martedì 24 novembre 2020

Si è fatto tardi.

A quarant'anni dal terremoto in Irpinia, quando un pezzo importante del paese divenne territorio di applicazione della dottrina dello shock teorizzata solo molto dopo da Naomi Klein.

jacobinitalia.it Stefano Kenji Iannillo

Il 23 Novembre del 1980 non ero nato. Eppure quel giorno, precisamente alle 19:34, è nato un qualcosa che mi ha poi accompagnato per tutta la vita di giovane Irpino, attivista di questa terra e sognatore di un futuro in queste dolci colline e valli. Il terremoto del 1980 non è stato, infatti, solamente un evento geologico, un’immane tragedia che ha colpito un già provato territorio delle aree interne nostro paese. Il Terremoto è stato – ed è ancora – un attore protagonista della vita pubblica e privata della provincia di Avellino e non solo: una presenza costante, con i suoi lasciti e i suoi segni ben visibili nella geografia urbana, con i suoi vuoti, le sue aree dismesse, le sue conseguenze. Il principio primo e la causa di ogni male, la bussola di ogni analisi, il punto di osservazione da cui parte ogni progettazione: un evento che ha segnato – insieme alla ricostruzione – la biografia dell’Irpinia e il carattere del suo popolo. 

Ai 2.981 morti, 8.840 feriti, 280.000 sfollati che riempirono le strade in quella maledetta notte si fece avanti uno Stato inefficiente, che condannò sé stesso attraverso le parole del Presidente della Repubblica Sandro Pertini che con quel suo «Fate Presto» denunciò lo scandalo di soccorsi non ancora arrivati, di una situazione di enorme sofferenza e devastazione che lui per primo toccò con mano. Un’assenza fortissima a cui fortunatamente rispose la solidarietà organizzata nelle sue mille associazioni nazionali e internazionali, il supporto di migliaia di volontari e volontarie che da nord a sud si misero in marcia e a mani nude scavarono e riscostruirono insieme agli abitanti dei paesi ormai fantasma. Una presenza di umanità e solidarietà, di reciprocità e incontro che ancora oggi sono patrimonio della memoria collettiva di questo territorio che si fa viva con volontariato, donazioni, carovane solidali ogni qual volta che un qualsiasi evento sconvolge un territorio o – ad esempio in questi giorni con le reti solidali per l’emergenza Covid – l’intero paese. Giornate tragiche di impreparazione istituzionale da cui nacque la Protezione civile e quel sistema di intervento e soccorso nelle emergenze che oggi è presente in tutte le città del paese ma che allora era un miraggio con un solo presidio in tutto il mezzogiorno. 

Il terremoto,  e soprattutto la ricostruzione, sono stati il liquido amniotico in cui si sono formate e hanno preso potere le classi dirigenti che ancora oggi spadroneggiano in queste lande in cui al dinamismo della terra si è opposto nei decenni successivi il contrappasso della staticità del potere economico e politico. Una presenza costante, asfissiante, onnipresente in grado di riprodursi in versioni sempre più scadenti che ha inciso profondamente su quello che è oggi l’Irpinia: un territorio di emigrazione, disoccupazione e assenza di un modello di sviluppo in grado di valorizzarne le enormi ricchezze ambientali, umane e sociali. 

I 58.640 miliardi che furono distribuiti a un’area enorme rispetto all’epicentro – con successive decretazioni si arrivò infatti a 687 comuni coinvolti dall’effluvio di denaro pubblico in tre diverse regioni – rappresentarono l’appropriazione originaria che permise il consolidamento di un sistema di potere clientelare, gestito tramite la moneta sonante dell’assunzione pilotata e del denaro di risarcimento, che scalò con i suoi uomini i vertici di potere regionale e nazionale. Quegli stessi miliardi che furono all’origine del tentativo, di cui si fecero capitani i soliti capitalisti straccioni pronti a emergere quando c’è da incassare e a scappare quando bisogna rischiare, di consegnare a queste terre un modello di sviluppo in grado di far uscire dalla depressione un  sistema economico arretrato fondato su modelli agricoli familiari e vetusti.

Decretarono da Roma – o per meglio dire da Nusco, paese di origine del futuro ministro del mezzogiorno, presidente del consiglio e segretario della Democrazia cristiana Ciriaco de Mita – la costruzione di enormi, numerose e spropositate aree industriali, l’allargamento della pletora di partecipate e di enti pubblici, l’assegnazione di commesse pubbliche che drogarono gli stabilimenti produttivi amici e i criteri delle concessioni edilizie e dei diritti edificatori relativi alla ricostruzione che determinarono il gigantismo di un settore che oggi produce solo disoccupazione.  

Ci furono soltanto sprechi? Ovviamente no, tramite quelle risorse fu rotto l’isolamento di interi paesi fino a quel momento irraggiungibili, nacquero attività economiche e industriali (poche) sopravvissute fino a oggi, si portò al centro della discussione pubblica una zona del paese dimenticata. La retorica apolitica del «grande spreco» è, infatti, sobillata dai tanti liberisti nemici della spesa pubblica e della programmazione economica che non perdono occasione di tirare a piattello su ogni tentativo di recupero dei divari nello sviluppo territoriale del Paese (come la celebre «Cassa per il Mezzogiorno» o – appunto – gli interventi per la ricostruzione della legge 219) per decretare l’inutilità di qualsiasi intervento pubblico nell’economia. Una critica che appoggiandosi ai numerosi errori di quei mesi ne dimentica la regia politica democristiana e clientelare ignorando le numerose inchieste, lotte e coraggiose battaglie dei partiti della sinistra che rivendicavano un diverso utilizzo di quei fondi e un diverso futuro per l’Irpinia.

