domenica 28 ottobre 2018

Roma. Le conseguenze sociali dell’urbanizzazione capitalista.

L’urbanizzazione del quartiere romano di Nuova Ponte di Nona costituisce un esempio di come il capitalismo metta a valore il territorio per riprodursi e trarne profitto, a scapito della qualità della vita e della partecipazione sociale.

 
Le conseguenze sociali dell’urbanizzazione capitalistaNuova Ponte di Nona, quartiere che in pochi conoscono se non per i fatti di cronaca e per gli immobili a basso prezzo. In pochi lo attraversano per andare al Centro Commerciale “Roma Est” o per raggiungere altri quartieri. Lo scenario che si presenterà di fonte a noi, dopo aver attraversato pezzi di campagna, sarà un quartiere anonimo e vuoto, come fosse un luogo di mero passaggio, non un posto dove stabilirsi, e discostante dall’identità e dalla storia di Roma, mal servito e mal collegato del resto della città.
Solitamente ci hanno abituati a pensare che le peculiarità di un territorio (specialmente le problematiche e i disagi delle periferie) siano responsabilità di chi abita in quelle zone e riflettiamo poco sulle ragioni di nascita dei nuovi quartieri. Lo sviluppo di una città però non è lasciato al caso ed è giustificato da molte retoriche di utilità pubblica che celano altri interessi; è capendo queste dinamiche e quali interessi nascondono che possiamo analizzare correttamente le condizioni di vita di un quartiere. Le ragioni di nascita di Nuova Ponte di Nona (come di altri quartieri) vanno ricercate nel determinato periodo storico di riferimento e all’interno del nostro sistema economico: quello capitalista. Il territorio infatti è messo a valore: è razionalizzato per il suo uso economico, quindi viene strutturato per riprodurre il sistema capitalista e per garantire il profitto.

