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Sembra un po’ come durante i mondiali, quando tutti diventiamo allenatori, attaccanti, difensori e persino arbitri. Sarà la deformazione mentale, forse inevitabile, del vivere in maniera assoluta una certa dimensione, un bravo psicologo ci aiuterebbe a capirlo. Il fatto è che fin quando si esprime la propria opinione nulla di male, anzi, guai a limitare anche questo. Se però il medico vuole indirizzare la politica mentre intanto l’economista pensa di fare il presidente del Consiglio allora c’è qualcosa che non va, almeno fin quando dichiaratamente il nostro esecutivo non avrà deciso di aver abdicato ai propri poteri lasciando campo aperto ai tecnici.
Dopo il gruppo di “esperti”, il famoso comitato tecnico-scientifico, che ormai da mesi determina l’azione del governo praticamente senza alcuna mediazione politica, adesso tocca agli economisti. Preoccupati, giustamente, per le sorti del nostro Pil, e chi davvero non lo è, devoti alla teoria machiavellica del “fine giustifica i mezzi” propongono una ricetta alquanto sui generis.
Gli economisti Carlo Favero, Andrea Ichino e Aldo Rustichini hanno così spiegato la loro ricetta: “Bisogna dividere le fasce d’età più a rischio da quelle meno a rischio, separare i giovani dagli anziani. E bisogna evitare il sovraffollamento sui mezzi di trasporto, il governo – continuano – dovrebbe imporre corse differenziate per giovani e anziani mentre, per quanto riguarda l’accesso ai supermercati e negozi, dovrebbero essere rigidamente separati gli orari di ingresso per chi ha più o meno di 50 anni”.
Isolare chi ha più di 50 anni
A
parte che le separazioni e i divieti di questo calibro ci riportano con
la mente a periodi storici poco felici, questa ricetta appare davvero
particolare anche perché i tre economisti si spingono oltre: “Il Governo
– scrivono – potrebbe chiedere esplicitamente agli italiani di evitare il tradizionale pranzo domenicale
che riunisce le generazioni delle nostre famiglie e potrebbe anche
offrire dei vouchers che consentano ai giovani che vivono insieme agli
anziani di trasferirsi, temporaneamente, nei numerosi alberghi vuoti e
mangiare nei ristoranti attualmente senza clienti. In questo modo –
concludono – oltre a ridurre il contagio degli anziani si
sovvenzionerebbe il settore turistico”.
Una ricetta dettagliata,
insomma, che forse non tiene conto di alcuni fattori, a cominciare dal
fatto che bisognerebbe ragionare sui reali numeri e le reali conseguenze
di questa malattia che nessuno vuole negare o minimizzare ma che non
può essere analizzata guardando solo studi che vanno in una sola
direzione.
E ci sarebbe poi da fare una importante differenziazione
nelle fasce più anziane della popolazione perché non tutti coloro che
hanno superato i 50 anni di età corrono lo stesso eventuale rischio,
così come sarebbe opportuno pensare ai riflessi dal punto di vista
psicologico e sociologico, dei rapporti umani tra soggetti che vivono la
solitudine e l’isolamento con conseguenze di non poco conto.
Ma un
economista non è un medico, non è un sociologo, non è un politico. Un
po’ come il semplice tifoso non è certamente un allenatore. A volte
giova proprio ricordarlo.
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