giovedì 28 febbraio 2019

PD & Primarie. Senza passione.

Noioso e in orario clandestino il confronto tra i tre candidati alle primarie Pd. Rivela un partito che non intercetta lo spirito del Paese. In un'orgia di politicamente corretto il non detto resta Renzi.

Due aggettivi: noioso e clandestino, questo confronto tv tra i candidati, andato in onda su Sky a pausa pranzo, in un'ora perfetta per non essere visto, mentre il paese vero o lavora o guarda i tg generalisti.



Ecco, una robetta per addetti ai lavori, politicamente corretta, elettrizzante come una camomilla di metà giornata, che non incrocia il paese vero e lo spirito di rivolta che lo pervade, grande metafora di cosa è questo Pd. 
Immaginate uno, uno qualunque dei leader della sinistra dei tempi in cui i suoi destini incrociavano quelli del paese, seduto su una poltroncina da talk mattutino, in uno studio senza solennità, per parlare a quattro gatti e quattro jene dattilografe. Uno qualunque: Togliatti, Berlinguer, Craxi, D'Alema, Veltroni, o chi volete voi. È impossibile immaginarlo, perché avrebbero licenziato l'addetto stampa che glielo avesse proposto: richiesta irricevibile per un leader che ha consapevolezza di essere tale.
Il commento potrebbe finire qui, perché come diceva Peppino a Totò, con questo "ho detto tutto". Con tanti complimenti a chi ha avuto l'idea di questa formula a quest'ora. Ma andiamo avanti nella noia.
Il punto non sono le proposte, tutte molto ragionevoli, i programmi, le intenzioni e i valori. Il punto è l'assenza di passione, adrenalina, impulso alla lotta, un po' di "politicamente scorretto", insomma vita, sangue, politica, perché sennò tanto meglio dedicarsi a qualche convegno culturale. Nel gioco di chi ha vinto e chi ha perso, la politica ha perso, intesa, parafrasando Gramsci, come passione organizzata, grande disegno capace di emozionare, suggestionare, dividere. Tra i candidati, l'unico ad avere un minimo di consapevolezza di quel che è successo in questi anni è Nicola Zingaretti che, sia pur con estrema mitezza, senza polemiche e in un'orgia di richiami al mitico "spirito unitario", accenna a una discontinuità, almeno in qualche passaggio autocritico: "Noi non abbiamo visto quanto stavano crescendo le disuguaglianze e la solitudine delle persone, l'insicurezza e la paura. Questo non vuol dire abiurare, ma non siamo stati capaci di leggere il tema. La Lega l'ha capito cavalcando un tema giusto con risposte sbagliate".
Almeno questo. Per il resto si è capito che Giachetti cercava il pretesto per rompere attribuendo a Zingaretti la volontà di fare un accordo con i Cinque Stelle che Zingaretti non ha, Martina si è barcamenato nella difficile posizione di chi non può rompere fino in fondo col renzismo ma, al tempo stesso, deve proporre qualche novità, e Zingaretti era attento ad amministrare il vantaggio senza essere risucchiato in un gorgo polemico. Tutti d'accordo sul no alla patrimoniale, sul no allo stravolgimento del jobs act, sul potenziamento del Rei e su tante belle riforme. Ma allora la domanda nasce spontanea: su cosa rischia di scindersi il Pd, in tanto afflato unitario sia pur avvolto da pesanti coltri di ipocrisia? Sul non detto, ovvero la questione Renzi.
C'è un momento in cui la tentazione di cambiare canale diventa pressoché irresistibile. Ed è alla domanda: "Vi manca Renzi?". Ecco le risposte. Giachetti: "A me Renzi non manca perché ringraziando Iddio c'è. È l'arma di punta della nostra opposizione. Non mi manca perché io sono assolutamente leale". Martina: "Io direi quanto manchiamo noi a Renzi, penso che anche lui viva la sfida fondamentale di costruire un'alternativa a questa destra. Non possiamo esaurire il nostro dibattito nel definirci renziani o antirenziani". Zingaretti: "Ho con lui un ottimo rapporto, non l'ho mai votato, ma l'ho sempre rispettato. Mi auguro che non ci manchi nell'ambito di un partito pluralista". Si capisce dal sorriso sornione di Zingaretti che pensa esattamente l'opposto, ma non lo dice, perché non vuole trasformare il congresso in un referendum su Renzi, nell'intento di andare "oltre" nei fatti senza dirlo a parole. Poi se l'ex segretario deciderà di andarsene, buon viaggio.
Il punto è che, su questi presupposti, il congresso rischia di essere un'occasione mancata che trascinerà ambiguità e non detti nel dopo congresso. La sconfitta della sinistra in questo paese non è stata una semplice batosta elettorale, ma una sconfitta storica, o meglio una drammatica perdita di senso, maturata negli errori di questi anni in una spaventosa "sconnessione sentimentale" con la società italiana e le sue periferie. Dato negato, rimosso ossessivamente da Renzi da un pezzo di Pd che, con spirito reducista, vive nel mito del ritorno dell'uguale. L'assenza di una discussione vera, lacerante, sofferta su questo carica di ambiguità il nuovo inizio, rinviando magari la scissione di Renzi, ma rischiando di paralizzare il nuovo corso. È prevalsa, da parte del vincitore annunciato (Zingaretti), l'idea di un percorso graduale, in due tempi: prima la vittoria, sperando che sia partecipata mantenendo il partito unito, poi una progressiva "sterzata". Uno schema tipico dei partiti di massa, che hanno un consenso organizzato, una logica, una cultura comune dei gruppi dirigenti. Quei partiti erano, appunto, "passioni organizzate", non organizzazioni esangui. Chissà. L'obiettivo minimo, nelle condizioni date, è un milione di votanti domenica, per dire che il Pd è vivo e sconfiggere chi, in modo neanche tanto nascosto, ha scommesso sul boicottaggio delle primarie, proponendo l'ennesima egolatria, sotto forma di un tour per presentare un libro. Un milione. Non è impossibile. Il confronto, a quest'ora, non lo ha visto nessuno.

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