venerdì 30 ottobre 2020

La via del rifugio

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di Flavio De Bernardinis

La chiave retorica che sta assumendo il discorso riguardante la chiusura degli spazi di cultura e spettacolo viene da lontano. Almeno dagli anni berlusconiani, se non prima.

Gli appelli accorati a ripristinare cinema e teatri dichiarano che la cultura è “cibo per la mente”, ma soprattutto che le sale adibite all’offerta di uno spettacolo sono sicure, molto più sicure di altri luoghi. La questione della sicurezza, oltre ad essere un dato certo verificabile, va a rinforzare la parola molto usata, anzi abusata, che troneggia al di sotto di ogni livello di superficie di qualsiasi ragionamento: resistenza.

La cultura sarebbe resistenza. Ed è anche giusto. A patto che, per citare Umberto Eco, non diventi un termine-ombrello, ossia una nozione, anzi una tentazione per tutte le stagioni. Il problema vero, riguardante il temine “cultura”, è che sotto la parola “resistenza” ci sia un altro livello di significato, che l’emergenza sanitaria sta rendendo sempre più avvertibile, il sentimento del “rifugio”.

In epoca di barbarie (Baricco docet), la cultura è resistenza, o meglio rifugio. Il caso del Covid è in tal senso esemplare: andare in un cinema, o in un teatro significa abitare un luogo sicuro rispetto ai contagi del virus. Nulla è più sicuro del distanziamento in un cinema, e quindi rifugiamoci lì.

Sotto la patina dell’opposizione al tiranno, ossia della “resistenza”, negli anni berlusconiani è in fondo stato lo stesso: la cultura quale rifugio dalla atroce volgarità dell’usurpatore. E lì è maturata definitivamente la mutazione. Se nel ‘900, la cultura ha sempre coltivato, anche e felicemente eccedendo, la dimensione della etero-referenzialità, dialogando con la politica, con la morale, con l’arte, adesso la cultura come resistenza (falsa) e rifugio (vero) ha colto al volo l’occasione, e si è adagiata nella dimensione opposta, l’auto-referenzialità.

Si dirà che prima sia la politica, sia la morale che l’arte avevano lo spessore necessario per interagire con la cultura, mentre dopo il vuoto ha prevalso su tutto. Giusto. Però il problema rimane: la cultura, ossia gli intellettuali e anche gli artisti, se è vero che l’artista, vedi Banski, riveste anche una funzione intellettuale, non hanno battuto ciglio e si sono immersi nel vuoto come un pesce nell’acqua.

A colpi di talk show e di reality show, la cultura da un lato si è consegnata integralmente ai livelli residuali del pop, dall’altro, così facendo, ha sigillato intorno a sé il mondo, rifugiandosi integralmente in se stessa.

Più si comprometteva coi nuovi codici di comunicazione, la trash-tv, esponendo quell’etero-referenzialità con cui aveva attraversato magnificamente il ‘900, e più si costituiva come chiusa e impermeabile ai sistemi ideologici e di pensiero, autogiustificandosi per il solo fatto di “esserci”, sfidando il nemico sul suo stesso terreno, sul quale sovente si muoveva assai meglio del nemico medesimo.

Un esempio più circoscritto di mutazione è stata la trasformazione della critica cinematografica in voce di dizionario. Passaggio che è stato accettato senza colpo ferire da tutti all’istante. Anzi, applaudito. Specialmente dai registi, che in tal modo si sono visti sollevare dal confronto dialettico e culturale, a cui un tempo erano obbligati se volevano raggiungere lo status intellettuale, per essere oggi introdotti immediatamente nella “Storia”, in forma di archivio, pagando un prezzo davvero minimo, quello di risultare nella stessa pubblicazione assieme ai cosiddetti mestieranti. Prezzo in fondo piacevole da liquidare, perché capace di inibire finalmente l’antico dilemma, oneroso e frustrante da sostenere, tra l’arte e l’industria.

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I toni del discorso riguardante la chiusura delle sale adibite all’offerta di spettacolo, in questi giorni, hanno non di rado toccato livelli un tempo inimmaginabili: si è arrivati a sostenere che andare al cinema o a teatro fosse indispensabile per il cittadino che in questo modo avrebbe goduto di un paio d’ore in cui non pensare alla tragedia del virus. Tale sarebbe, la “resistenza”.

Si badi che la tradizione dell’intrattenimento, più precisamente del comico, in Italia, è sempre andata nella direzione opposta. Ettore Scola dichiarava, per la propria arte, di aver scelto i toni di commedia proprio perché il comico permette di porgere al pubblico temi ed argomenti che senza il comico il pubblico stesso non sarebbe disposto ad accettare.

Non a caso, oggi, abbiamo assistito al linciaggio pressoché unanime del film di Enrico Vanzina, Lockdown all’italiana, linciaggio che non riguardava il valore del film, ma il puro e semplice pregiudizio per cui non si scherza con le tragedie. Ma se Monicelli e Risi non hanno fatto altro!
 
Perché la tattica è sempre la stessa: indignarsi per chi offende i dolori del mondo, e quindi esibire le proprie “aperture” verso i mali della società, e in realtà rinchiudersi a riccio in un conformismo settario che non tollera turbolenze. La via del rifugio, l’auto-referenzialità supina e convinta, che in assenza di una exit strategy può condurre persino alla dimensione del parco a tema.

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