loro somma complessiva darebbe origine a una società migliore, nel senso di più efficiente e con costi minori.

Se poi mi chiede che cosa non è, si può dire una cosa precisa e piuttosto trascurata: il neoliberalismo non è una dottrina che vuole scoprire come funziona il mondo, spiegarlo agli altri e conformarlo in modo che sia più consono rispetto a leggi individuate e scoperte. Tra le grandi dottrine politiche questo approccio caratterizza ad esempio il marxismo. Marx voleva scoprire come funzionava davvero il mondo capitalistico e spiegarlo, per poi correggerlo, emendarlo e fondare un altro ordine sociale. Il neoliberalismo è una dottrina essenzialmente costruttivistica. Essa non dice, come dicevano i liberali classici, che l’essere umano è di per sé un homo oeconomicus, dice che l’essere umano anche se non lo è, può essere spinto in diversi modi ad agire come un uomo economico e questo ha i suoi vantaggi non solo in economia ma anche nella famiglia, nei rapporti sociali, in politica e in qualunque altro settore della società. Il neoliberalismo, tra tutte le grandi dottrine politiche, non è una teoria scientifica nel senso che vuole scoprire come funziona la realtà, vuole piuttosto costruire la realtà secondo i propri principi e i propri canoni, nella convinzione che tutto funzionerebbe meglio.

A suo parere, esiste un unico neoliberismo o esistono invece molti neoliberismi? A questo proposito, le chiedo cosa pensa del dibattito sulle varietà del neoliberismo, anche in rapporto al precedente dibattito sui differenti modelli di capitalismo.

È certamente sensato parlare di varietà di neoliberalismo. Sul tema si è svolto un dibattito intenso che, negli ultimi quindici anni – non in Italia ma in paesi come gli Stati uniti, la Germania e il Regno Unito –, ha messo in luce la complessità del pensiero neoliberale. Senza inseguire le minute variazioni individuate dagli storici del neoliberalismo ma dovendo e volendo semplificare, si possono individuare due grandi varietà di neoliberismo. 

Quella anglosassone, detto anche transatlantico, quindi Stati uniti e Gran Bretagna essenzialmente, alla cui base c’è il pensiero neoclassico liberale e della scuola di Chicago, i Chicago Boys, vale a dire Milton Friedman e compagni. L’altra variante è quella europea, nata principalmente in Germania e in Austria, che è caratterizzata dal peso che hanno avuto le dottrine dette ordoliberali. Sono dottrine nate intorno agli anni Trenta, ancora sotto Weimar, soprattutto all’università di Friburgo, per cui sono dette anche Scuola di Friburgo. Il pensatore principale, tra molti altri, è Walter Eucken. 

Ambedue le varianti hanno avuto un grande successo politico ma anche sociale, perché il neoliberismo è diventato non solo la dottrina politica più o meno ufficiale ma ha vinto e stravinto in ogni ambito di applicazione possibile. L’ordoliberalismo, la versione tedesca, ha avuto grande importanza ad esempio nell’economia del dopoguerra. Ludwig Ehrard, considerato il padre della rinascita dell’economia tedesca, in modo più o meno evidente si rifaceva ai principi dell’ordoliberalismo.

Le differenze tra le due versioni sono moltissime e profonde. Una distinzione piuttosto importante verte sul fatto che gli anglosassoni insistono sul ridurre al minimo lo stato. C’è uno slogan che affiora di continuo durante le campagne elettorali negli Stati uniti che suona, in maniera non molto elegante, «Bisogna affamare la bestia» [lo slogan comparve la prima volta nel 1986 nel libro The Triumph of Politics: Why the Reagan Revolution Failed, il cui autore è David Stockman, sotto la presidenza Reagan direttore dell’Ufficio per la gestione e il bilancio, Ndr]. Il che significa ridurre al minimo le risorse dello stato affinché intervenga il meno possibile nell’economia. Lo stato deve provvedere alle forze armate, alla sicurezza, a pochi altri aspetti ma deve stare lontano da qualsiasi cosa abbia a che fare non solo con l’economia ma anche con la regolazione della società. Invece l’ordoliberalismo è una dottrina che insiste molto sul fatto che è lo stato che con le leggi, la normativa, la regolazione, deve predisporre l’ambiente e il terreno in cui il sistema economico possa dipanarsi in tutta la sua efficacia, in tutta la sua libertà. Quindi meno stato o stato ridotto al minimo nei paesi anglosassoni; stato invece che pesa molto in Europa. Per certi aspetti il trattato di Maastricht, l’autoritarismo economico dominante che ancora oggi subiamo, denota il fatto che in Europa ha avuto la meglio la variante ordoliberale la quale richiede una certa dose di autoritarismo per far sì che sia lo stato a spianare la strada alla stabilità monetaria, al controllo dell’inflazione, al pareggio di bilancio pubblico.

