venerdì 23 ottobre 2020

Perché una nuova Bretton Woods non basterà a superare la crisi economica post Covid

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di Enrico Grazzini

La crisi del coronavirus colpisce duro, ma non basta: incombe già una nuova terribile crisi finanziaria globale. Le soluzioni per uscire dalla crisi economica sono, almeno sulla carta, abbastanza semplici: forte sostegno pubblico al welfare e all'economia; cancellazione e/o ristrutturazione delle montagne di debito privato e pubblico; finanziamenti pubblici per le imprese e per sostenere i redditi famigliari; monetizzazione dei debiti pubblici da parte delle banche centrali; riduzione generalizzata dell'orario di lavoro per abolire la disoccupazione dilagante. Queste le misure che i governi del G20[1] riuniti in una nuova Bretton Woods dovrebbero prendere urgentemente per superare la crisi portata dalla diffusione, per ora ancora incontrollabile, del coronavirus. Ma la politica internazionale è ferma e paralizzata dai nazionalismi – prima di tutto quello di Donald Trump -. Per quanto riguarda l'eurozona il Next Generation Plan quasi certamente si rivelerà insufficiente: “troppo poco e troppo tardi”. Allora il governo italiano, senza aspettarsi “aiuti” da nessuno, potrebbe (e dovrebbe) emettere subito dei titoli-moneta complementari all'euro per rilanciare gli investimenti pubblici e privati, finanziare la ripresa e un'Italia verde e sostenibile.

Il mondo post-covid sarà molto più povero, pieno di debiti e di disoccupati

Il mondo post Covid sarà molto più brutto di quello precedente: molte aziende falliranno, molte banche avranno grandi buchi di bilancio, la disoccupazione salirà alle stelle, la povertà colpirà (e colpisce) milioni di persone anche nel ricco mondo occidentale e le diseguaglianze aumenteranno a dismisura, tra le nazioni e dentro le nazioni. Gli stati stanno intervenendo direttamente nell'economia con spese per decine di miliardi e i deficit pubblici stanno diventando insostenibili. La spesa pubblica crescerà mentre il PIL diminuirà: quindi è matematico che i debiti pubblici in rapporto al PIL saliranno alle stelle. Diventerà materialmente impossibile ripagare tutti i debiti. La crisi finanziaria incombe.

La produzione e il commercio frenano e le prime vittime sono le imprese, l'occupazione e i redditi famigliari. Senza redditi e consumi l'economia precipita e la disoccupazione dilaga. Quindi occorre che lo stato intervenga subito per sostenere i redditi e in prospettiva, per promuovere una riduzione generalizzata dell'orario di lavoro a parità di stipendio.

Riduzione dell'orario di lavoro e salario minimo garantito per legge

Scrive Domenico De Masi sul Fatto Quotidiano del 16 ottobre 2020: “ogni italiano lavora in media 40 ore alla settimana e 1723 ore l'anno, per cui il nostro tasso di occupazione è del 58% e quello di disoccupazione intorno al 10%. Invece un tedesco lavora mediamente 1356 ore l'anno per cui l'occupazione è al 79% e la disoccupazione al 3,8%. Dunque se nei tempi brevi licenziamenti vanno ridotti con i soliti incentivi alle aziende, nei tempi medi e lunghi l'occupazione può essere salvata solo riducendo drasticamente l'orario di lavoro”.

La riduzione dell'orario a parità di stipendio dovrebbe essere accompagnata dalla garanzia di un salario minimo stabilito per legge, come ha proposto giustamente Ursula von der Leyen, presidente della Commissione dell'Unione Europea. In Italia peraltro sembra paradossalmente che i sindacati, in questo caso purtroppo d'accordo con Confindustria, non vogliano appoggiare la richiesta europea del salario minimo garantito per legge, che costituirebbe però una importantissima e giusta misura di difesa dei lavoratori. Comunque, anche se la crisi lo richiederebbe, purtroppo è difficile che i governi e le organizzazioni internazionali, in un mondo non cooperativo come quello attuale, correggano le tendenze suicide all'allungamento dell'orario di lavoro, alla disoccupazione e quindi alla “decrescita infelice”.

