venerdì 31 gennaio 2014

Servizio Pubblico, arrestato Vincenzo Scarantino. Il blitz dopo la trasmissione.

L'uomo si era accusato, salvo poi ritrattare, della strage di via d'Amelio. Dopo la trasmissione è stato preso in cattura dalla Squadra mobile di Torino. Avrebbe abusato di una ragazza con problemi, ospite di una comunità protetta nel Torinese.

Servizio Pubblico, arrestato Vincenzo Scarantino. Il blitz dopo la trasmissioneFermato in macchina, perquisito e arrestato dopo la sua ospitata su La7. Vincenzo Scarantino è stato preso in cattura dalla Squadra mobile di Torino. Nei suoi confronti una ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip del capoluogo piemontese perché  il 5 novembre del 2013 abusò di una disabile maggiorenne in una comunità protetta del capoluogo subalpino, di cui la procura non vuole diffondere ulteriori informazioni. A Scarantino è stata contestata l’aggravante “dell’abuso di autorità”.
Secondo fonti investigative, Scarantino è andato nella struttura soltanto quel giorno per sostituire un suo amico educatore – lui non aveva un lavoro fisso – e lì avrebbe approfittato dei gravi problemi psichici della donna per abusare sessualmente di lei. La mobile di Torino, dopo la querela dei familiari della vittima, ha eseguito le indagini ed è risalita a Scarantino dopo la testimonianza di vari collaboratori della struttura, dove lavorava con un altro nome. Il procuratore aggiunto Annamaria Loreto, a cui è stato affidato il fascicolo insieme al pm Patrizia Gambardella, ha spiegato a ilfattoquotidiano.it che “l’arresto è avvenuto dopo la trasmissione perché Scarantino era irreperibile da due mesi”. L’uomo infatti, aveva indicato come fissa dimora un albergo in disuso. Per evitare di perdere nuovamente le sua tracce, quindi, si è proceduto all’arresto dopo la trasmissione.

Al termine di Servizio pubblico, Scarantino stava tornando in albergo a bordo di un’auto con autista della produzione, ma fuori dagli studi di Cinecittà, all’angolo fra via Lamaro e Tuscolana, lo aspettavano due volanti e tre auto civetta: paletta rossa e perquisizione. Poi gli agenti hanno caricato l’ex collaboratore di giustizia, portandolo via. Poco prima l’uomo che si è accusato, salvo poi rimangiarsi tutto, della strage di Via d’Amelio è da Michele Santoro a raccontare di come sia stato torturato e costretto a mentire. Con il volto coperto da una maschera il falso pentito parla di una persona che “architetta il depistaggio”, ma se ne guarda bene dal fare il nome.
Subito dopo il blitz, la redazione si mette in contatto con lui e scopre che lo stanno portando in Questura: “Ma sentiamo una voce che dice ‘prima in Questura, poi in albergo’”. Infatti Scarantino all’inizio viene portato al posto di polizia, dove gli prendono le impronte digitali e gli notificano un atto, e poi in hotel. Nel frattempo la squadra di Servizio Pubblico cerca di ricostruire gli episodi e si riversa, telecamera alla mano, sotto il suo albergo. “Le forze dell’ordine hanno comunicato che si tratta di una notifica non meglio precisata – raccontano – Ma siamo sconvolti dalla modalità e insospettiti dalla tempistica dell’operazione”.
Passa mezz’ora e l’ex testimone di giustizia arriva scortato da dieci agenti. I giornalisti riescono a girare qualche immagine, ma i poliziotti si barricano nella sua camera per uscirne poco dopo. Scarantino è in stato d’arresto e quindi di torna in Questura.  Poco prima, in trasmissione, l’uomo che si è auto intestato la morte di Paolo Borsellino e degli uomini della sua scorta ha descritto come un gruppo di poliziotti lo faceva studiare preparandolo agli interrogatori: “Le sere prima mi leggevano tutto e io dovevo memorizzare tutto quello che sentivo”. Racconta di essere stato plasmato a dovere per dire esattamente le parole giuste sulla strage e conferma le accuse contro il defunto questore Arnaldo La Barbera che lo avrebbe costretto a mentire.
Viene arrestato nel 1992 quando è poco più di un picciotto di borgata. Dopo un anno di carcere duro a Pianosa, decide di collaborare spiegando per filo e per segno come e perché sia stato organizzato l’omicidio Borsellino. Ma a un certo punto, a sorpresa, decide di ritrattare tutto puntando il dito contro poliziotti e magistrati che, a suo dire, lo avrebbero costretto a testimoniare ciò che non aveva mai fatto, visto o sentito. Dopo una condanna a 18 anni per la strage, attualmente è imputato a Caltanissetta, per calunnia. “La mafia – dice – arriva, spara in faccia, spara in testa. Subito uno si accascia, e muore. Lo Stato, invece, ti fa morire giorno dopo giorno”. Oggi vive per strada emarginato da tutti.
di Cosimo Caridi e Lorenzo Galeazzi

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