Nuova Ponte di Nona è uno degli emblemi di come il capitalismo sopravviva nel contesto romano, la sua nascita assicura la rendita fondiaria. Roma è una città che strutturalmente si sviluppa favorendo la rendita fondiaria privata e non come risposta alle crisi capitalistiche, questo perché storicamente l’economia immobiliare ha un peso fondamentale: la frazione egemonica di capitale che dirige lo sviluppo romano infatti è quella fondiaria grazie anche all’ampia disponibilità di suolo. Ogni amministrazione quindi ha garantito questa continuità di sviluppo con azioni di tipo correttivo, sostenendo i profitti capitalistici: piegando gli strumenti normativi e pianificatori a favore dei privati.
La quasi totalità dei suoli a Roma è di proprietà di alcune famiglie e di società immobiliari. L’economia del mattone dirige lo sviluppo e le relazioni di potere a Roma. “Roma non è mai stata una città industriale. Piuttosto vi ha svolto un ruolo centrale quello che è stato chiamato il secondo circuito di accumulazione, in cui la creazione di ricchezza è fondata sugli investimenti in capitale fisso, che comprende le spese pubbliche per infrastrutture e la speculazione privata realizzata attraverso la costruzione di edifici residenziali, centri commerciali, finalizzata alla rendita dal valore degli edifici e dei suoli, nonché sulla finanziarizzazione del mercato delle abitazioni” [1]. L’esistenza della società capitalista è garantita dai processi di accumulazione che riproducono il capitale, determinando però un surplus che deve essere assorbito per garantire profitto. Quando c’è un surplus che non produce più profitto (ad esempio nella crisi di sovrapproduzione a causa delle eccedenze nel primo circuito di accumulazione, cioè quello industriale) questo surplus viene assorbito in un altro circuito (storicamente a livello urbano quindi) garantendo i profitti (D. Harvey). Questi spostamenti sono esito dei conflitti di classe e necessitano di alcuni elementi saldi: un sistema sviluppato di credito che crei capitale fittizio da investire ed uno Stato garante di finanziamenti dei progetti urbani.
Il ruolo dello Stato è cruciale nel sostenere e garantire questi progetti: diffondendo ideologie neoliberiste (come il mito borghese della casa di proprietà), attuando una forte repressione nei confronti di coloro che rivendicano spazi di utilità pubblica e agendo retoricamente contro il degrado per adottare ottiche emergenziali di intervento per provvedimenti che garantiscono l’accumulazione, privatizzando le eccedenze divincolandole dal controllo pubblico, sviluppando un sistema di governance per rendere più capillare nei territori il profitto e la speculazione; legittimando queste azioni grazie alla strumentalizzazione dell’ottica partecipativa pubblica: e quindi il passaggio da una pianificazione centralizzata e pubblica a una locale e co-progettata con i privati per ampliare le opportunità imprenditoriali localiste dando però l’illusione della co-decisione ai cittadini.
Mentre i benefici di questo modello di città sono privatizzati le conseguenze sono invece socializzate: i costi collettivi economici, sociali, di questo assetto sono altissimi configurando una città escludente per molti. Lo Stato contribuisce anche sostenendo i meccanismi finanziari che favoriscono i meccanismi della rendita, assicurando una rapida circolazione dei crediti (fittizi) e dei redditi: meccanismo della cartolarizzazione, dei mutui, liberalizzazione dei mercati immobiliari… Inevitabilmente lo sviluppo urbano sarà di tipo diffuso e le conseguenze logistiche di questo assetto ricadranno sempre a livello sociale.
Nuova Ponte di Nona doveva essere, secondo il Piano Regolatore del 2008, una nuova “centralità”, delle diciotto previste, che avallavano l’idea di una Roma policentrica seguendo lo stile urbano europeo. Roma si caratterizza infatti per accentrare le funzioni e i servizi, mentre già con il piano per il Sistema Direzionale Orientale comincia a svilupparsi l’idea di un policentrismo urbano. La premessa alla nascita delle varie centralità era la costruzione delle opere di urbanizzazione e della rete su ferro del trasporto pubblico, garantendo così un reale collegamento tra il centro e la periferia. Con i campus universitari, le zone commerciali, i centri amministrativi e di servizi le centralità avrebbero decongestionato il centro da queste funzioni.