Quali sono le caratteristiche distintive della variante italiana – se ritiene corretto parlare di una variante italiana – del neoliberismo? Quali le date e i passaggi rilevanti della penetrazione del neoliberismo in Italia e quali gli attori cruciali sia individuali che collettivi?

Prima richiamavo la mole di studi internazionali sull’elaborazione teorica intorno al neoliberismo. Sino a tempi recenti questa era molto modesta in Italia. Ho letto di recente una riedizione del 2008 di un volume di Norberto Bobbio, L’età dei diritti, con un’abbondante bibliografia di lavori in italiano sul pensiero liberale che integra l’originale: ne figura soltanto uno che si riferisce al neoliberismo. Nondimeno si può dire che l’Italia sia stata un canale importante per far diventare neoliberali i successori del Pci, i comunisti, così come i socialisti e altri. 

Già negli anni Sessanta c’erano scambi molto nutriti tra economisti e studiosi di altre discipline italiani ed europei con studiosi sovietici e dell’area sovietica, soprattutto ungheresi e polacchi, sullo sfondo di quella che si chiamava la teoria della convergenza. Sono autori lontani dai dogmi sovietici che con autori occidentali altrettanto lontani dai dogmi liberali ritenevano che la produzione di massa, il fordismo, le nuove tecnologie della comunicazione, i grandi calcolatori – che erano già presenti e operativi, io ne vidi uno a Ivrea alla fine degli anni Cinquanta – producessero elementi di convergenza tra il sistema dell’economia di piano e il sistema capitalistico. Economisti delle due parti si incontrarono spesso, anche in Italia, per discutere gli aspetti di questa convergenza. Gli italiani scoprirono, ma anche gli americani che venivano in Italia ad ascoltare, che i colleghi sovietici parlavano come neoliberali. Parlavano di mercato, di regolazione del mercato mediante l’informatica. Gli economisti sovietici erano critici sull’economia di piano perché ritenevano che non avrebbe potuto funzionare ancora molto.  

Gli economisti europei e italiani apprendevano che per i colleghi sovietici l’economia, per essere felicemente regolata, avrebbe avuto bisogno di un dittatore benevolo. E il dittatore benevolo in questo caso era l’informatica. Per generazioni era stato vero l’assioma per cui lo stato non sarà mai in grado di governare il mercato perché il mercato raccoglie una serie di informazioni istante per istante e lo stato non può farlo. Però l’informatica poteva essere anche più rapida del mercato nel raccogliere informazioni e a essa si sarebbe dovuto sottostare.

Tra le istituzioni che hanno favorito gli incontri con questi economisti sovietici, polacchi e ungheresi – tutti espressione dell’era comunista ma molto critici e molto attenti alle trasformazioni dell’economia – ha avuto un’importanza notevole la fondazione Ceses, Centro di studi economici e sociali, fondata a Milano nel 1964 a spese e per volere della Confindustria. Il suo impegno si è via via ridotto ma ha operato fino al 1988. Per ventiquattro anni è stata una fondazione molto importante, a cui hanno partecipato molti docenti e anche uomini politici, che cercava di scoprire cosa succedesse dall’altra parte attraverso le voci degli economisti dei due campi. Purtroppo, gran parte di questa letteratura è andata dispersa e, tanto per cambiare, per sapere qualcosa bisogna andare negli archivi americani o cercare delle pubblicazioni americane, essendo stati loro a studiare quest’esperienza. 

Ciò significa che nella testa di quelli che erano prima membri del Pci, e poi via via membri del Pds, Ds e Pd, circolavano delle idee in tema di economia che erano sostanzialmente neoliberali. L’economia doveva essere libera, doveva essere amministrata in modo tecnicamente perfetto. Quello che prima il piano e anche il mercato capitalistico facevano male, poteva essere fatto meglio mediante le tecnologie informatiche. Quindi, uno dei canali attraverso i quali il neoliberismo è entrato nella testa degli esponenti dei partiti di sinistra sono stati questi colloqui trans-europei tra comunisti da un lato e liberisti dall’altro, i quali si confrontavano sulla possibile evoluzione dell’economia.