Se il lavoro verrà sempre più sostituito dai robot che producono molto ma non comprano nulla, le vendite scenderanno rispetto alla massa crescente di prodotti, e allora anche gli investimenti continueranno a calare e la disoccupazione a crescere. Per diminuire le ore individuali di lavoro occorrerebbe non solo una decisa volontà politica europea ma possibilmente una nuova Bretton Woods, una conferenza internazionale come quella tenutasi nel 1944 negli Stati Uniti che decise, con successo, come impostare le relazioni commerciali e finanziarie tra gli stati nel dopoguerra.

Kristalina Georgieva invoca la sospensione dei debiti e (inutilmente?) una nuova Bretton Woods.

La nuova Bretton Woods – già invocata qualche giorno fa da Kristalina Georgieva, presidente del Fondo Monetario Internazionale[2] - dovrebbe risolvere urgentemente i problemi economici e finanziari globali che stanno esplodendo. Il FMI prevede una caduta del PIL mondiale del 4,4% nel 2020. Si tratta di un tonfo straordinario, anche considerando il confronto con la caduta dello 1,2% del PIL nel 2009 dovuta alla crisi dei subprime. Questa crisi è peggiore della precedente di oltre tre volte. Tutto il sistema bancario e finanziario rischia di crollare sotto il peso dei fallimenti aziendali e dei debiti. Si comincia a pensare alla cancellazione parziale o totale dei debiti, almeno per i paesi più poveri[3].

Tutto il sistema - a parte la Cina che è l'unica grande potenza che sta crescendo nuovamente e che avrà un PIL superiore a quello dell'anno passato - rischia il crack. Famiglie, imprese e enti pubblici saranno fortemente indebitate e diventerà impossibile restituire i debiti. Il sistema finanziario non reggerà di fronte alla montagna crescente di debiti del settore privato e pubblico. Già a fine 2019 il debito globale complessivo era stimato dal FMI pari al 225% del PIL, oltre due volte la produzione mondiale di un anno, e il debito nel 2020 sta crescendo come mai si è visto prima .

La situazione preoccupa enormemente il mondo bancario e finanziario e anche il FMI. Ricordiamoci il vecchio detto: “Se tu devi alla banca 1000 euro hai un problema. Ma se devi alla banca miliardi di euro il problema è della banca”. Per l'Italia il debito salirà quest'anno al 160% del PIL. Secondo il FMI nel 2020 per il Giappone il rapporto tra debito pubblico e Pil schizzerà addirittura al 252%, mentre gli Usa lo vedranno salire al 131%. La Gran Bretagna avrà un debito superiore al 100% del PIL. Si salva solo la Germania con un debito pubblico che dal 60% salirà a poco più del 70%. La nuova normalità dei ricchi paesi occidentali comunque sarà in generale un debito pubblico largamente superiore al 100% del PIL.

Di fronte al possibile crack, la presidente del Fondo Monetario Internazionale Kristalina Georgieva ha chiesto la sospensione dei debiti per i Paesi più poveri. E ha dichiarato che questo è il “Bretton Woods moment”, è il momento che i governi del G20 ritornino a ripensare nuovamente un sistema globale che possa rimettere in piedi l'economia su basi nuove. “La pandemia è già costata più di un milione di vite. Stiamo vivendo una calamità economica che renderà l'economia mondiale più piccola del 4,4% quest'anno e provocherà una contrazione della produzione di circa 11 trilioni di dollari entro il prossimo anno; e una indicibile disperazione umana di fronte a enormi sconvolgimenti e povertà in aumento per la prima volta da decenni”.

Le soluzioni “keynesiane” del FMI

Secondo la Georgieva finora le istituzioni finanziarie hanno affrontato bene la crisi: “Abbiamo assistito ad azioni fiscali globali per 12 trilioni di dollari. Le principali banche centrali hanno ampliato i bilanci di $ 7,5 trilioni. Queste misure sincronizzate hanno impedito un feedback macrofinanziario distruttivo che abbiamo visto nelle crisi precedenti”.Tuttavia le misure prese finora sono largamente insufficienti. Infatti le banche centrali stampano moneta e aumentano le riserve bancarie ma i soldi di banca centrale arrivano alle banche ma non all'economia reale; e gli stati non possono spendere come sarebbe necessario per non aumentare il peso dei loro debiti di fronte ai mercati finanziari.