Certo, la battaglia sul controllo e la gestione dell’economia della ricostruzione fu persa dalle forze progressiste – sicuramente allora ben più radicate e rappresentative di quanto lo siano oggi nel Paese – che con tenacia, dignità e rettitudine hanno poi contribuito a ricostruire la storia di quegli anni e di quanto fu sprecato, rubato e perso degli aiuti pubblici. L’Irpinia divenne un territorio di applicazione della dottrina dello shock teorizzata decenni dopo da Naomi Klein, in cui la velocità con cui si allargò sulla carta l’area del cratere e si finanziarono interventi del tutto avulsi da una programmazione razionale di ricostruzione e sviluppo fu tale da non essere quasi compresa sul momento – se non da poche mirabili voci isolate – nella sua gravità. Una gestione che contribuì a rafforzare e celebrare la Dc Irpina che negli anni successivi arrivò al governo del Paese e che permise ai suoi collaterali di arricchirsi sotto il pegno del controllo del consenso.

Probabilmente con una regia diversa quei miliardi sarebbero serviti a imprimere a questa terra un futuro lontano dalla desertificazione economica e sociale in cui si trova oggi, ma è pur vero che contribuirono ad alimentare un boom tardivo (per quanto miope) che determinò un ventennio di crescita e di occupazione a una terra che in quel momento stava per sparire e che invece si ritrovò in una situazione di quasi piena occupazione nonostante in migliaia vivessero ancora nelle baracche temporanee. Una popolazione che accettò il ricatto di una vita serena per sé e per i propri figli (una vera e propria menzogna) in cambio del disinteresse più totale per la vita pubblica, per quel che accadeva nelle amministrazioni, nello Stato: di un placido e costante consenso a quella classe dirigente che continuava ad allargarsi e a riprodursi.

Dopo quarant’anni si può misurare tutta la tragicità di quelle scelte, di quella pacificazione forzata, di quel controllo miope e ancorato a un presente mitico che invece era una fiera dell’orrore. A quel benessere temporaneo è corrisposta l’attualità di una profondissima crisi di un’area ancora in cerca della sua identità, del suo modello di sviluppo. Un’area in cui ancora si evoca un evento ormai quarantennale come somma scusa e giustificativo di ogni programma o scelta politica, come evento da «superare», da «vendicare», da «riempire». Una provincia con città e paesi in cui in centinaia ancora vivono nei container «temporanei» del terremoto, i cui centri cittadini sono pieni di vuoti lì dove prima c’erano palazzi, in cui gli scheletri delle aree industriali fanno ormai parte del paesaggio. Una terra in cui prima di tutto ci si sente e ci si comporta – con consapevolezza o meno – ancora da terremotati. Una condizione strana, che rende perenne lo stato di emergenza e di confusione, di accettazione di ogni sopruso e di ogni piccolo «aiuto» temporaneo: un tratto che ha assopito una popolazione che si è trovata impreparata e disillusa alle emergenze economiche, ambientali e sanitarie degli ultimi dieci anni.

Si può fare un bilancio di questo evento? Credo di sì e in molti con molta più perizia di me lo stanno facendo. Oggi però è fondamentale che si chiuda quella pagina di storia, che finisca la sua continua proiezione sul presente, l’eternizzazione di chi l’ha governata così come di chi l’ha contestata: che il terremoto dell’80 si rassegni a essere elemento di pubblica memoria di quel che è stato, in cui siano chiare e trasparenti le responsabilità di quegli anni. Ma non può più essere oggetto di alcuna prospettiva politica che non sia quella del superamento della condizione tragica e al contempo assolutoria di terremotati e di definitiva accettazione  e comprensione di come ogni emergenza, in particolare quelle enormi, siano un terreno di contesa che influenza a lungo e in maniera inaspettata il futuro.

Non si può essere ancora terremotati dopo quarant’anni, non ci si può legare a un evento del passato per giustificare le storture del presente: è fondamentale ripudiare quell’evento e quell’identità per poter ripudiare chi quell’interminabile minuto e mezzo di terrore ha voluto renderlo eterno come fonte di potere e legittimazione anche postuma. Ma soprattutto bisogna ripudiarlo per potersi preparare ad affrontare l’emergenza del presente: il fatto che si sia perso una volta non occlude ogni possibilità di vittoria in futuro. 

Sul terremoto dell’ ’80, infatti, si è fatto tardi. Sull’emergenza Covid, le risorse straordinarie nazionali ed Europee, le nuove politiche espansive siamo invece ancora in tempo per imporre una spesa che guardi al futuro del paese e del pianeta e non a quello delle sue attuali classi dirigenti. 

Ed è solo su questo, sull’impegno in questa lotta, che ha senso oggi onorare le vittime di quei giorni. 

*Stefano Kenji è attivista Arci Avellino, già membro della delegazione italiana alla Cop22, del comitato referendario contro le trivellazioni e parte di movimenti ecologisti come Stop Biocidio.

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