Nel caso del Pci e delle tante vesti che ha assunto dopo, si può aggiungere un elemento che è diventato particolarmente pesante dopo l’89. Da allora si è parlato sempre più degli errori, dei gulag, di un regno del terrore che finalmente era caduto. Questo ha fatto sì che generazioni di aderenti, simpatizzanti e studiosi delle successive incarnazioni del Pci abbiano fatto l’impossibile per far dimenticare che avevano avuto rapporti e simpatie col comunismo sovietico, ovvero col socialismo realizzato. È come se avessero deciso di spogliarsi di tutti i propri panni e buttarli in un bidone del cortile affinché nessuno si ricordasse che qualche tempo prima erano stati comunisti. C’è stato una sorta di pentimento politico a posteriori, non sempre chiaro e non sempre evidente, che ha avuto molta importanza nel far letteralmente sparire in poco tempo il Pci.

Ancora più importante è stato il fatto che, come si evince dai colloqui avuti con i colleghi comunisti, l’economia comunista alla quale il Partito comunista nostrano si sentiva più vicino assomigliava molto al neoliberismo: il dittatore benevolo, l’importanza data al calcolo, alla previsione. Dal punto di vista intellettuale e politico, uno dei cardini dello sviluppo del neoliberismo in Italia, un canale davvero molto importante, sono stati questi incontri con gli economisti dell’area sovietica avvenuti al Ceses per un quarto di secolo. Intendiamoci, la Confindustria lo finanziava perché sperava che in tal modo venissero fuori le magagne dell’economia di piano. Qualcosa magari veniva pure fuori, ma emergeva anche il fatto che quelli erano studiosi – e di primissimo piano, pensiamo agli ungheresi, tra i quali Micheal Polanyi e altri – che lasciavano una traccia che poi purtroppo non è stata contrastata da nessuno studio critico. Il neoliberismo è stato accettato per intero senza alcuna reticenza e senza ragionamento sulle conseguenze.

È corretto dire che il modello italiano di neoliberismo è autoctono oppure è più corretto dire che sia eterodiretto, guidato dall’esterno? Ed eventualmente quali sono i paesi e i soggetti politico-economici che lo hanno ispirato?

Io non pretendo di conoscere l’intera bibliografia. Resta il fatto che trovare una pubblicazione sul neoliberismo italiano è veramente molto difficile. Quello che è stato travasato in politica viene in parte dagli Stati uniti, in parte dall’Inghilterra della signora Thatcher e in parte dai tedeschi. L’assoluta obbedienza dei nostri governi ai dettami di Bruxelles e ai dettami di Berlino attesta il fatto che c’è stato un assorbimento in gran parte acritico del neoliberalismo, dei suoi aspetti più politici e più disciplinari, senza che si levasse quasi alcuna voce a contrastarlo.

Quali sono i settori di policy in cui la presenza delle ideologie e delle politiche neoliberiste è più evidente, quali i settori in cui c’è ma è più nascosta e quali, ammesso e non concesso che ve ne siano, in cui questa influenza è del tutto assente?

I due settori in cui questa influenza è più evidente sono la protezione sociale, quindi l’attacco allo stato sociale, alle pensioni come alla sanità, e il lavoro, quindi la sfera delle politiche del lavoro. Su quest’ultimo punto, le leggi incominciano a grandinare già nei primi anni Novanta, per poi diventare un vero diluvio con le leggi Treu del 1997, la legge Biagi del 2003, quelle di Sacconi nel governo Berlusconi alla fine dello stesso decennio, la legge Fornero del 2012 e il cosiddetto Jobs Act del governo Renzi. Questi sono stati e sono i settori in cui le pratiche neoliberiste sono maggiormente attive e presenti. Ce ne sono poi parecchi altri. Quando si dice che occorre avere cura dei beni culturali perché attirano molti visitatori che contribuiscono al Pil nazionale, si tradisce una norma di fede neoliberale. Ciò che conta non è il merito dell’oggetto ma cosa l’oggetto può determinare in termini di utilità. Diversi servizi pubblici che stanno impoverendo le città: si riducono i trasporti e parchi, gli asili nido e altre forme di sostegno alle famiglie. Nel campo culturale, l’università ha avuto delle ferite terrificanti in quanto a soppressione del pensiero critico in nome di un’università sempre più azienda. Per quanto riguarda la scuola primaria e secondaria si sta affermando il principio che debba comportarsi, essere organizzata, agire e pensare come un’azienda. E questa è una delle caratteristiche neoliberali principali.