La novità assoluta è che perfino i paesi più ricchi del mondo occidentale – e non solo l'Africa o il sud America - sono gravati da debiti insostenibili. Il problema della ristrutturazione e/o della cancellazione dei debiti (pubblici e privati) si pone per la prima volta soprattutto per il mondo occidentale. “Prevediamo che i livelli del debito pubblico nel 2021 aumenteranno in modo significativo - a circa il 125% del PIL nelle economie avanzate, il 65% del PIL nei mercati emergenti; e il 50 per cento del PIL nei paesi a basso reddito”. La quota maggiore dei debiti riguarda di gran lunga i Paesi più sviluppati.

La Georgieva ha avvertito che il G20 sta discutendo di “arrivare a stabilire un quadro comune per il debito sovrano e di migliorare l'architettura per la risoluzione del debito sovrano, compresa la partecipazione del settore privato”. La soluzione al problema del debito globale – ammesso che esista – può passare solo da una decisa volontà politica e da decisioni internazionali come quelle di Bretton Woods. Tuttavia è bene ricordare che da decenni le organizzazioni internazionali invocano un quadro regolamentare comune per la soluzione dei debiti sovrani ma non sono mai riuscite a combinare praticamente nulla. I creditori privati e pubblici rifiutano di essere vincolati da regole internazionali e pure i paesi più ricchi rifiutano di essere assoggettati a norme che limitino la loro sovranità. E' praticamente impossibile che a livello internazionale si trovi una soluzione cooperativa mettendo d'accordo i Paesi dei G20. La politica internazionale appare debole di fronte all'aumento incredibile dei debiti.

Le soluzioni che attualmente il FMI prospetta di fronte alla crisi del coronavirus sono – per la prima volta - moderatamente keynesiane. Le feroci ricette del Washington Consensus, le richieste di dura austerità per ripagare in toto i creditori, come le grandi banche d'affari e gli hedge fund, sono, sono almeno per ora fortunatamente accantonate. Il FMI benedice per la prima volta la crescita degli investimenti pubblici anche a debito. L'ultimo Fiscal Monitor del FMI stima che se si aumentassero gli investimenti pubblici dell'1% nelle economie avanzate e nei mercati emergenti, il PIL crescerebbe del 2,7%, (moltiplicatore pari al 2,7%), gli investimenti privati del 10% e, soprattutto, si creerebbero tra i 20 e 33 milioni di posti di lavoro, direttamente e indirettamente. Il FMI ha cominciato a suggerire che, per non fare crollare i bilanci pubblici, occorrerà aumentare la progressività del fisco, fare pagare le tasse anche e soprattutto ai più ricchi, e fare in modo che anche le grandi corporations paghino le tasse, invece di permettere loro di rifugiarsi nei paradisi fiscali.

Monetizzare i debiti pubblici

In effetti però – e questo Georgieva non lo dice - per evitare davvero e subito la crisi occorrerebbe che le banche centrali monetizzassero i debiti pubblici. Attualmente le banche centrali stampano trilioni di nuova moneta a favore delle banche commerciali: ma le riserve bancarie di banca centrale sono un sistema chiuso e da lì i soldi non escono. Solo le banche commerciali hanno il potere di emettere moneta bancaria e di fare credito per l'economia reale: ma le banche non rilanciano il credito come sarebbe necessario perché non prevedono di trarre sufficienti profitti dai prestiti, e perché i rischi di perdita sono troppo elevati. Inoltre la domanda di crediti è debole perché l'economia è già troppo indebitata e pochi sono disposti ad assumersi ancora più debiti.

La mancanza di moneta e di liquidità soffoca l'economia, ma paradossalmente l'espansione del credito - cioè della moneta bancaria che reclama interessi - provocherebbe un'ulteriore crescita dei debiti non più sostenibile. Il problema strutturale è che le banche commerciali creano sempre e solo moneta-debito, moneta da restituire con interessi.