Nuova Ponte di Nona è una delle centralità identificate dal piano che era già in costruzione ai tempi del Piano Regolatore su iniziativa privata dal 2002. Costruito da zero in pieno Agro romano e circondato da ex mulattiere oltre il Grande Raccordo Anulare, si sviluppa tra la via Collatina e la via Prenestina e fa parte del Municipio delle Torri (VI Municipio). Il quartiere coincide con le proprietà fondiarie di Francesco Gaetano Caltagirone, nome ridondante nel contesto romano e nazionale ma edificano nel quartiere anche altri costruttori. Nasce per opera di società edilizie consorziate “Consorzio Ponte di Nona” che comprando i terreni agricoli hanno iniziato ad edificare sulla zona grazie ad un accordo di programma tra il Comune e Master Engineering S.r.l. Nel quartiere abitano circa 20 mila persone.
Si configura invece attualmente come un quartiere dormitorio di edilizia residenziale privata, il cui protagonista indiscusso è il centro commerciale “Roma Est” sorto nel 2007. Le persone si sono trasferite qui attratte dalle numerose retoriche di utilità pubblica che offriva la centralità urbana. Come disse un residente: “sembrava la Hollywood de Roma Est, ma come tutte le cose è rimasto un sogno de tanti e nà bugia de pochi”. Attratte anche dai bassi prezzi degli immobili, utili ai meccanismi della rendita. Le aspettative sono state poi deluse dall’attuale configurazione del quartiere: un quartiere dormitorio privo di servizi e di infrastrutture urbane e per la mobilità, andando quindi ad aumentare il dualismo centro-periferia, isolando fortemente il quartiere e intensificando il pendolarismo privato. Ha attratto una classe media: lavoratori, neo-coppie, famiglie... rendendo quindi specifici alcuni problemi: come la carenza di strutture scolastiche pronte ad accogliere efficacemente il numero dei bambini presenti, generando un allarme educativo e il ricorso all’istruzione privata che grava sui bilanci familiari e configura il diritto all’istruzione sempre più finanziariamente vincolato.
Le ragioni di sviluppo del quartiere sono private: assicurare la rendita ai costruttori e garantire profitti al centro commerciale. Ascoltiamo un residente: “il problema è come nasce questo quartiere, per dare da mangiare al centro commerciale, poi tutti i problemi vengono a cascata”. Infatti le infrastrutture, autostradali e la recente stazione ferroviaria, sono a ridosso del centro commerciale per garantire un rapido accesso al consumo e per favorire la circolazione di capitale, mantenendo i profitti. La natura privata del quartiere, oltre che a livello spaziale (mancano piazze e spazi pubblici di aggregazione sia all’aperto che al chiuso, sono presenti molte banche, agenzie immobiliari, esercizi commerciali privati, strade, rotatorie e palazzi fitti, impersonali e tutti uguali) si riflette anche sulla vita comunitaria del quartiere e sull’opportunità di creare un sentimento di appartenenza al quartiere e una propria identità tra i residenti. Lo scambio sociale è di fatto scoraggiato dall’assetto spaziale, sono presenti solo dei parchi pubblici ma non sono manutenuti, rimarcando la peculiarità di quartiere dormitorio. È presente quindi un tipo di socialità mediata dal consumo negli esercizi privati e ripiegamento in un forte individualismo. I legami sociali sono deteriorati, si tenta invano di recuperarli dal basso, grazie alla presenza di associazioni, nel tentativo di superare questo isolamento. Le iniziative sono poco partecipate però perché risucchiate dagli eventi del centro commerciale. Ciò che non è utile al ciclo di riproduzione del capitale non viene pensato a livello urbano. Viene perso così il ruolo storico della città pubblica: di welfare urbano e di riproduzione sociale.
Il centro commerciale, oltre ad avere un ruolo di socializzatore e di consumo nel quartiere, opera anche forme di controllo e di correzione del degrado per mantenere lo spazio urbano fruibile al consumo. Controlla e dirige lo sviluppo del quartiere, sostituendosi nel ruolo storicamente pubblico delle amministrazioni. A Nuova Ponte di Nona i maggiori problemi, oltre alle primarie problematiche logistiche, vengono identificati nelle emergenze sociali: rifiuti, roghi tossici e degrado. Coloro i quali non possiedono capitale e non hanno accesso agli strumenti di riproduzione sociale e non usano in termini economici il quartiere: disoccupanti, prostitute, rom, immigrati, persone tacciate come delinquenti dei quartieri limitrofi, ex detenuti che gestiscono l’unico luogo pubblico del quartiere (la biblioteca) retoricamente in senso gramsciano vengono identificati come i responsabili del degrado e dei problemi del quartiere. Paradossalmente costituiscono il fronte verso il quale si uniscono i residenti di Nuova Ponte di Nona. Dalle retoriche sul degrado vengono legittimate forme autonome di sorveglianza e di contrasto con derive campanilistiche e discriminatorie, creando quella minima identità che differenzia coloro che devono tutelare il valore economico del quartiere da chi non ha accesso materiale alle risorse e al consumo del quartiere stesso e quindi viene allontanato. Il mancato lavoro politico su un territorio acuisce sentimenti di paura verso alcune categorie che sfociano in richieste di maggiore sorveglianza esecutiva, affrontando queste questioni come mero problema di ordine pubblico, depoliticizzandole quindi, invece che connetterle all’esito strutturale del nostro sistema economico-sociale.