È la sua vocazione totalitaria perché per certi aspetti il neoliberismo è un’ideologia profondamente totalitaria. Non ammette discussione, non ammette critiche. Anche dopo quel che è successo, anche dopo quel che è accaduto nell’economia globale che ha seguito il credo neoliberale. È incredibile: gli economisti neoliberali non hanno previsto la crisi, non hanno saputo spiegarla, non hanno nulla da dire al riguardo, hanno inventato le politiche di austerità che, per ammissione di alcuni di loro stessi, sono state una catastrofe. Non solo le critiche ma le contraddizioni della realtà, il principio di realtà, passano sulle politiche neoliberali come fossero acqua sulla roccia. Nelle università si insegna quello che si insegnava dieci anni fa. Non c’è un barlume di pensiero critico in economia che sia sopravvissuto. Sì, c’è qualcosa, ma talmente minoritario da essere pressoché invisibile.

Per quanto riguarda lo scenario attuale: come sta cambiando, se sta cambiando, il liberismo in Italia? Ha esaurito il suo ciclo e verrà sostituito da un’altra ideologia egemone, oppure è vivo e vegeto? Pensiamo ad esempio a questo volume uscito di recente su Lo stato innovatore, che alcuni hanno letto come segnale di un’inversione di tendenza del pensiero economico.

Buonissimo libro ma si riferisce agli anni Trenta e Quaranta più che al presente. Non ha nulla a che fare con le tendenze attuali o le eventuali loro inversioni. Lo dico con rimpianto ma serenamente perché bisogna riconoscere le cose come stanno. Il neoliberalismo è vivo come non mai. Fa parte della sua inossidabilità. Gli scarti dalla realtà non hanno minimamente scalfito il pensiero neoliberale. Tutte le dichiarazioni che fanno i nostri ministri sono dichiarazioni intrinsecamente neoliberali e spesso sono riprese da testi neoliberali. Il Jobs Act contiene pezzi di testi dell’Ocse, testa di ponte della demolizione neoliberale dell’Europa, che risalgono al 1994. La riforma della scuola del governo Renzi è stata sostanzialmente scritta da una fondazione privata, di cui si citano esattamente i passi, che vengono recepiti dal governo e dal parlamento. Nonostante le sconfitte, il neoliberismo è più vivo che mai. Si potrà cominciare a parlare di un suo decadimento quando si vedranno dei provvedimenti che vanno in senso contrario, che aboliscono alcune delle leggi adottate in questi anni, insomma che si esprimono contro la tendenza dominante. Oso dire che non vedo assolutamente nulla di tutto questo. Le dichiarazioni del presidente Renzi, che ogni tanto dice che «bisogna cambiare l’Europa», non sono che acqua fresca.

Alcuni osservatori ripongono fiducia in attori politici che potrebbero costruire una nuova egemonia intorno a idee diverse rispetto a quelle neoliberali. Secondo lei è plausibile questo scenario o non lo è?

Io dal mio canto ho fiducia nel flogisto o nella pietra filosofale, più o meno equivalente alla fiducia nella direzione che lei indica.

Facendo un bilancio, quali sono stati e quali saranno i costi umani delle politiche neoliberiste in Italia? Quali sono i gruppi, magari quelli meno visibili e più nascosti, maggiormente colpiti da queste politiche?

Il neoliberismo politico è orientato sistematicamente a colpire i più deboli. Ed è quello che ha fatto anche in Italia: i lavoratori dipendenti, gli impiegati a mille euro al mese, i pensionati a seicento euro, le famiglie povere. Una grande fascia della popolazione, stimabile intorno al 25-30%, avrebbe bisogno di essere in qualche modo aiutata, non soltanto con sussidi ma con politiche del lavoro e della protezione sociale che non siano solamente punitive come sono state quelle degli ultimi tre o quattro governi. 