L'unico rimedio per risollevare l'economia è allora che lo stato, attraverso la banca centrale, emetta grandi quantità di moneta pubblica gratuita, senza interessi e la impieghi per gli investimenti pubblici indispensabili per rilanciare l'economia. Se la banca centrale, BC, “monetizzasse” i debiti di stato – ovvero comprasse dallo stato i suoi titoli di debito “stampando” nuova moneta (come del resto le BC facevano normalmente negli anni d'oro del dopoguerra, fino al 1970-80) – allora questa moneta non comporterebbe debiti né per i privati né per lo stato. Infatti gli interessi dei titoli di stato acquistati dalla banca centrale ritornano allo stato perché la BC versa i suoi profitti allo stato. In pratica si tratterebbe di una partita di giro. Solo la monetizzazione dei debiti pubblici e l'emissione di moneta debt-free può risollevare l'economia. Il problema è che la monetizzazione del debito pubblico è espressamente proibita nell'eurozona,

Nella zona euro la crisi è tanto più grave perché gli stati dell'euro non hanno sovranità monetaria, cioè non possono stampare moneta per ripagare sempre e comunque i creditori – come possono invece fare per esempio USA, Giappone e Gran Bretagna che, avendo mantenuto il controllo sulla loro moneta, possono sempre restituire i debiti contratti in moneta nazionale –. Quindi gli stati dell'euro durante le crisi possono facilmente non avere più abbastanza liquidità in cassa per pagare i debiti (vedi per esempio il caso della Grecia) e possono fallire facilmente di fronte agli improvvisi attacchi speculativi dei mercati.

La BCE per statuto finanzia solo le banche ma non gli stati; e non può intervenire neppure per salvare uno stato da un attacco speculativo – a differenza di tutte le altre banche centrali del mondo -. L'euro, gestito dalla BCE in piena indipendenza formale dai governi, è per i governi dell'eurozona come una moneta straniera. Per questo motivo, a causa di un'architettura monetaria completamente assurda stabilita a Maastricht sotto dettatura tedesca, il punto debole della finanza mondiale è l'eurozona. E il punto debole dell'eurozona è l'Italia.

Nell'eurozona non basta il Next Generation Plan. Occorre che i governi nazionali emettano Titoli di Sconto Fiscale

L'eurozona è anora una volta l'anello debole della catena. Il FMI prevede per l’Europa una contrazione del 7% nel 2020, la maggiore dal secondo conflitto mondiale. Il rapporto debito-Pil è atteso balzare dall'84% del 2019 al 101,1% nel 2020. In Europa il Next Generation Plan proposto dalla Commissione UE rappresenta un positivo passo in avanti per uscire dalla crisi: tuttavia il rischio che sia “troppo poco e troppo tardi” è ormai concreto. Il Next Generation non basta per risollevare l'economia e rivitalizzare le immense potenzialità della società europea. Nell'eurozona l'unica possibilità per i governi nazionali è di emettere, nel quadro delle regole vigenti, dei titoli di stato che fungano da moneta complementare all'euro e che non diano luogo ad aumento dei debiti, come i Titoli di Sconto Fiscale.

Prima che le economie nazionali precipitino irreversibilmente nella crisi occorre una svolta per immettere ingenti risorse monetarie nell'economia e rilanciare al più presto gli investimenti, i consumi, la spesa pubblica. La proposta prevede che il governo italiano emetta subito e distribuisca direttamente a famiglie, imprese e enti pubblici Titoli di Sconto Fiscale, TSF, per qualche decina di miliardi di euro in tre anni - almeno il 4-5% del PIL, circa 70-90 miliardi -; i TSF daranno diritto a una riduzione fiscale solo dopo tre anni dall'emissione, in modo da non creare subito deficit pubblico[4]. Tuttavia i TSF, come tutte le obbligazioni, come i Bot e i Btp, saranno titoli negoziabili e immediatamente convertibili in euro nel mercato finanziario secondario.

Ovviamente tutti i soggetti assegnatari – famiglie, imprese ed enti pubblici - saranno felici di ricevere, in aggiunta ai loro normali redditi, titoli di stato che possano essere subito convertiti in euro. Il consenso del pubblico sarà quindi elevato ed entusiastico. In base allo scenario previsto, grazie ai TSF e al forte aumento della domanda, il PIL nominale crescerebbe già nel primo anno del 3% circa. Lo shock monetario-fiscale legato all'emissione dei titoli fiscali renderà nuovamente vitale l'economia nazionale. Le emissioni potrebbero essere modulate e calibrate nel tempo in modo da assicurare alti livelli di occupazione senza però produrre una inflazione superiore al 3-4% né scompensi nei saldi commerciali esteri.