Le mobilitazioni nel quartiere, che dovrebbero essere forti, date le condizioni, fanno capo alle classiche forme di negoziazione con un livello di conflitto medio-basso tipico delle rivendicazioni della società civile e della classe media e si identificano nella rappresentanza del Comitato di Quartiere. Azioni localiste e che non mettono in discussione il modello privato della rendita. Le mobilitazioni fanno capo a richieste di sviluppo, o richieste di opere infrastrutturali o di urbanizzazione, quindi economiche, che potrebbero lasciare spazio a ulteriori forme speculative ma individuate come priorità, ma sono priorità coattive determinate dallo sviluppo privato del quartiere: lasciando ai margini quelle di socialità e spazialità pubblica. Residente: “Ci hanno dato la casa, nel momento in cui abbiamo firmato ci hanno dato un calcio nel sedere e hanno detto ‘vedetevela voi!’. Ogni proprietario ha cacciato venti anni di mutuo, non è che pensi allo svago e al divertimento, pensi a paga’ il mutuo! Questa è la motivazione del perché sono state aperte sei banche, per controllare che i mutui siano pagati! Noi c’avevamo delle priorità, non possiamo anche chiedere la costruzione di uno spazio pubblico se c’abbiamo problemi dei genitori che non riescono a mandare i figli alle materne”. Il Comitato di Quartiere si configura come istanza senza potere reale.
Il problema è alla radice di sviluppo del quartiere: uno sviluppo privato. Si privatizzano i benefici e si socializzano soltanto i costi, e soprattutto i costi sociali di questa criminalità urbana.
Ciò che è successo e descritto a Nuova Ponte di Nona non è esclusivo di questa zona, ne particolaristico. È la messa in scena del modello di urbanizzazione capitalista e, nello specifico, quello romano. La città di Roma si sviluppa privatamente per opera di costruttori. Il ruolo delle amministrazioni pubbliche, ormai lontano dalla regolazione pubblica e razionale della città, mettendo in gioco deficit di bilancio regala, grazie a strumenti di urbanistici non regolativi, ma contrattati con i privati, pezzi di terreni da saccheggiare e sottrarre alla pubblica utilità, consapevole, in fondo, che non ci sarà un ritorno di utilità pubblica. La politica pubblica non ha potere contrattuale contro costruttori con grandi capitali, quindi è assertiva. La rendita fondiaria non restituirà mai una città pubblica e includente, coloro che abitano in queste zone periferiche non avranno garantito mai un uso dignitoso della città. Questo tipo di città rimarca quelli che sono i valori neoliberisti. Le condizioni sociali, il disagio periferico sociale delle città, non vanno indagate come conseguenza di condizioni individuali o sociali sfavorevoli, ecologiche, ma come conseguenza materiale di un privato accesso alle risorse pubbliche e comuni, come conseguenza di un modello urbano che riflette quello sociale capitalista. Il problema è strutturale, politico ed economico. La depoliticizzazione del disagio, in perfetto stile neoliberista, rischia di spostare la problematica e non agire sulle cause reali. Le persone rischiano di rimanere intrappolate in questi territori senza nessuna opportunità di partecipazione sociale, aumentando la distanza geografica, sociale e culturale tra periferia e centro.
La difesa della cultura privatistica, creare quartieri solo per fare un favore ai privati non calcolando come le concessioni edilizie, se non gestite con un forte ritorno di utilità pubblica, possono avere impatti fortissimi sulla condizione sociale delle persone, l'assenza di una pianificazione di sviluppo razionale e pubblico, e non solo sviluppo degli affari, conducono alla configurazione di una città non democratica.
Il problema è politico: di come una città viene pensata, di come una città viene strutturata. Se lo sviluppo urbano è l’esito della privatizzazione delle eccedenze che non vengono redistribuite pubblicamente non potrà mai essere garantito il benessere tipico di un sistema di welfare urbano.

Nota:
[1] E. D’Albergo, G. Moini, Il regime dell’Urbe, Roma 2015, p. 18

L’articolo è il risultato dell’elaborazione del lavoro di ricerca sul quartiere Nuova Ponte di Nona a Roma, consultabile (insieme alla bibliografia) al seguente link: https://uniroma.academia.edu/ElenaGalli

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