Peraltro, spesso maneggiando in modo non corretto i dati. Noi abbiamo ormai uno strato di poveri, sia assoluti che relativi, molto elevato. Parliamo di molti milioni di persone che non possono permettersi gli standard di vita ai quali ci eravamo tutti abituati oppure non possono nemmeno procurarsi le risorse per far fronte a una vita dignitosa, riprendendo i significati di povertà relativa e povertà assoluta. Parliamo, tra gli uni e gli altri, di una cifra intorno ai dieci milioni di persone; su sessanta milioni è assai significativa. Inoltre assistiamo a una contrazione delle classi medie, perché l’attacco alla pubblica amministrazione e ai quadri intermedi, l’evoluzione dell’organizzazione del lavoro vanno tutte nella direzione di colpire anche le cosiddette professioni liberali, quelle che richiedono una certa qualificazione. 

Nell’insieme, sono certo i più deboli a essere più colpiti, coloro che hanno bisogno di assistenza perché proprio non ce la fanno, che necessitano di politiche contro la disoccupazione decenti, di un autentico aiuto a tornare sul mercato del lavoro. Su tutto questo non è stato fatto nulla. Non c’è da stupirsi perché è ciò che è accaduto anche negli altri paesi dell’Occidente. Prendiamo ad esempio la ricca Germania: le riforme del lavoro neoliberali volute dal socialdemocratico Gerhard Schroeder – e non è un errore accostare i due termini – a partire dal 2003, con le cosiddette leggi Hartz, sono andate nel senso di impoverire una grande frazione della popolazione lavoratrice, inclusa la classe media. 

Questo è il neoliberismo. Per il neoliberismo l’ineguaglianza, anche sfrenata e molto elevata, non è un male da curare. Piuttosto, è un aspetto indispensabile di un’economia ben funzionante, perché se ci sono molti ricchi, in base alla teoria del gocciolamento – che è una teoria per molti aspetti spudorata dal punto di vista scientifico – questi investono di più, consumano di più e quindi gli effetti benefici gocciolerebbero sui ceti meno abbienti finendo per produrre più occupazione. Non è vero nulla, non c’è uno straccio di statistica che lo possa confermare. Il consumo dei ricchi non può superare certi livelli: comprare ciascuno otto lavatrici, sei automobili o cambiarsi quattro camicie al giorno. E per l’investimento bisogna considerare che, come numerosi studi confermano, oggi i ricchi tendenzialmente non investono in infrastrutture, stabilimenti, impianti, aziende di servizi. Investono in finanza per moltiplicare il denaro che già hanno. Quando la diseguaglianza non è deplorevole, non è un male, non è una forma di patologia sociale da curare in maniera più o meno radicale, il risultato è che i più deboli ne fanno le spese. L’enorme aumento della disuguaglianza negli ultimi vent’anni è dovuto alla finanziarizzazione dell’economia, al taglio delle tasse ai più ricchi, a due occhi dello stato perennemente chiusi sull’evasione e l’elusione fiscale. Ma questo, nell’ottica del neoliberalismo, è un bene, perché i ricchi consumando e investendo trascinerebbero all’insù anche i consumi e gli investimenti dei più poveri.

Nel corso dell’intervista è già emerso che manca una forte opposizione politica e sociale al neoliberismo. Quali sono le ragioni di tale assenza? È possibile pensare a un’azione politica organizzata della classe del lavoro salariato o da parte di altri soggetti che riescano a opporsi al neoliberismo? Da questa prospettiva, che ruolo svolge la precarizzazione, sia come agente di frammentazione dell’organizzazione politica del lavoro, e quindi di offuscamento della coscienza di classe, sia come possibile base di partenza di un nuovo agire collettivo? 

Sono abbastanza scettico a questo riguardo. Il movimento operaio e il movimento sindacale sono divenuti importanti, potenti e hanno ottenuto i migliori risultati nel dopoguerra, durante i «trenta gloriosi» come sono chiamati in Francia: buoni salari, buone condizioni di lavoro e, parallelamente, un tasso di sviluppo oggi inimmaginabile. Questo perché il sindacato era potente, rappresentativo, poteva battere i pugni sul tavolo per ottenere migliori condizioni di lavoro. Senza tralasciare nell’analisi quel fattore geopolitico che è stato la presenza, sino al 1991, dell’ombra sovietica. Anche in Confindustria, e comunque nel padronato in generale, si preferiva concedere abbastanza agli operai e ai lavoratori indipendenti, piuttosto che rischiare di irritare quel grande orso che sonnecchiava a oriente. Caduto quello, dissoltosi nel giro di un anno o due, la controffensiva delle classi più ricche e dominanti non ha più avuto limiti. 