Questi titoli funzionerebbero da “quasi-moneta” (in gergo near-money), cioè sarebbero immediatamente commutabili dai possessori in soldi veri, in euro da utilizzare subito, innanzitutto per l'emergenza sanitaria e poi per rimettere in sesto l'economia. In pratica i cittadini e le imprese, andando presso un qualsiasi sportello bancario o via Internet, potranno facilmente trasformare i TSF in euro per fare la spesa e per pagare i dipendenti e i fornitori. Governo e Parlamento potrebbero facilmente decidere di emettere la prima tranche di Titoli di Sconto Fiscale nel giro di una settimana. Il governo non dovrebbe

Al quarto anno, alla maturità dei TSF, grazie all’effetto combinato del moltiplicatore dei redditi e dell’aumento dell'inflazione la forte crescita del PIL nominale darà luogo a un gettito fiscale tale da compensare il deficit legato agli sconti fiscali e da produrre eventualmente anche surplus.

Un aspetto fondamentale è che il governo emetterebbe i TSF in piena autonomia, ovvero senza chiedere soldi sul mercato finanziario primario - e perciò senza aumentare il suo debito verso i Primary Dealers, gli investitori finanziari che alle aste del Tesoro comprano all'ingrosso il debito pubblico italiano -. Gli investitori non correranno alcun rischio aggiuntivo perché non sborseranno neanche un euro per finanziare la manovra espansiva. Quindi niente aumento dello spread.

Con questa manovra si pongono le condizioni per aumentare la domanda aggregata (consumi, investimenti pubblici e privati, spesa pubblica) e l'inflazione. Come ha spiegato J.M. Keynes tanti anni fa, in tempi di crisi profonda è di vitale importanza rilanciare la domanda per fare ripartire il motore produttivo dell'economia: le manovre espansive possono senz'altro auto-ripagarsi dopo un certo lasso di tempo grazie alla ripresa produttiva. Quindi, dopo tre anni, alla scadenza, al quarto anno, i TSF si autoripagherebbero senza creare buchi fiscali.

La manovra rappresenterebbe una operazione di unità nazionale e conoscerebbe l'approvazione entusiastica di famiglie e imprese. Sarebbe un segno tangibile e concreto della presenza attiva dello stato italiano a fianco dei cittadini e dei soggetti economici. Anche il sistema bancario italiano, grazie alla ripresa dell'economia reale, riuscirebbe a reggere più facilmente il peso dell'emergenza e uscirebbe definitivamente dal tunnel dei crediti deteriorati.

Un titolo emesso senza chiedere soldi ai primary dealers, un titolo investment grade, buon collaterale per la BCE e per le banche, un titolo che aumenta subito il potere d’acquisto in euro dei soggetti privati e pubblici, può diventare la scintilla che riaccende il motore dell’economia. In conclusione: questo progetto è innovativo e radicale ma è forse l’unico fattibile in tempi brevi e con forte consenso sociale per risolvere urgentemente la crisi sociale ed economica.

NOTE

[1] l Gruppo dei 20 (o G20) è un forum creato nel 1999 dopo una serie di crisi finanziarie, allo scopo di favorire il dialogo e la concertazione tra paesi industrializzati e paesi in via di sviluppo. Ne fanno parte: (Arabia Saudita, Argentina, Australia, Brasile, Canada, Cina, Francia, Germania, Giappone, India, Indonesia, Italia, Messico, Regno Unito, Russia, Stati Uniti, Sud Africa, Sud Corea, Turchia, Unione Europea). I rappresentanti dei Paesi membri sono i Ministri delle Finanze e i direttori o governatori delle banche centrali. Spagna e Olanda non sono rappresentati.

[2] IMF “A New Bretton Woods Moment” By Kristalina Georgieva, IMF Managing Director, Washington, DC

[3] Leonardo Becchetti, Avvenire “Questi debiti da rimettere” 15 ottobre 2020

[4] Enrico Grazzini, Micromega “L’Italia e l’euro potrebbero rafforzarsi con l’emissione di Titoli di Sconto Fiscale” 26 giugno 2018. Enrico Grazzini, Social Europe “Stiglitz Advocates A Dual Currency System In Italy But Why Not For The Whole Eurozone?” 25 luglio 2018

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