Il potere del sindacato si è fondato per un secolo e mezzo su tre forme di unità: l’unità di tetto, cinquecento, mille, diecimila persone sotto lo stesso tetto che facevano lo stesso lavoro; l’unità di contratto, vale a dire che se quei mille o diecimila sotto lo stesso tetto facevano il lavoro da metalmeccanici, allora avevano il medesimo contratto da metalmeccanici, punto e basta; inoltre rispondevano a un solo padrone, e quindi c’era anche l’unità di padrone. Questi tre elementi hanno reso forte il sindacato perché facevano maturare dei forti interessi comuni. Se tutti avevano lo stesso contratto, se tutti avevano lo stesso padrone, quelli si muovevano tutti insieme o quasi per una singola vertenza. 

Adesso quelle cinque o diecimila persone un tempo sotto lo stesso tetto, anche lasciando perdere gli impatti dell’automazione, sono divise in centinaia di fabbriche e fabbrichette che stanno metà in Italia e metà all’estero in nome delle cosiddette catene di creazione del valore. Nessuno sa bene chi è padrone di che cosa e soprattutto i cinquemila sono diventati trecento, magari pure moltiplicati per quindici sedi in un territorio sterminato. Non hanno alcuna possibilità di vedersi, di raccontarsi, di solidarizzare fisicamente nei luoghi di lavoro. 

Tutto questo ha indebolito fortemente il sindacato a prescindere dalle lotte sindacali che sono state condotte. La prima cosa che Reagan e Thatcher hanno fatto appena andati al potere, nell’81 Reagan e nel ’79 Thatcher, è stato schiantare i sindacati più rappresentativi come quello dei piloti o dei minatori. Tutto questo è accaduto anche in altri paesi, e naturalmente anche in Italia. Non c’è stata riforma del lavoro che non fosse anche un attacco ai sindacati. Non soltanto. L’organizzazione fondata sulla distribuzione di centinaia di aziende collegate fra di loro nelle catene di creazione di valore non è mica caduta dal cielo. È stata voluta per indebolire il sindacato: se uno ha una fabbrica nel milanese, una a Timisoara, una a Taiwan, avere a che a fare con i sindacati diventa molto agevole perché basta buttare via un anello, ossia interrompere il contratto con una particolare azienda, e avviarne uno nuovo con una diversa impresa tra le innumerevoli che si offrono. L’indebolimento del sindacato è stato cercato sul piano organizzativo e praticato sul piano politico. Non mi si venga a dire oggi: «il sindacato non fa più il suo mestiere». Per forza: gli sono state tagliate non solo le unghie ma anche le dita. 

Vedo difficile, per concludere, ritrovare un qualche tipo di unità, perlomeno di interessi derivanti dai contratti, che preluda a un’organizzazione di massa. I soggetti sono molto frammentati e hanno interessi diversi. Occorrono delle micro-organizzazioni che sappiano coordinarsi tra loro. Ad esempio, come avviene adesso in Spagna, ma non a partire dai contratti di lavoro ma da altri punti di partenza: i contratti di affitto, i contratti di finanziamento che permettono di espropriare casa a una famiglia che pure abbia ripagato quasi tutto il prestito, dalle mense comuni, dalle scuole che non hanno i materiali o gli insegnanti. Lì si può trovare una comunità di interesse che il luogo di lavoro non offre più. Da noi non vedo molte esperienze in questo senso. Ripeto: data la frammentazione intervenuta rispetto al tetto, al contratto e al padrone, non credo sia possibile pensare soltanto alla classe lavoratrice come soggetto egemone. Bisogna pensare ai tanti altri soggetti che possono avere in comune interessi significativi pur facendo diversi lavori e sperimentando condizioni di lavoro molto diverse. 

*Dario Colombo, sociologo, si è occupato della neoliberalizzazione delle politiche sociali e lavora nel campo della microprogettazione sociale. Enrico Gargiulo, sociologo all’Università di Bologna, si occupa di trasformazioni della cittadinanza, integrazione dei migranti e sapere di polizia.

Luciano Gallino (1927-2015), sociologo tra i più autorevoli della nostra epoca, ha insegnato all’Università di Torino. Si è occupato delle trasformazioni del lavoro e dei processi produttivi nell’epoca della globalizzazione.

Nessun commento:

Posta un commento